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	<title>lo Stivale Bucato &#187; lo Stivale Bucato » Archivio: Amici (non di Maria!)</title>
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	<description>Quindicinale satirico online</description>
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		<title>Memorie dall’oltretomba</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 09:30:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amici (non di Maria!)]]></category>
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		<category><![CDATA[Anno V numero 17]]></category>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero17/mussolini_home2.jpg" align="left">Un dialogo surreale tra Benito Mussolini e Gheddafi sulla politica italiana<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/secessione/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Secessione</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><b><i>Un dialogo surreale tra Benito Mussolini e Gheddafi sulla politica italiana e sul cambiamento dei tempi</b></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero17/mussolini_big.jpg" rel="lightbox[Musso]" title="Memorie dall’oltretomba"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero17/mussolini_thumb.jpg" title="Memorie dall’oltretomba" alt="mussolini thumb Memorie dall’oltretomba" /></a><br />
<h6>Memorie dall’oltretomba<br /></h6>
</div>
<div>
<p><b>Gheddafi: &#8211; Non ci si vede un tubo. Ma, altolà! Chi vive nelle nebbie dell’oltretomba?</b><br />
Duce: &#8211; Qui purtroppo non vive nessuno. Siamo tutti trapassati.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Ah, già! che non mi sono ancora abituato all’idea. Mi è capitato tutto così in fretta, tra cattura, linciaggio e ammazzamento.</b><br />
Duce: &#8211; Ti capisco, essendo toccata la stessa cosa anche a me. E poi, dopo Piazzale Loreto, hanno raccontato di tutto per confondere le acque. Si son persino inventati che a Giulino di Mezzegra tremavo di paura di fronte al mitra di Valerio.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; È  quasi quel che è stato raccontato di me dopo la mia morte. Ma dimmi: tu chi sei?</b><br />
Duce: &#8211; Ero Benito Mussolini.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Il dittatore?</b><br />
Duce: &#8211; Beh, è il mestiere che hai esercitato anche tu, sia pur per il doppio del tempo rispetto a me.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; A me però tutto il popolo ha dimostrato sempre amore, almeno prima del crollo.</b><br />
Duce: &#8211; E lo racconti a me, che fino a quel maledetto 25 luglio del ’43 vedevo le adunate oceaniche!</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; E che dici dei miei fedelissimi e delle soldatesse? Fino a Sirte mi son rimasti accanto con coraggio. Eppure, le TV occidentali li hanno etichettati come volgari “mercenari”.</b><br />
Duce:- Ai miei ragazzini e alle ausiliarie, che s’immolarono a Salò in una guerra già persa, hanno detto e fatto infamie peggiori. E tutto per colpa di un re fellone, che avevo fatto diventare imperatore dei miei stivali.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Era di sicuro della stessa risma del re Idris, che aveva venduto la Libia agli occidentali e che nel 1969 ho cacciato a calci nel sedere.</b><br />
Duce: &#8211; Calci, che avrei dovuto dare anch’io a “Sciaboletta” dopo la marcia su Roma. E invece mi son coltivato la serpe in seno per tutto il Ventennio.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Mi avevano sempre raccontato che avevi tolto la libertà e confesso d’averci creduto.</b><br />
Duce: &#8211; E’ quanto hanno detto e diranno pure di te. Comunque, la libertà, come la intendevano costoro, era unicamente quella di far dipendere l’Italia dalle democrazie plutocratiche e reazionarie. </p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; È quanto toccherà ora alla mia terra, che finirà in balia di un governo fantoccio e venduto ai governi occidentali. Eppure, fino a pochi mesi fa, molti statisti mi omaggiavano e qualcuno m’ha fatto persino il baciamano.</b><br />
