Quindicinale satirico online   •   Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)

 

Lei non sa chi sono io!


arroganza thumb Lei non sa chi sono io!

100% arroganza

Il signor Tumistufi, poiché faceva lo chef, si piccava d’essere una… pasta d’uomo. Aveva invece un gravissimo difetto: era arrogante al 100% e, se possibile, ancora di più. Naturalmente, in quel mestiere, anche ai più bravi non sempre le ciambelle riescono col buco. Il Nostro però era così pieno di sé da non ammettere il contraddittorio. E allora a chiunque ardisse contestarne qualche pietanza sbatteva sul muso la classica espressione “Lei non sa chi sono io!”. Alludeva cioè con spocchia al fatto di saperci davvero fare coi fornelli. E, sotto questo profilo, quel modo di dire non pareva del tutto fuori posto.

Col tempo, però, essendosi fatto strada nella ristorazione, egli si comprò il titolo di commendatore. Di riflesso, pure la ricordata espressione assunse sulla sua bocca un connotato diverso. Da buon cafone arricchito, il neo-commendatore brigò poi per sposare una rampolla di aristocratica ascendenza. Fu felice di trovarne una della nobile, ma decadente, famiglia dei Casseruola che gli ricordava le origini. Da allora, ovviamente, le sue arie aumentarono a dismisura. E l’espressione da lui prediletta divenne un biglietto da visita da sbandierare dovunque, non solo nei salotti. In pratica, bastava una minima contraddizione per sentirgli sfoderare quella benedetta frase, atta ad incutere timore al prossimo. Il poveraccio naturalmente ignorava che la gente, stufa della sua tracotanza, lo derideva alle spalle come il signor “Tumistufi in Casseruola”.

Un brutto (per lui) giorno, il bellimbusto morì. Alla pari di chiunque altro, gli sarebbe toccato presentarsi alle porte dell’aldilà con la massima umiltà. Ed invece neppure la morte riuscì ad indurlo a meditare sulla caducità umana. Arrivò infatti al cospetto dell’Altissimo, senza aver dismesso le sue fisime. Per giunta, capitò quel giorno un afflusso straordinario di anime dalla Terra, tanto che di rinforzo a San Pietro dovettero chiamare d’urgenza anche Giobbe. Costui era, tra i santi, quello che poteva affrontare con la dovuta pazienza quell’interminabile calca che premeva alle porte. Naturalmente, l’altezzoso Tumistufi contribuì al marasma generale, urlando a ogni pié sospinto la frase “Lei non sa chi sono io!”.

In tal modo, il nostro commendatore cercava di passare avanti a tutti, per farsi giudicare prima. E, anche quando la faccenda suscitò le giuste rimostranze degli altri, il Nostro continuò imperterrito a provocare chiunque gli stesse avanti. Presero a volare improperi da ogni dove contro quell’arrogante, che si comportava ancora come da vivo. Alla lunga, successe il finimondo e si sfiorò il linciaggio. Per il Paradiso era davvero troppo. Giobbe provò più volte a riportare ordine con la sua flemma. Alla fine, poiché non cavò un ragno dal buco, s’incavolò a ciuccio pure lui (rectius: perse la proverbiale pazienza). Attese allora al varco quell’animale.

inferno merda thumb Lei non sa chi sono io!

Legge del contrappasso

Giunse dunque il turno del nostro rompiscatole. Già di per sé l’arroganza era un peccato grave, ma, se era spinta al paradosso come nel caso di Tumistufi, diventava imperdonabile. In più, stavolta essa aveva prodotto un mezzo quarantotto in un luogo serafico per definizione. Più di così…! Il misero commendatore non aveva dunque scampo. Giudicato per direttissima, venne spedito dove meritava a furia di pedate nel didietro. Inutile dire che Tumistufi sbraitò per tutto il tempo, accampando d’essere quella specie di mammasantissima che reputava d’essere. Comunque, l’arcangelo che lo trascinava in giù non si lasciò intimorire dalla solita frase, che l’altro gli spiattellava nei timpani. E così l’ex-cuoco venne consegnato senza riguardi al… domicilio di destinazione. L’accoglienza fu indubbiamente “degna” di tanto personaggio. C’era a riceverlo nientemeno che Belzebù in persona, messo in preallarme dalle alte sfere.

