Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
Il famoso condottiero Cesare fu chiamato alla nascita Caio Giulio. Come “Caio” fu naturalmente amico per la pelle di un certo Sempronio. Come “Giulio”, invece, originò la stirpe Giulia, da cui discenderà col tempo pure Andreotti. Trascorse la gioventù nella Suburra, dov’era nato.
All’epoca l’Urbe non era ancora “caput mundi”, ma s’era già messa sulla strada buona. Quando venne il momento, il Nostro scelse di fare il servizio militare all’estero per beccarsi il relativo soprassoldo. In Gallia si dovette però misurare coi guerrieri locali capeggiati da un famigerato gigolò detto Vercingetorige nel gergo della mala. Notò allora che sull’elmo i Galli sfoggiavano un bel paio di corna. L’interpretò come fosse il simbolo evidente di un traballante stato di salute del matrimonio di quelle genti lontane. L’impressione l’indusse a scrivere un’opera in latino, da far tradurre alle future generazioni di studenti.
Il titolo “De bello gallico” fu però frutto di un equivoco voluto dall’autore. Dovete sapere che la sua massima aspirazione era quella di arrivare ad un rango più elevato. Ritenne quindi di usare il “de”, alla stregua di un prefisso nobiliare. Attribuì poi alla parola “bello” il significato del tutto sballato di “adone”, riferendosi a se stesso. Infine, quel “gallico” conclusivo divenne ai suoi occhi sinonimo di “gallo del pollaio”, quale si riteneva d’essere.
Ottenuta la vittoria se ne tornò in Italia per assumere un più tranquillo lavoro di rappresentante della Liebig (secondo alcuni) o della Knorr (secondo altri). Sicché, la famosa frase “Il dado è tratto”, da lui pronunziata al Rubicone, fu solamente un chiaro messaggio pubblicitario: cosa che non è stata compresa dalla storiografia più datata. A quel punto il suo rivale Pompeo (così detto perché gestiva una fiorente catena di “pompe” funebri) dovette fuggirsene in Oriente.
La località precisa è rimasta ignota, ma non si va lontano dal vero individuandola in uno degli attuali paesi produttori di petrolio. Lo si deduce dal fatto che il fuggitivo vi trovò impiego come gestore di una “pompa” di benzina. Però, siccome all’epoca i cavalli andavano ancora a biada, l’attività risultò fallimentare. Fu costretto allora a rifugiarsi in Egitto. Mal gliene incolse, ché quel farabutto del faraone, dopo averlo ospitato, lo fece fuori a tradimento. Cesare, almeno a parole, se ne dispiacque. Cacciò allora l’infido Tolomeo dal trono, ma con questa scusa evitò di sborsare la lauta taglia che pendeva su Pompeo. Nel frattempo, il nostro eroe s’era completamente ripulito. Aveva infatti vinto il “Superenalotto dei Sette colli”, grazie a un misero biglietto da mezza “pilotta” (l’equivalente di un volgare sesterzio). La famosa sua frase “Venni vidi vinsi” risale ad allora. Ma torniamo ai fatti.
Una volta in Egitto, Cesare si dette da fare. Mentre stava sulle rive del Nilo, ebbe un colpo di fulmine per Cleopatra. Costei era la classica donna in carriera. Di fatto se la faceva con tutti i condottieri che incontrava, purché fossero di grado non inferiore a quello di generale. Insomma, era un’antesignana della Pompadur (a proposito, vi siete mai chiesti perché la Pompadur divenne famosissima? Per saperlo, basterà dividerne il cognome esattamente… a metà).
Comunque, a prescindere da Cleopatra, Cesare fu un vero sciupafemmine. Con le donne aveva infatti le mani (e non solo…) lunghe. La faccenda era talmente nota che, quando giungeva in qualche posto, la stessa avanguardia delle sue legioni invitava i mariti a rinchiudere per prudenza le consorti in casa. Le solite malelingue tramandarono invece che fosse addirittura attivo e passivo. Ma a quei tempi la sodomia era tollerata quasi come adesso. E quindi Cesare non faceva eventualmente testo.
