Quindicinale satirico online   •   Anno IV, numero 11 (7 settembre 2010)

 

Il ranocchio col malocchio


Baciami principessa, che aspetti?

Secondo i fratelli Grimm, c’era una volta una principessa. Non una delle tante, ma una così bella che persino “il sole, che pure ha visto tante cose, si meravigliava quando le brillava in volto”. Insomma, si trattava della classica “bonazza”, sia pure d’altri tempi. Era quindi corteggiatissima, come appunto succede ad ogni “bonazza” che si rispetti. Senonché, la donzella faceva la ritrosa con tutti i pretendenti e non ne voleva sapere d’essere corteggiata.

A detta di Carl Gustav Jung, ciò proverebbe che, in fondo, non era ancora pronta ad incontrare l’uomo della sua vita. In sostanza, per costui la principessa non andava in cerca di “facili avventure”: il che significa che non le cercava neanche “difficili”. Sarà, ma, con tutto il rispetto per tanto scienziato, una domanda sorge spontanea. Come cacchio è riuscito a far stendere un personaggio da fiaba sul suo lettino da psicanalista? E ciò senza dire che, essendo così “bona”, sarebbe stato un esempio di spreco più che deprecabile. A questo punto, ci sembra che un ritorno alla favola dei Grimm sia la cosa migliore.

Stranamente, quasi fosse una tifosa di Del Piero (quello che fa “plin plin” con la minerale), alla principessa piaceva giocare a palla (e meno male che abbiamo deciso di tralasciare Jung, sennò chissà che cavolo s’inventava ancora!). Ovviamente, essendo un’altezza reale, la palla non poteva che essere alla sua… altezza, sempre reale, e cioè d’oro massiccio. Altrettanto ovvio che, a causa del peso, la ragazza non riuscisse né a palleggiare, né a fare i dribbling, né a tirare in porta. Si contentava quindi di passarsela da una manina all’altra, col rischio di farsela finir invariabilmente sui calli ogni volta che le sfuggiva. Ad onta di questi incidenti di percorso, era però una cosa sola con quel trastullo e non se ne distaccava mai. Or dunque, un bel dì (in ogni fiaba, “un bel dì” non manca mai!), si trovava presso una sorgente con l’immancabile palla in mano. Purtroppo, ad un suo gesto malaccorto, la sfera finì nell’acqua.

Quando, la fanciulla s’accorse che non c’era nessuno in giro che potesse tuffarsi per recuperarla, eruppe in un pianto disperato. A quegli strazianti singhiozzi sbucò allora dai flutti un grosso ranocchio, che – senza stare a farla lunga (tanto la faccenda s’è risaputa da un pezzo!) – era un uomo trasformato in bestia. Veramente, non s’è mai saputo che c… avesse combinato per meritarsi quella triste fine. Comunque, la cosa non è così strana, dato che ci sono altre fiabe che raccontano storie analoghe, come “la Bella e la Bestia”.

Ora, dal celebre motivetto di “My fair lady” sappiamo bene che “la rana in Spagna gracida in campagna”. Nel nostro caso, però, forse per il fatto che non era in Spagna ma in un altro posto, il batrace non gracidava ma parlava. E non solo parlava, ma la sapeva pure lunga. Infatti, si offrì di recuperare quell’aggeggio dal fondo. In cambio, tuttavia, pretese d’andarsene a stare a scrocco a casa della principessa (e chiamatelo fesso!); lì però ogni suo desiderio doveva esser esaudito. La ragazza accettò immediatamente. Tanto, era più che sicura che mancavano le condizioni minime di legge per rispettare un patto con un animale.