Duce: &#8211; Ti avrebbero baciato ben altro. Non ricordarmi le sviolinate che hanno fatto a me! C’era addirittura un certo Churchill, che batteva tutti gli adulatori stranieri chiamandomi “Dear Benito”.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; E con la stessa confidenza m’ha chiamato di recente l’ex capo del governo italiano, quando mi ha accolto da amicone a Roma. E io ho abboccato. Pensa che, anche mentre mi bombardava, gli ho mantenuto l’amicizia, chiamandolo  “Caro Silvio” in una lettera.</b><br />
Duce: &#8211; Il fatto, amico caro, è che di fronte agli interessi economici le democrazie non hanno mai guardato in faccia nessuno.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Debbo convenire. Pensa: in Libia c’erano di mezzo petrolio e gas. Avendoli io nazionalizzati, le multinazionali sfruttatrici se la son legata al dito per farmela pagare.</b><br />
Duce: &#8211; E pensare che ai tempi miei quello “scatolone di sabbia” non mi ha fruttato un fico secco! Insomma, sembrava un peso morto nel deserto, lasciatomi in eredità dall’Italietta di Giolitti.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Scusami, ma come colonialisti voi italiani siete stati dei veri minchioni. Dovevate prendere esempio dagli altri, inglesi in testa. In Africa, non solo non ci avete guadagnato un cavolo, ma debbo ammettere che ci avete pure rimesso l’osso del collo costruendo strade e acquedotti.</b><br />
Duce: &#8211; Io vi portavo la civiltà di Roma.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Oggi invece ci avete portato quella di Sarkosy &#038; C., e cioé a suon di bombe intelligenti.</b><br />
Duce: &#8211; Mi dissocio da queste porcate, ammantate con la scusa buona per i gonzi dei civili da salvare. Comunque, mi risulta che a premere per la guerra sono stati quei dannati cuginastri d’oltralpe. D&#8217;altronde, anche ai miei tempi i francesi lasciarono un bel ricordino in Ciociaria alle nostre povere contadine. La scusa anche allora era quella di portare la libertà ai popoli.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; E ora che fine farà Tripoli “bel suol d’amore”?</b><br />
Duce: &#8211; Farà la fine degli altri paesi finiti nel mirino dei “liberatori”. Costoro illuderanno gli allocchi con le cosiddette libertà da esportazione. Il risultato dell’imbroglio però sarà unicamente quello di far rifiorire ovunque la “sharia” musulmana.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; “Sharia”, che già si fa avanti dalla Tunisia alla Libia, preannunziando persino il ritorno alla poligamia.</b><br />
Duce: &#8211; Comunque, ormai sono cavolacci loro.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; Cosa vuoi dire?</b><br />
Duce: &#8211; Voglio dire che, poiché siamo stati spediti violentemente in questo posto, non ci resta che una sola cosa da fare.</p>
<p><b>
<p>Gheddafi: &#8211; E sarebbe?</b><br />
Duce: &#8211; Metterci una… bella pietra sopra!</p>
</div>
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		<title>Il Black bloc e il povero Cristo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 14:29:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anno V numero 16]]></category>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:3px;margin-bottom:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero16/black-block_home1.jpg"><br />Tutti ne parlano ma nessuno,<br />soprattutto la polizia, sa chi sono: i<br />black bloc. Ma se un giorno<br />incontrassero un povero Cristo che<br />spiegazione gli darebbero?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero16/black-block_big.jpg" rel="lightbox[Black]" title="Il Black bloc e il povero Cristo"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero16/black-block_thumb.jpg" title="Il Black bloc e il povero Cristo" alt="black block thumb Il Black bloc e il povero Cristo" /></a><br />
