Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
“Sia lode ai finocchi!”, diciamolo subito e togliamoci il pensiero. Così non ci dovremo poi scusare con una di quelle agguerrite associazioni di lesbiche e gay che, se ti beccano, te lo fanno così.
Premettiamo, a scanso d’equivoci (e di querele), che non ce l’abbiamo affatto con questo genere di persone per quello che sono e fanno nell’intimità. Siamo infatti rispettosamente proni al motto latino “de gustibus non est disputandum”, compreso il “gusto” dianzi pudicamente adombrato. Abbiamo invece parecchie riserve per il caso in cui si volessero mettere sguaiatamente in piazza i cosiddetti “panni sporchi”. Alle faccenduole che riguardano il sesso riteniamo, infatti, che si addica esclusivamente la sede privata.
Se non che la società odierna marcia ormai in tutt’altra direzione, avendo perso il senso del limite oltre che del pudore. Segue senza batter ciglio certe parole d’ordine di tipo sessantottesco (ma meglio sarebbe aggiungerci un’ulteriore cifra, dato l’argomento!), entrate in voga negli ultimi tempi. L’imperativo è infatti la liberazione ad ogni costo dai famigerati tabù sessuali, da cui secondo Freud ci saremmo tutti afflitti. E ciò nel nome non tanto della libertà personale di cui nessuno in realtà s’impipa, quanto della più volgare spettacolarizzazione della vita intima.
Ecco allora divi, attricette e gente di spettacolo sfilare di continuo davanti ai “mass media”, per spiattellare con la massima faccia tosta le proprie faccende dove l’alcova la fa da padrona assoluta. Da un pezzo, poi, va alla grande quello che, primo fra tutti, Giuseppe Prezzolini definì finocchio e che oggi è detto vezzosamente gay. Da qualche tempo siamo letteralmente sottoposti ad un vero e proprio bombardamento, che ci vuol convincere a tutti i costi che è “normale essere anormali”. Nessuno s’accorge che gli spettatori di certe trasmissioni nutrono solo una sorta di morbosa attenzione verso chi, in altri tempi, sarebbe stato considerato un fenomeno da psicanalisi. Anzi, un po’ tutti fanno a gara per mostrare un’untuosa e persino ipocrita tolleranza verso il mondo dei “diversi” (eufemismo che, in omaggio al “politicamente corretto”, vedrete che prima o poi verrà applicato solo ai…normali).
La moda è divenuta dilagante al punto che davanti a lei s’è dovuto inchinare persino il leggendario Far West, fatto per antonomasia da uomini rudi che più rudi non si poteva. Basti ricordare che il cinema americano col recente film “Brokeback mountain” ha messo in circolazione la “love story” di due mandriani. Insomma, Eurialo e Niso rispolverati in chiave moderna: roba da far sobbalzare le ossa di John Wayne e di Gary Cooper. Ma chi ce la sta mettendo tutta, qui da noi, è la televisione. E stavolta non c’entra il solito Biscione del Berlusca, perché il (de)merito è tutto di Mamma Rai.
Da qualche settimana, in prima serata, va infatti in onda una fiction dal titolo “Tutti pazzi per amore”, che stiamo seguendo per la curiosità di vedere all’opera Emilio Solfrizzi, già beniamino del pubblico barese con l’esilarante “Maria cozza depurata”. Ebbene, il soggettista del programma Ivan Cotroneo si è vantato su “Repubblica” di aver voluto “parlare dell’amore in tutte le sue forme”. Le quali però – diciamolo subito – non sono quelle del Kamasutra classico, dove l’uomo e la donna una ne fanno e cento ne pensano.
Riassumiamo i fatti. Uno dei tanti personaggi è un tizio, divorziato dalla donna di cui Solfrizzi s’innamora. L’ex marito, dopo aver fatto con lei due figli, se n’è pentito così amaramente da passare sull’altra sponda prima di far le valigie. E fin qui sono cavoli (stava per scapparci la parolaccia) suoi. Ma ad un tratto, chissà perché, decide di riapparire, quando il figlio più grande è ormai adolescente e ha già un bel po’ di problemi legati all’età, complicati dal fatto che è un secchione decisamente stronzetto. Ebbene, questo padre a dir poco superficiale pretende che il giovane sia di vedute tanto larghe da accettare senza traumi l’idea d’avere un genitore, che ha cambiato radicalmente gusti sulle donne. E, non contento, costui ha pure il coraggio di presentargli il suo amichetto americano, che si chiama Peter. A questo punto, a causa di uno scatto di rabbia dell’introverso ragazzino, l’amichetto di papà finisce in ospedale con un bel trauma cranico.
Peccato però che questa sorte non tocchi al quel casinista di genitore moderno, che se ne va in giro a combinare questo genere di guai, anziché andarsene per sempre là dove piace a lui. Ma, a parte l’incidente di percorso toccato al povero Peter, quel che qui ci preme sottolineare è l’equivocità del titolo della fiction, che vorrebbe “tutti pazzi per amore”. Proprio “tutti”? Ebbene sia! Ma allora, se l’amore deve esser cieco in tutti i sensi, perché non modificare il titolo della fiction in “Tutti pazzi per …(indovinate)”? E lo diciamo non perché siamo prevenuti, ma giusto per non farci infinocchiare.
*L’autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari
Questioni
"Se il potere logora chi non ce l'ha, il denaro usura gli usurai?" (Lino Giusti)




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