Egli ebbe tuttavia un gravissimo difetto: era scarsamente fisionomista: non riuscì mai a distinguere, ad esempio, il figlioccio Bruto dall’amico di questi, un certo Cassio. I due giovani in verità si somigliavano abbastanza. Per evitare figuracce, allora, ogni volta che voleva riferirsi al primo, Cesare diceva furbescamente: “Quel Cassio di Bruto”, mentre se voleva riferirsi all’altro diceva: “Quel Bruto del Cassio”. In breve, però quelle espressioni, che si prestavano all’equivoco, divennero motivo di sfottò in tutta Roma.
I due interessati naturalmente finirono per seccarsi d’essere divenuti lo zimbello generale e se la legarono al dito. Ordirono allora un complotto per eliminare la fonte della loro vergogna. A loro scusante s’inventarono che il condottiero s’era montato la testa e che voleva fare il dittatore a vita. Fissarono quindi alle Idi di marzo del 44 a.c. la data del tirannicidio.
Venne infine l’infausto giorno. Quel mattino, Cesare s’alzò di buzzo buono per andare al Senato. Passando davanti alla “maestà del Colosseo” (la “santità del Cupolone” era di là da venire), si sentì ispirato come Antonello Venditti. Si mise quindi a canticchiare: ”Io non te lasso mai, Roma capoccia…”. Era giunto intanto a destinazione, ma non ebbe il tempo di completare la strofa come doveva. Infatti il “mondo infame” della canzone era lì in agguato che lo aspettava dietro a un colonnato. In un attimo i congiurati lo circondarono. Secondo gli accordi, ognuno doveva infliggere una stilettata, per condividere con gli altri la responsabilità dell’omicidio. Ogni congiurato portò un’arma da casa. C’era persino un cuoco che, in mancanza d’altro, s’armò con un forchettone per gli spaghetti.
Bruto fu il più brutale, tanto per non smentire il suo nome. Infatti, nel colpire il patrigno, gli sibilò nell’orecchio un gelido “Mors tua, vita mea”. Frase che, in romanesco corrisponderebbe, grosso modo, ad un coloritissimo “Mortacci tua…”. Gli fecero tosto eco gli altri congiurati con il coro “..e de tu’ nonna ‘n cariola”. A quel punto, al povero Cesare restò appena il tempo sufficiente per sussurrare allo sciagurato parricida: “Quoque tu, Brute, fili mi!”. Vista la dinamica degli avvenimenti, la traduzione più acconcia delle ultime parole della vittima dovrebbe suonare presso a poco così: “Sto gran fijo de ‘na mignotta!”. Fu la fine. Quando giunsero i soccorsi, Cesare era stato “sgommato” a dovere. Alle sue misere spoglie toccò a quel punto la famosa orazione funebre pronunziata dal suo luogotenente Marc’Antonio.
Per inciso, va detto che il termine omonimo, che designa un uomo grande e grosso, è dovuto al fatto che costui era una specie di armadio ambulante che faceva paura. A Trastevere lo chiamavano infatti “C’ho ddu metri de torace”. Da perfetto bullo del quartiere si propose di vendicare l’ucciso. E, visto il personaggio, era del tutto scontato che i congiurati facessero tutti una brutta fine. A questo punto, dopo aver fatto piazza pulita, Marc’Antonio si autoproclamò successore universale del defunto. Mise così le zampe su tutti i suoi quattrini. S’appropriò quindi delle sue proprietà immobiliari e dei suoi schiavi. E, per completare, s’andò a infilar di corsa pure… nel “cubiculum” di Cleopatra.
P.S.: A scanso d’equivoci, il “cubiculum” era la stanza da letto dei Romani!
L’autore è il dirigente del Giudice di Pace di Bari
Piacere!
"Vi presento l'on. Palumbo, di Forza Italia. Ecco un uomo che ha le mani in pasta: fa il ginecologo" (Silvio Berlusconi)




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