La principessa e il ranocchio col malocchio

Recuperata dunque la palla, la principessa raggiante fece ritorno alla reggia. Se non che, il giorno dopo, mentre tutta la corte era a tavola, ecco presentarsi il ranocchio a pretendere la ricompensa concordata. La principessa provò a scacciarlo, ma il re da perfetto signore pretese che l’imbroglioncella rispettasse la parola. La bestia fu quindi esaudita in tutto. La si fece accomodare a tavola, mangiare nel piatto della principessa ed infine accomodare in camera da letto. Nell’alcova, però, non era ancora finita. Infatti, la rana pretese di stravaccarsi addirittura nel letto con la principessa. Sin lì la fanciulla aveva obbedito controvoglia agli ordini del padre. Ma, ora ch’era sola, di fronte ad un simile sfrontato, dimenticò il “bon ton” e lo mandò di filato a cagare.

E, alla fine, visto che l’altro insisteva, perse del tutto la pazienza e lo sbatté al muro con una pedata (secondo una versione più edulcorata, invece, gli appioppò un bacio che ci sembra del tutto improbabile). Comunque sia, avvenne allora l’(in)attesa trasformazione da ranocchio in essere umano. Purtroppo, non si trattava del bel principe azzurro, sogno d’ogni fanciulla. Al contrario, il tizio che apparve era un tipo piuttosto insignificante e bruttarello. Anzi, ad un più attento esame, risultava proprio racchio. E non aveva neanche il blasone a conferirgli un minimo di fascino! Nella realtà, era un poveraccio che di mestiere faceva il palombaro e che, essendo iellato dalla nascita, era rimasto pure vittima di quello strano maleficio. Il suo precedente mestiere comunque spiega la trasformazione in una rana: non per nulla i sommozzatori son detti… “uomini-rana”.

Superata la sorpresa, la ragazza si fece spiegare come fosse andata tutta la faccenda. Seppe così che la famosa “Sirenetta” s’era rivolta alla “Strega del mare”, perché quel sommozzatore faceva continue razzie tra i pesciolini amici suoi. Le aveva chiesto quindi d’attivare i suoi poteri malefici, per porre fine a quel massacro. In cambio, le aveva offerto solo i “monti” (tanto, i “mari” ce li aveva già!), ma erano bastati. La principessa ascoltò sino alla fine il racconto dell’uomo, squadrandolo sempre dall’alto in basso e trovandolo via via più rozzo ed antipatico. A quel punto, l’individuo la pretese addirittura in sposa. Ovviamente, ci fu bisogno di tutta l’autorità paterna affinché la sventurata cedesse. A completar l’opera, alla prima notte, poi, accadde l’irreparabile. Lui ammise candidamente d’essere gay! L’amara verità era che voleva solo sistemarsi per sempre con quel matrimonio insperato.

Passato il primo momento di sgomento, la fanciulla s’immalinconì al punto da non palleggiare più. Si malediceva tra le lacrime d’aver respinto tanti aspiranti, per finire alla fine con un ranocchio col malocchio e persino finocchio. Per giunta, sapeva di altre sue colleghe meno belle che, allo svanir dei sortilegi più strani, avevano incontrato dei principi azzurri bellissimi e con tanto di “attributi”. Possibile che a lei fosse toccato invece un simile cesso? Pian piano, però, si fece forza e riuscì a vincere la disperazione. Fatto quel primo passo, cominciò a meditare come uscir da quella brutta situazione. Alla fine, la soluzione migliore le parve quella del “chiodo schiaccia chiodo”. Cercò, riprovò, pazientò.

Finalmente, dopo diversi tentativi, riuscì a mettersi in qualche modo in contatto anche lei con la “Strega del mare”. Le spiegò il fattaccio e le offrì tutto quel che voleva. La megera, avendo già “mari” e “monti”, ci pensò a lungo finché l’ingordigia prese il sopravvento. E allora volle possedere anche colli, colline e valli dell’intero reame, anche se non sapeva che farsene, visto che viveva sott’acqua. In cambio, però, la principessa avrebbe ottenuto di liberarsi finalmente da quello sposo tanto odioso. L’accordo dunque si concluse. E così, appena la fattura fu lanciata, lo sventurato si trovò ridotto ancora in ranocchio. Ma, stavolta, la principessa non volle correr rischi. Chiamò all’istante il cuoco e gli ordinò per pranzo un bel… piatto di coscette di rana!

 

L’autore è il dirigente del Giudice di Pace di Bari




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