Quindicinale satirico online   •   Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)

 

La donzelletta vien dalla cuccagna


funghi pene thumb La donzelletta vien dalla cuccagna

La donzelletta e il “fungo”

Se ai giorni nostri il sabato di un villaggio non è il massimo della goduria, immaginatevi ai tempi di Leopardi quando s’andava a letto con le galline. Il poeta ce ne tramandò il ricordo, dipingendo in versi di straordinaria efficacia alcune figure, come la “donzelletta” e “il zappatore”. Lei veniva ritratta, di ritorno dalla campagna, con “un mazzolin di rose e viole”, lui mentre fischiettava strafottente. Dal che si ricavava che erano entrambi felici e contenti. Certo, per un misantropo come Leopardi, quest’idilliaca scenetta era più che bastante a farlo schiattar d’invidia. Figuriamoci allora se andava ad indagare il recondito motivo di tanta soddisfazione. Roso dal livore, egli s’accontentò d’attribuirla sbrigativamente all’appropinquarsi della domenica.

Se non che, la faccenda dell’imminente festività sarà forse originale come trovata, ma pare un po’ superficiale come giustificazione. In verità, chi se la sentirebbe d’escludere che, tra i due personaggi, corra ad esempio un filo di sottile complicità, che non è stato colto dallo studioso? Allora chissà che adesso l’impresa di scoprir gli altarini non tocchi proprio a noi, eterni malpensanti!

Dunque, partiamo da quel dato di fatto che è il termine “donzelletta”. Di sicuro, per meritarsi d’essere chiamata così, ella doveva essere un “mix” tra l’ingenua fanciulla e la scema del villaggio. In vernacolo fiorentino la si direbbe una mezza grulla. Ma naturalmente non era colpa sua: allora non c’erano la Tv, i giornali, internet e tutti gli stramaledetti “mass media” che oggi c’inondano di informazioni. E perciò, a parte quel che raccontava la nonna sui suoi lontanissimi trascorsi giovanili, la poveretta non sapeva un’acca circa le questioni di cuore. Nessun genitore poi si sarebbe sognato di parlar neanche di sfuggita di quella “cosa orrenda” che era il sesso. A loro volta, le donzellette dovevano scoprire da sé i segreti della natura, ma rigorosamente dopo la prima notte di nozze. Prima era d’obbligo che curassero solo d’evitare “i cattivi incontri”, peraltro non meglio specificati. Insomma, tutto si concludeva così.

Ora, come s’è intuito, a detta di Leopardi la nostra “donzelletta” batteva ogni sabato la campagna. Ad immediato scanso d’equivoci, precisiamo che “la batteva” unicamente per raccogliere asparagi, cicorielle, rucola e funghi per il pranzo domenicale. E, poiché a quel tempo l’agricoltura era fiorente, ne ricavava sempre un bel “fascio dell’erba”. Inoltre, le capitava spesso d’aggiungere pure qualche “mazzolin di fiori”, che non importava se venisse o no “dalla montagna” essendo destinato ad adornare il crine e il davanzale (di casa e… quello suo). La sua vita era dunque davvero tutta “casa e chiesa”. Dunque, accadde un bel giorno che la ragazza scoprisse un ameno boschetto, stracolmo di tanti bei funghi porcini di cui era ghiotta. Da allora non lasciò passare sabato, senza fare una capatina nel querceto per raccogliere quelle prelibatezze.

A questo punto entra in scena “il zappatore”. Costui sbarcava il lunario, andando a lavorare i campi per conto altrui. Per una fatalità del destino, il suo lavoro si svolgeva proprio dalle parti in cui bazzicava l’ignara “donzelletta”. Egli l’aveva intravista qualche volta, mentre lei attraversava quel tratturo di campagna. Ed è innegabile che ci avesse fatto un pensierino, che però s’era fatto scivolare subito addosso per paura del padre e dei fratelli di lei. A quei tempi – si ricordi – era severamente vietato accostarsi “sic et simpliciter” alle verginelle. Occorreva prima passare attraverso il corteggiamento canonico, che prevedeva la presenza costante dell’intero parentado.