<h6>Il Black bloc e il povero Cristo<br /></h6>
</div>
<div>
<p><b><i>Tutti ne parlano ma nessuno, soprattutto la polizia, sa chi sono: i black bloc. Ma se un giorno incontrassero un povero Cristo che spiegazione gli darebbero?</b></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Black bloc: Fermo. Chi sei?</b><br />
Povero Cristo: E non si nota? Tu piuttosto chi sei, visto che ti nascondi sotto il casco?</p>
<p><b>Black boc: Sono un contestatore a 360 gradi e, quindi, devo nasconder per forza la mia identità.</b><br />
Povero Cristo: Con quell’aggeggio sul viso ti avevo preso per una marziano venuto dalla Luna.</p>
<p><b>Black bloc: Ti contraddici. Se sono un marziano, non posso venir dalla Luna.</b><br />
Povero Cristo: Intendevo dire che sembri un tipo…lunatico. Ma che fai con quel sampietrino?</p>
<p><b>Black boc: Devo sfasciare tutto.</b><br />
Povero Cristo: Ohibò, e perché mai?</p>
<p><b>Black bloc: Io contesto il sistema di potere.</b><br />
Povero Cristo: Anch’io me la son presa coi farisei, ma senza lanciare sampietrini. Mi son limitato a invitarli, se non erano in colpa, a scagliare la prima pietra.</p>
<p><b>Black bloc: Altri tempi. Oggi ci vuol la violenza, che è l’unica levatrice del mondo.</b><br />	<br />
Povero Cristo: Questa l’ho già sentita. Ma, dimmi, chi paga poi i danni?</p>
<p><b>Black bloc: Io no di certo.</b><br />
Povero Cristo: Scusa, ma non vale più il detto che “chi rompe paga e i cocci sono suoi”?</p>
<p><b>Black bloc: Acqua passata. Oggi i danni che provoco io se li piange chi capita o, al limite, il solito contribuente fesso. Io, del resto, non c’ho una lira; anzi, mi faccio passare per nullatenente.</b><br />
Povero Cristo: E come campi?</p>
<p><b>Black bloc: A spese di mio padre, che lavora in Bankitalia.</b><br />
Povero Cristo: Senti, senti!. E tu con che faccia contesti il sistema, di cui fa parte tuo padre?</p>
<p><b>Black bloc: Oh, bella, perché queste sono le contraddizioni del sistema stesso!</b><br />
Povero Cristo: Anche questa non mi è nuova. Mi ricordo che così venne giustificata l’alleanza tra liberalcapitalisti e sovietici nella seconda guerra mondiale.</p>
<p><b>Black bloc: Questo è un parlare da fascista.</b><br />
Povero Cristo: Macché: è un parlare da… povero Cristo. Pensa per un attimo a chi, negli incidenti creati da te, ha perso l’auto che stava ancora pagando.</p>
<p><b>Black bloc: Ora basta, perché devo svolgere il mio lavoro.</b><br />
Povero Cristo: E in che consiste, di grazia, il tuo lavoro?</p>
<p><b>Black bloc: Mi sa che il marziano sei tu. Lo sanno pure le pietre (compresi i sampietrini) che io sfascio tutto come i luddisti inglesi, rivolto i cassonetti dei rifiuti come a Napoli e accendo i falò per strada come a San Giuseppe.</b><br />
Povero Cristo: Questa non è cosa buona e giusta.</p>
<p><b>Black bloc: Me ne infischio (per non dire “me ne frego”, che sa tanto di fascio!). Ma chi sono quei tre che stanno transitando poco distante?</b><br />
Povero Cristo: Ad occhio e croce (absit iniuria verbis!), mi sembrano Draghi, Soros e De Benedetti, reduci dal corteo degli “indignados”.</p>
<p><b>Black Bloc: Ah, bene. Anch’io sono un “indignado”, anzi un “incazzado”.</b><br />
Povero Cristo: Ma le proteste non erano rivolte contro i banchieri, i detentori delle ricchezze e gli affamatori dei popoli?</p>
<p><b>Black bloc: Certo, però quei tre sono compagni che si son ravveduti.</b><br />
Povero Cristo: Spero che si siano comportati poi coerentemente, ridando a Cesare quel che è suo.</p>
<p><b>Black bloc: Sei troppo polemico per i miei gusti, per cui bada a non farti rompere le ossa.</b><br />
Povero Cristo: A questo ci ha già pensato qualche altro a suo tempo.</p>
<p><b>Black bloc: Ora mi hai seccato e non intendo più parlare con te, ma con quei tre galantuomini. Ehi, voi, brava gente, come va la vita?</b><br />
I tre in coro: Ottimamente.</p>
