Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
Fiaba nata dalla cronaca nera: giovani teppistelle hanno malmenato una coetanea. Rea, ai
loro occhi, di aver “sottratto l’osso”, come direbbe De André
L’increscioso episodio è talmente assurdo che ci vien voglia di sdrammatizzarlo un po’. Proviamo allora a trasporlo nella consolante formula d’una fiaba, che ne possa attenuare l’indubbia crudezza.
C’era una volta, e per giunta chissà dove, una regina che viveva circondata da uno stuolo di dodici guerriere cattive (oggi si direbbe carogne) come lei. Da buona tiranna – la repubblica non era stata ancora inventata! – ella pretendeva d’avere il più esclusivo monopolio su tutti i poveri sudditi di sesso maschile. In questa sua pretesa accaparratrice, peraltro, le andava bene chiunque le capitasse a tiro e non stava lì a sottilizzare su casato, razza, ricchezza o altre simili quisquilie. E in ciò, va detto, si dimostrava molto democratica.
Lo era un po’ meno però per quanto riguardava il preventivo consenso di chi le capitava tra le grinfie. Infatti, dato che lei e le sue giannizzere non erano un granché in fatto di beltà (sempre oggi, si direbbero un vero cesso), ai più recalcitranti toccava d’essere arrestati e costretti poi ad un forsennato tour de force amoroso che avrebbe ammazzato un toro. Intendiamoci: non è che i maschietti del reame fossero tutti riottosi, ché anzi al principio qualche incosciente di bocca buona aveva pure provato a farsi avanti spontaneamente. Il problema nasceva allorché le tredici aguzzine pretendevano di alternarsi tutte quante nell’alcova reale. E ciò senza conceder alcuna tregua temporale e senza neanche somministrare un ovetto fresco allo sventurato. Le arpie, quindi, una volta spolpato vivo il malcapitato di turno, lo scaricavano mezzo morto per strada non senza averlo sostituito prima con un altro “volontario”, cui riservavano il medesimo trattamento.
Insomma, una pacchia a senso unico. Ma anche la pacchia prima o poi finisce.
Ed ecco, un brutto giorno comparire, nel bel mezzo della fiera paesana, una splendida quindicenne le cui fattezze perfette non ammettevano dubbi: era bellissima (anzi, con terminologia moderna, oseremmo definirla decisamente bona). Nessuna sapeva chi fosse e donde provenisse. E del resto a chi volete che fregassero mai questi particolari? Ai maschietti compresi tra l’età della pubertà e quella della senilità sicuramente niente, visto che in blocco si misero a corteggiarla tosto (l’avverbio è malizioso, ma rende bene il concetto). Ovunque andasse la maliarda, tosto (e dalli!) le si formava dietro un codazzo di cicisbei così numeroso da far invidia ai cortei organizzati dalla CGIL, la quale per fortuna non esisteva ancora.
La regina e le sue megere, che non riuscivano più a trovar rimedio alla concupiscenza (oggi si direbbe che non battevano un chiodo), divennero allora furenti (oggi ancora, si direbbe incazzate nere). La gelosia ebbe infine il sopravvento, dato che tutti gli uomini avevano ormai occhi, mani, eccetera unicamente per la splendida creatura dai capelli d’oro. Fu decisa allora una spedizione punitiva contro l’insolente ragazzina, che aveva osato turbare lo ius primae noctis della sovrana e quello delle notti successive della sue guardie del corpo. Circondata dalle infuriate menadi (termine greco che probabilmente deriva proprio dal verbo menare), la fanciulla subì un trattamento che per sua fortuna sfiorò appena quello riservato ad Orfeo durante i famosi baccanali. Infatti finì soltanto in… prognosi riservata. La lezione voleva essere nel contempo un minaccioso segnale per i “galli” del reame, perché prospettava loro la stessa fine se non fossero tornati, altrettanto tosto, alle sane (si fa per dire) abitudini d’un tempo.
Conclusione: i “traditori”, al pari di Gianni Morandi nella nota canzonetta degli anni sessanta, preferirono far rientro alla base giurando in ginocchio che l’altra non era niente per loro. La giustizia seguì lentissimamente il suo corso, per cui quando la causa finì la sventurata fanciulla era diventata così decrepita che non la volle più nessuno. La regina si fece naturalmente riconoscere l’attenuante della “grave provocazione” ed ottenne l’assoluzione anche grazie ad un’amnistia concessasi intanto da sola. Non contenta, pretese poi un congruo risarcimento per lesa maestà, alla stessa stregua di quanto chiesto oggi dai Savoia allo Stato italiano. Infine, non avendo ottenuto un baiocco, pensò bene di mandare al rogo quella stregaccia della rivale. E da allora visse ovviamente felice e contenta.
PS: La conclusione non è quella che vi aspettavate? Beh, sarà che questo schifo di mondo moderno ha preso la mano pure a me!
Traffico
"Il traffico ha reso impossibile l'adulterio nelle ore di punta" (Ennio Flaiano)




(media: 5,00 su 5)



(media: 5,00 su 5)



(media: 5,00 su 5)



(media: 5,00 su 5)



(media: 5,00 su 5)© 2007-2011 lo Stivale Bucato • Registrazione tribunale di Roma n. 64/2007 del 2 marzo 2007 • Disclaimer e gerenza