Ebbene, si sa che da quelle parti vige la famosa legge dantesca del “contrapasso”. Come s’è detto, con la sua prosopopea il commendatore aveva creato un putiferio capace di paralizzare l’afflusso d’anime al Paradiso. Ergo, doveva scontare una pena ispirata all’inesorabile principio del taglione. Fu perciò spedito seduta stante a sbrogliare il traffico al centro dell’abisso, manco fosse un vigile urbano. Con diabolica cattiveria, nessuno però l’avvertì che all’Inferno le regole non contano. Tanto per cominciare, la destra non si dà a nessuno (d’altro canto, non si dice che la sinistra appartiene al diavolo?). In queste condizioni, gli incidenti sono all’ordine… della notte (lì sotto, il giorno non sanno manco cos’è!). E naturalmente ognuno corre pure come un… dannato: sorpassi da destra, soste in curva o in galleria, passi carrabili bloccati. Insomma, un vero inferno. Immaginate Napoli nelle ore di punta? Un Eden al confronto! Ma sentite cosa accadde allora.

L’ignaro commendatore prese a fischiare tutte le infrazioni che il nostro codice della strada persegue. Lo credereste? Ad ogni fischio, i centauri di turno si fermavano. Ma lo facevano unicamente per contestare in modo inurbano la contravvenzione. Era pressoché scontato che, alla fine, Tumistufi sbottasse nel solito “Lei non sa ecc ecc:”. Se non che, inevitabilmente, a quelle parole ogni dannato si girava e “col cul facea trombetta”, per sbeffeggiarlo. Ne nacque ogni santa (rectius: dannata) volta un alterco furioso. Con la conseguenza di far finire definitivamente in tilt il traffico, che era già iper-congestionato dal disordine del diavolo normalmente imperante.

Dopo un po’, Satanasso lo venne a sapere e si precipitò dal rompiscatole con un…diavolo per capello. Lo affrontò a muso duro, ma quell’atteggiamento irato spronò l’altro a tirar fuori la frase che gli era così cara. “Ah, sì? E chi diavolo saresti?”, gli rispose stizzito il re delle tenebre. Si accese una lite così terribile che a stento i due vennero divisi prima che si scornassero (e non si tratta d’un modo di dire, perché sulla fronte di entrambi figuravano due corna grosse come una capanna). Al termine, Lucifero tornò nelle sue stanze deciso a dare una lezione definitiva al provocatore. Poiché era d’obbligo rispettare la maledetta legge del “contrapasso”, ci dovette pensare su a lungo. Alla fine trovò che il luogo più conforme a questa legge era la Bolgia in cui i dannati stavano immersi nello sterco. Infatti, uno che aveva la cosiddetta “puzza al naso” cos’altro poteva aspettarsi dalla vita (rectius: dalla morte)?

Tumistufi finì dunque a mollo per sempre in quella lurida cloaca. Si trattava d’un carnaio, in cui ognuno era costretto a nuotare senza posa per non finire sotto. Era peraltro inevitabile che, ogni tanto, un poveraccio s’appoggiasse ad un altro per prendere fiato, facendolo però sprofondare. Incredibilmente, pure in quei frangenti, il nostro commendatore restò imperturbabile nella sua alterigia. Infatti, appena qualcuno lo sfiorava rischiando di mandarlo in apnea, l’allontanava subito con la solita frase sprezzante e minacciosa. Ovviamente, ripetuta per l’eternità, quell’espressione finì per divenire un incubo addirittura peggiore della pena stessa. Alla fine, si decise di farla finita. Fu trovato un killer, che lo provocò a dovere poggiandosi ripetutamente su di lui. “Lei non sa…glu glu…chi sono io…glu glu…”, protestò il commendatore. “A lume di… naso, – gli rispose l’altro – un vero puzzone!”. E l’affondò una volta per tutte.

Ed è questa la ragione per cui, se c’imbattiamo in un tipo come il commendatore, ci vien subito da pensare: “Ma vedi che pieno di…!”.

 

 

L’autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari




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