<p><b>Black bloc: E la borsa?</b><br />
I tre ancora in coro: Per noi, sempre ottimamente.</p>
<p><b>Black bloc: E per gli altri?</b><br />
I tre all’unisono: Per gli altri, meglio lasciar perdere. Comunque, abbiamo solidarizzato con loro per pararci il… retrobottega.</p>
<p><b>Black bloc: Perfetto, come sempre. E dove siete diretti?</b><br />
Il terzetto: A casa nostra a Parigi. Sai, quel magnifico antico palazzo a più piani, che si trova in via della Rivoluzione francese al civico 1789? Esattamente lì.</p>
<p><b>Black bloc: Certo, che lo conosco: ci abito anch’io, nelle stanze del pianoterra.</b><br />
I tre: Noi invece ai piani alti. Che vuoi? “Noblesse obblige”.</p>
<p><b>Black bloc: Beh, visto che abbiamo lo stesso luogo di origine,  me ne tornerò con voi.</b></p>
<p>Il povero Cristo, perplesso, li guarda allontanarsi. Poi, quando finalmente il quartetto è lontano, tira un sospiro di sollievo e va a recuperare da un portoncino la Croce per caricarsela sulla spalla. “Meno male che t’avevo imboscata – le sussurra – sennò, a quest’ora saresti ridotta in mille pezzi!”. E s’incammina, barcollando, in direzione del monte Calvario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore si proclama a tutti gli effetti di legge un “Brigante meridionale”</b></i></p>
</div>
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		<title>Il Sonno e la Morte</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 16:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero15/morte_home2.jpg" align="left">Si sa che l’unica<br />differenza tra il sonno<br />e la morte sta… nella<br />durata. E “Il<br />Sonno eterno”?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero15/morte-aspetta_big.jpg" rel="lightbox[Morte]" title="La morte si annoia"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero15/morte-aspetta_thumb.jpg" title="Il Sonno e la Morte" alt="morte aspetta thumb Il Sonno e la Morte" /></a><br />
<h6>La morte si annoia<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Un bel dì il Sonno aspettava sbadigliando che il sole si decidesse finalmente a tramontare. Come di consueto, il favore delle tenebre costituiva il momento migliore per potersi mettere all’opera. Certo, nel corso della giornata &#8211; specie di pomeriggio dopo una bella spanciata &#8211; ci scappava pure che qualche essere vivente schiacciasse un pisolino. Ma vuoi mettere una semplice pennichella con una lunga ronfata notturna? In ogni caso, checché se ne pensasse, <b>quella di far dormire il prossimo era e restava la sua unica professione dalla notte dei tempi</b>.</p>
<p>Col tempo, però, la monotonia del suo lavoro aveva preso ad esporre anche lei a frequenti colpi di&#8230; sonno. Sicché, quella volta, per ingannar l’attesa del tramonto ed evitare l’inconveniente, <b>il Sonno decise di muoversi</b>. Pensò quindi opportuno farsi un giretto sulla sua &#8220;spider&#8221; ultimo grido (nessuna sorpresa: anche lui con l’andar del tempo s’era &#8220;scafato&#8221; ed amava atteggiarsi a fighetto).</p>
<p>Gironzolò finché, agli ultimi bagliori solari, gli parve giunto il momento di ritirarsi. Fu a quel punto, però, che gli capitò d’incrociare ad un incrocio (scusate la cacofonia, ma <b>ad un incrocio non ci si può che&#8230; incrociare!</b>) una figura a braccia incrociate (insomma, più incrocio di così&#8230;). Era nientemeno che la Morte. Costei aveva saputo in anticipo che, di lì a poco, un ponte a una decina di miglia sarebbe crollato di schianto. Doveva quindi immancabilmente trovarsi lì, per falciare la vita di qualche sventurato di passaggio. Fregandosi già le mani ossute al pensiero dell’imminente mietitura, la Morte s’era quindi piazzata a quell’incrocio per scroccare un passaggio con l’autostop. Se non che, nessuno l’aveva presa a bordo. Temendo d’arrivare in ritardo, essa ad un certo punto aveva messo pure in bella mostra la gambetta rinsecchita. <b>S’illudeva d’accalappiare così qualche gonzo più allupato degli altri</b>. Tentativo patetico e vano, ché, alla sua sola vista, gli automobilisti acceleravano e se la squagliavano a tutto gas, grattandosi gli attributi.</p>