Ora accadde che quel fatidico sabato, poi immortalato nella poesia, facesse un caldo della malora. “Il zappatore”, bruciato dal sole a picco, ne fu a un certo punto distrutto. Pensò allora d’andarsi a rintanare giusto nel boschetto che già conosciamo. Poiché era madido di sudore, si tolse gli abiti e cercò un po’ di refrigerio tra le fresche foglie cadute sul terreno. Vinto dalla stanchezza, s’addormentò della grossa. Nell’ombra quel corpo supino finì per confondersi col sottobosco.

fungo zappatore thumb La donzelletta vien dalla cuccagna

Il “fungo” dello zappatore

Ed ecco, di lì a poco, apparire all’orizzonte la fanciulletta in cerca di qualche carnoso porcino da mettere in padella. Costei s’arrestò, allorché giunse a pochi passi… dal bell’addormentato nel bosco. Tra la penombra degli alberi, aveva infatti scorto quello che sembrava l’appetitoso cappelletto d’un porcino, che faceva capolino tra il fogliame. Provò ad estrarlo… tosto da terra, ma quello non ne volle sapere. Anzi, via via che lei lo manipolava, sembrava più abbarbicato alla base. Sulle prime, la donzelletta esitò, temendo che si trattasse d’un serpente. Poi, quando vide che non mordeva, si mise con maggior impegno a sbatacchiarlo di qua e di là per estirparlo. Tra i tanti sforzi, provò persino a ciaccarlo alla radice, ma, appena sollevò di nuovo il piede, il fungo imperterrito tornò com’era prima. Sempre più sbalordita, la “donzelletta” fu persino tentata dall’idea d’assaggiarlo, per vedere se la fatica valesse l’impresa… Poi, per fortuna, ci ripensò per non guastarlo prima del tempo.

Ma ormai aveva deciso d’averne ragione ad ogni costo. Alla lunga, però, quel “tira e molla” la ridusse in un lago di sudore. E la fanciulla perciò pensò bene di alleggerirsi degli abiti che ne impacciavano i movimenti, sicura che la zona fosse completamente deserta. Lo stranissimo duello riprese. Alla fine, tuttavia, questa surreale sfida la fece accosciar stremata per riprender fiato. Fu allora che “il zappatore”, che era rimasto immerso nel sonno più profondo ad onta di tutto quel piacevole strapazzo, si ridestò. Inutile dire come andò a finire la faccenda. Infatti, siamo costretti a farvene solo immaginare l’epilogo, non essendo questo un racconto pornografico.

Ci resta solo da aggiungere che quella sera, al rientro dei due nel villaggio, l’ignaro Leopardi nulla sospettò. E, del resto, solo un tipo davvero smaliziato avrebbe potuto mangiare la foglia, al cospetto di chi era stranamente pimpante dopo le fatiche campestri. Ed eccovi in sostanza spiegato l’apparente arcano, per cui lei era radiosa in viso e lui se la fischiettava beato. Altro che il pensiero dell’imminente domenica! La “donzelletta” infatti si ritirò felice dalla… cuccagna solo perché aveva scoperto un “porcino” decisamente più gustoso dell’omonimo fungo. Ma anche “il zappator” aveva i suoi buoni motivi per tornarsene soddisfatto dai campi.

Certo, ad attenderlo c’era una “parca mensa”, ma in quel momento lui se ne impipava ampiamente. E perciò, anziché fumarsi la classica sigaretta come si usa fare dopo quella certa “cosa”, fischiettava allegramente. Ed è qui che senza saperlo il poeta colse nel segno, pensando che egli stesse pregustando il “dì del suo riposo”. Infatti “il zappator”, dopo aver “zappato”, quel riposo se l’era abbondantemente meritato. E ne aveva ben donde, ché quell’idrovora d’una “donzelletta” prima di mollarlo l’aveva ridotto al lumicino.

V’interessa il seguito? Al prossimo… sabato del villaggio!

 

L’autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari




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