Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
Tremila anni fa (‘na cifra!, direbbero a Roma), molte popolazioni conducevano una vita nomade, così inevitabilmente finivano spesso per pestarsi i piedi a vicenda. Accadde una volta che, in una certa zona del Medio Oriente, si concentrasse più gente che pulci su un cane rognoso. Effettivamente stavano tutti là: Filistei, Sadducei, Gebusei, Maccabei e persino Scarabei (che non erano una tribù, ma c’erano lo stesso). Insomma, mancava solo la tribù dei Cazzimiei, che per il suo carattere schivo preferì starsene fuori dal circuito della storia, un po’ come gli Svizzeri.
Un giorno, una donna creduta sterile partorì misteriosamente un pargoletto. Per la vergogna il marito dileguossi con scarsa eleganza. Era infatti quella la prova sputata che lo sterile era lui, anche se aveva sempre incolpato la povera moglie. Purtroppo, neanche il vero padre volle svelarsi. Aveva paura (chiamatelo fesso!) della “Legge del taglione”, che prevedeva appunto il taglio della… parte colpevole. Il ragazzino finì così consacrato al Dio della tribù.
Poiché, a causa di questa consacrazione, non doveva mai radersi i capelli, risultò in pratica il primo “capellone” d’ogni tempo, in anticipo pure sui Beatles. In cambio, proprio il suo Dio gli dette una forza da Superman. Tuttavia, c’era un problema: sarebbe bastata una semplice spuntatina alla chioma, per farlo cadere in debolezza. Figuratevi se fosse diventato calvo! Era quindi già una fortuna che nella zona non ci fossero i pellerossa di Toro Seduto a scotennarlo.
Comunque, per evitare persino il rischio della forfora, fu giocoforza per lui ricorrere a continue lozioni di shampoo al catrame: ci rimise così un capitale. Di più, appena nato, il marmocchio manifestò pure una gran fame arretrata, perciò fu chiamato “Pansone”, che nel gergo locale significava “Colui che mangia a quattro ganasce”. Per un difetto di pronunzia, fu però detto “Sansone”, che sempre nel gergo locale non voleva dire un cavolo.
Il giovane venne su sulla scia della madre. Ebbe, quindi, sempre un debole per l’altro sesso: bastava che una gli facesse gli occhi dolci che lui partiva in quarta. A quel tempo le filistee avevano fama di essere le donne più zoccole di tutta la regione. A quanto si racconta la davano a prezzi di realizzo e cioè per quattro datteri più mezzo fico secco a botta. A quelle tariffe, ovviamente, Sansone prese a passar le giornate con loro. Sede preferita delle sue gozzoviglie fu la famosa “Striscia (la notizia) di Gaza”. Ed è appunto lì che combinò tutte le “gazate” che diremo.
Viste le frequentazioni, era inevitabile che a un certo punto venisse abbindolato dalla filistea più dritta. Sansone le portò allora come regalo di nozze le palle di un leone (per una svista, le fonti parlano invece di una “pelle”). La povera fiera, non sapendo con chi aveva a che fare, l’aveva assalito per strada. Casualmente, al termine della furiosa lotta, l’uomo s’era ritrovato gli zebedei della bestia in mano. Fortuna o no, sta di fatto che per quel dono insolito egli divenne l’idolo delle fanciulle, delle matrone e di ogni mignotta che si rispetti. I filistei, resi gelosi di tanto successo, gli tesero allora parecchie trappole.
Essendo però Sansone un gran figlio di buona donna come s’è detto, non ci cascò mai. Alla fine, anzi, perse la pazienza. Un giorno che aveva un diavolo per… capello, ne sterminò più di mille a colpi di mascella d’asino; un’altra volta sguinzagliò tra i loro campi di grano alcuni sciacalli. Prima però aveva infilato una fiaccola accesa in un buco del loro corpo, che vi lasciamo immaginare. Infine sradicò la porta del villaggio e se la portò sulle spalle in cima a un monte, per farvi un rifugio alpino del Cai. I suoi nemici disperati assoldarono allora una bellissima filistea, significativamente appellata “Dagliela”.
Con siffatta premessa, inevitabilmente Sansone se ne invaghì alla follia. Quando lo vide cotto a puntino, la filona gli chiese quale fosse il segreto della sua forza smisurata. Dinanzi alle sue insistenze egli sulle prime la fuorviò con dei giochetti di parole. Alla terza fregatura, tuttavia, lei capì l’antifona e gli pose l’ultimatum: se non le svelava il mistero, poteva scordarsi che lei gliela “desse” come il suo invitante nome prometteva. Per invogliarlo ulteriormente a cedere, lo fece mangiare e bere a crepapelle. Sansone, infine, s’arrese, rivelò l’arcano e s’addormentò poi come un angioletto tra le braccia di lei.
Al risveglio, però, si ritrovò pelato come un naziskin: durante il sonno, Dagliela aveva chiamato il famoso “Figaro qua, Figaro là”. Il “barbiere di qualità” dei filistei lo tosò per benino, al punto che con tutti quei capelli riempì tre cuscini e un materasso. Al sopraggiungere dei suoi nemici, Sansone era ovviamente così ammosciato da non potersi alzar manco dal letto. Ebbe appena il tempo di dire: “Che me possino cecà!” che fu subito accontentato. Venne quindi trascinato in prigione ed incatenato alla macina. Per umiliarlo, i filistei gli fecero prendere il posto dell’asino, che non riusciva più a mangiare dacché gli era stata sottratta la famosa mascella.
Passarono così i mesi. I capelli ricominciarono a crescere. Nessuno tuttavia ci fece caso, anche perché là sotto al buio non si vedeva un tubo. Coi capelli era cresciuta pure la trippa, a causa del pastone che gli davano. Venne infine il giorno della festa di “Belin”, una divinità pagana esportata lì dai mercanti genovesi. Per divertirsi un po’ i filistei fecero portare nell’arena il misero Sansone. Il poveraccio quel dì aveva le coliche per via della cattiva alimentazione. Essendo stato accecato, egli disse: “Datemi almeno una guida”.
La folla si mise allora a gridare al re: “Dagliela, dagliela!”. Il re, avendo equivocato, fece chiamare allora la traditrice Dagliela. Sansone a quel punto la pregò di condurlo sotto il porticato, per espletare un bisognino. Accontentato, appoggiò la voluminosa pancia ad una colonna quasi a cercar sollievo. A causa dei forti dolori di pancia, cominciò a strofinarvisi furiosamente contro. Poi, di colpo, esacerbato gridò: “Muoio Pansone: colpa dei filistei!”. Si meravigliò d’essere riuscito finalmente a dire il proprio nome in maniera esatta. Ma fu la prima ed ultima volta. Ché, a furia di strofinarsi con la sua forza erculea, venne giù l’intero condominio. E lui ci rimase sotto, ivi inclusa la zazzera.
L’autore è il dirigente del Giudice di Pace di Bari
Capelli
"L'unica cosa che arresta la caduta dei capelli è il pavimento" (Maurizio Costanzo)




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