Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
Atena (o Minerva, che ne è la versione italica), stando ai greci e ai romani antichi, era la “dea della sapienza”. Doveva questa fama al fatto d’esser stata tenuta a battesimo nientemeno che da Zeus. Anzi, per esser più precisi, dal capoccione di Zeus, da cui era schizzata fuori un bel dì, tra uno strepitio di lampi e saette. C’è però da pensare che questa origine, degna più d’una piedigrotta folkloristica che di un parto classico, le abbia lasciato un’impronta indelebile plasmandole il bel caratterino. La giovinetta conservò infatti sempre sia la forza intellettuale, che le veniva dalla gestazione nel cervello del padre degli dei, sia quella guerresca della nascita (non per niente era saltata fuori dalle meningi, armata di tutto punto).
Fu un mezzo maschiaccio, tanto che fece fuori una sua amichetta di nome Pallade mentre giocava con lei alla guerra. Pure da adulta si dimostrò un osso duro, specie se doveva difendere la sua verginità. Scorticò infatti vivo il gigante Pallante, che voleva prendersi qualche passaggio di troppo. Quasi fosse una maniaca di un film di Dario Argento, arrivò poi a strappargli le ali per attaccarsele alle caviglie (s’ignora se la bisbetica fanciulla si sia limitata solo a questo tipo di gingilli, ma visto il tipetto non ci giureremmo). Pur essendo la divinità della ragione, perdeva invariabilmente quest’ultima tutte le volte che le giravano le scatole. E allora era capace di sollevare l’intera Sicilia pur d’immobilizzarvi sotto un rompiscatole come Encelado. Neanche l’ingrifato dio Efesto (alias Vulcano) ce la fece ad avere il sopravvento sulla recalcitrante verginella.
Eppure una volta era riuscito – lui che era sciancato – a placcarla in un angolo dopo un affannoso inseguimento. Il suo mancato sospirato accoppiamento riuscì a realizzare alla fine soltanto il primo “coitus interruptus” che sia stato registrato dagli annali di tutti i tempi. In seguito, i Romani presero questa dea “cazzuta” in carico nel loro Olimpo Quirino, dedicandole appunto il palladio. Messa in soffitta dal cristianesimo, Pallade Atena tornò in auge nel medioevo, quando per renderle omaggio le nascenti Università presero l’appellativo di Atenei. E la civettuola università capitolina ci aggiunse pure una puntualizzazione, autodefinendosi “La Sapienza”. Da allora gli atenei italiani hanno marciato all’ombra rassicurante di questa “dea dagli occhi glauchi”, promossa protettrice di lettere, arti e professioni. Lo stesso termine “cultura” è stato da quell’istante abbinato indissolubilmente al mondo accademico come luogo deputato agli studi e alla ricerca. Il mito insomma s’è incarnato nel sapere scientifico.
Ma anche al mito tocca prima o poi fare i conti con la modernità. E quello della seriosità dell’ambiente universitario non ha fatto eccezione, andando a carte quarantotto alla prima occasione. Nella conseguente caduta c’è andata di mezzo pure la povera Atena, che ne costituiva il faro.
Il fattaccio è accaduto appunto alla “Sapienza” di Roma in occasione del suo 706° anno di fondazione. Incredibilmente, a far crollare questo simbolo ci ha pensato non uno scalzacane di passaggio, ma la massima autorità accademica. Ci riferiamo al chiarissimo neo-rettore Luigi Frati. Costui a un certo punto dell’inaugurazione dell’anno accademico è stato costretto a battere in ritirata con l’intero corpo baronale da una masnada di studenti contestatori. Prima però, da buon docente impegnato, ha creduto suo dovere fare la sua brava sparata quotidiana contro il governo Berlusconi. All’inizio della sua prolusione, alludendo ai tagli alle sovvenzioni statali che incombono sulle Università più spendaccione, se l’é presa con lo “scalone finanziario del 2010” voluto dall’Unione Europea. Ma subito dopo ha aggiustato il tiro per invitare Tremonti ad “allentare i quattrini”. E, non ancora soddisfatto, gli ha intimato pure di operare i temutissimi tagli “da un’altra parte”. “E che non rompa le palle a me”, ha concluso minaccioso. Insomma, una specie di aristotelico ipse dixit.
Ora che un rettore, per quanto “neo”, usi un linguaggio da bettola è un segno malinconico dei bei tempi che corrono. Ma che una pubblica autorità, nell’esercizio delle sue funzioni, dia tranquillamente del “rompicoglioni” ad un ministro che per legge sta ai vertici dello Stato ci sembra il massimo. Tra l’altro, ci sovviene che ogni rettore d’università ha sempre beneficiato del deferente appellativo di “Magnifico”. Il professor Frati ha però mostrato nell’occasione un livello culturale che tanto “magnifico” non sembra. Certe battutacce non dovrebbero fiorire sulla bocca di una persona deputata tra l’altro ad istruire il prossimo, a meno che non insegni giusto… il vernacoliere. A questo punto, la cosa appare davvero in tutta la sua enormità. A scusante del neo-rettore “sapientino”, ci vien allora da pensare che egli sia poco ferrato in mitologia antica. Vuoi vedere che il nostro Magnifico ha fatto confusione tra “Pallade Atena” e “palle del Rettore”?
L’autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari
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