Quindicinale satirico online   •   Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)

 

La gatta sul letto…


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Divorzi

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci: la vicenda ispiratrice (con un leggero ritocco) del titolo di questo pezzo è ambientata a Lovere, ameno paese adagiato sulla sponda del lago d’Iseo. Siamo quindi distanti anni-luce dal profondo Sud degli Stati Uniti, dove Tennessee Williams ambientò negli anni cinquanta l’omonimo drammone teatrale. Però, il richiamo non è del tutto casuale giacché, anche nel nostro caso, c’è di mezzo una “gatta”. Ma qui si tratta di una gatta vera, la quale per quanto sinuosa non potrà mai gareggiare con le movenze di Elisabeth Taylor, che impersonò Maggie nel famoso film tratto dal romanzo.

Di più, quanto a drammaticità della vicenda, non ci si attenda da un paesello come Lovere l’atmosfera di sfacelo morale dei protagonisti della “piéce” del drammaturgo americano. L’unica a vedersela brutta, almeno all’inizio, è stata infatti solo la bestiola di cui s’è detto. Per restar dentro la metafora, anche il “tetto” sotto il quale viveva spensierato il micio della nostra storia (e, di riflesso, quindi, anche il letto sul cui amava ronfare) ha preso d’improvviso a “scottare”. Motivo: insanabili dissapori, scoppiati tra i suoi proprietari Il felino s’è trovato così, di botto, al centro di una causa di separazione, coniugale con l’inevitabile seguito di baruffe legali e di ripicche che queste cose in genere comportano. Ma in fin dei conti non gli era andata poi tanto male, visto che il suo iniziale affidamento al padrone di casa non lo aveva costretto al fastidio di un trasloco.

Senonché, un brutto dì, la signora alla quale l’ex marito non versava gli alimenti si è stufata di vantare solo sulla carta una sentenza di separazione a lei favorevole. Inviperita, ha proceduto allora a pignorargli tutto quel che le capitava all’unghia. Sotto i fulmini della procedura forzata è finito così malauguratamente anche il gatto del marito, assimilato per l’occasione a… un “bene mobile” pignorabile. Insomma, la signora, non contenta di aver diviso il letto coniugale, era intenzionata a dividere pure la bestia dal tetto del padrone. Probabilmente, con questo gesto la donna mirava a fare un dispetto all’uomo, ma ad andarci di mezzo sarebbe stato in realtà l’incolpevole felino. È infatti noto che i gatti sono dei pigroni sedentari e amano così poco esser sbalzati da un ambiente domestico all’altro che la filastrocca “casa mia casa mia” sembra fatta più per loro che per noi. Per il povero “Febo” (questo è il nome della bestia), in particolare, l’inopinato cambio di domicilio avrebbe potuto comportare come minimo una grave perdita di pelo ed appetito. E ciò, senza calcolare la perdita del privilegio del panorama lacustre, che, conciliando le migliori dormite, rappresentava il massimo del relax specie per un soriano sempre in cerca di un morbido divano dove stravaccarsi. Ma non va sottaciuto neppure l’aspetto psicologico della questione. Il nome “Febo”, appioppato al gatto, fa subito pensare che ci si trovi in presenza di un tipo appunto… efebico. Un po’ come il Brick del testo di Tennessee Williams.

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La gatta sul tetto che scotta

Nella trasposizione cinematografica del 1958, il bigottismo americano presentò questo tizio come un ex atleta che si era dato all’alcool e trascurava la “moglie-gatta”, per aver provocato indirettamente il suicidio del suo compagno di squadra Skipper. Il film taceva l’aspetto inconfessato del personaggio che, dietro la facciata del fusto, covava dentro di sé l’animo di un finocchio di prima grandezza. Altro che macerarsi al pensiero che Skipper fosse passato a miglior vita per il rimorso d’esser stato a letto con la focosa “moglie-gatta” del suo amico del cuore! Certo, a Paul Newman andò di lusso che le maglie censorie dell’epoca imponessero di evitare ogni riferimento alle tendenze “gay” di Rick: un vero toccasana per l’attore, che riuscì così a salvare la sua immagine di “macho” presso il suo vasto pubblico femminile. Ma chi si sentirebbe di escludere nel gatto “Febo”, visti i tempi d’oggi, la presenza di tendenze particolari camuffate magari da qualche effusione di troppo nei riguardi dei micioni di strada?

Insomma, e se per caso “gatta ci covasse”?

Crediamo proprio che il proposito di deportare il nostro micio sotto un altro tetto l’avrebbe probabilmente ridotto pelle ed ossa per il dispiacere. Per sua fortuna, è subentrato tra gli umani quel che la legge chiama “ravvedimento operoso”, il quale, se non ha portato al riavvicinamento tra i due coniugi, ha salvato almeno i nervi al loro gatto. Infatti, allorché il padrone disperato si è rivolto al servizio di conciliazione dell’AIDAA, la donna pentita è scesa a più miti consigli. Ha quindi acconsentito a lasciare la bestia sotto il tetto che già… scottava, rinunciando a prenderla con sé. E, giacché c’era, temendo che l’ex coniuge si comportasse con il gatto come con lei, si è impegnata a versargli mensilmente 25 euro per il suo sostentamento. E così “Febo”, quando tutto sembrava perduto, si è potuto assicurare un bel trattamento di pensione a vita. Senza contare poi la possibilità di una scappatella ogni tanto col primo fustaccio di passaggio.




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