<p>Per propria iattura, il Sonno in quel momento era &#8211; come sempre &#8211; alle prese&#8230; con se stesso. Stava, cioè, al volante mezzo addormentato. Guidava cioè in stato di “trance”. Roba da farsi togliere in una botta tutti i punti della patente! Di conseguenza, notò all’ultimo momento quella strana figura incappucciata, ferma sul ciglio della strada. <b>La urtò in pieno, facendo volare per aria un bel po’ di ossa</b>. La Morte ebbe solo il tempo di gridargli un meritatissimo:<b><i> &#8220;&#8216;A morto de sonno!&#8221;</b></i>, prima di trovarsi ridotta in frantumi. Chiunque al suo posto sarebbe morto, ma la Morte ovviamente no. Incazzatissima per l’incidente, si mise subito a racimolare i pezzi sparsi un po’ dovunque sull’asfalto. Tra un moccolo e l’altro, alla fine riuscì miracolosamente a completare il recupero e a rabberciare il tutto alla men peggio. A conti fatti, però, comprese che le occorreva comunque l’intervento di un bravo ortopedico, per ricomporre lo scheletro come si deve.</p>
</div>
<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero15/morte-male_big.jpg" rel="lightbox[Morte]" title="La morte si fa male"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero15/morte-male_thumb.jpg" title="Il Sonno e la Morte" alt="morte male thumb Il Sonno e la Morte" /></a><br />
<h6>La morte si fa male<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Va detto che, a causa del perenne stato di dormiveglia in cui si trovava, il Sonno s’era a mala pena accorto del fattaccio. Certo, s’era arrestato per forza d’inerzia al momento dell’impatto. Tuttavia, se n’era poi restato a ronfare al volante, durante l’operazione di recupero… dei cocci operata dall’investita. Di fronte a tanta indifferenza, la Morte inviperita lo scosse dal torpore chiedendogli in malo modo d’essere accompagnata al più vicino Pronto Soccorso. Svegliato di colpo, il Sonno ebbe un sussulto dinanzi all’aspetto poco rassicurante dell’autostoppista. Tuttavia, quanto alle pretese di quest’ultima, è risaputo che il Sonno è un vero galantuomo. È lui, infatti, che allevia momentaneamente le sofferenze degli esseri viventi, calando pietoso sui loro occhi a ristorarli quando occorre. Figuriamoci, quindi, se non si metteva a disposizione della poveraccia (si fa per dire) che aveva investito. Perciò, <b>se la caricò a bordo senza starci troppo a pensare</b>. Suonando a tutto spiano, si mise quindi in cerca del primo ospedale zonale non soppresso dalla Regione.</p>
<p>Purtroppo per lui, proprio a causa sua, per strada non c’era più anima viva a cui domandare indicazioni. Tutti gli abitanti del posto, considerata l’ora ormai tarda, erano appunto sprofondati nel sonno più profondo. Mentalmente, il Sonno si maledì per averli fatti addormentare come ghiri. Poiché intanto <b>la Morte si lamentava per le fratture multiple riportate</b>, decise di imboccare una direzione a naso. Sperava in quella notte sfortunata d’avere un po’ di c&#8230; E in parte lo ebbe, perché proprio quella strada era bazzicata dall’unico nottambulo del circondario. Costui, dal momento che neanche i sonniferi riuscivano a fare breccia su di lui, amava andarsene a zonzo tutte le notti. Il Sonno senza saperlo gli corse incontro. Senonchè, aveva fatto già un vero exploit a restar sveglio tutti quei minuti. Fatalmente, ebbe di colpo la classica “ricaduta”. Morale: il povero nottambulo finì spiaccicato contro un muro.</p>
<p><b>Al tremendo botto, il Sonno si riprese, ma la Morte dovette fare gli straordinari</b> (quella spiaccicatura non era stata prevista nei suoi programmi). Alla fine, la Madama era letteralmente fuori di sé, per aver dovuto lavorare, anche se era a pezzi. Minacciò allora di denunziare quel miserello del Sonno per omissione di soccorso, se non la portava subito da un dottore. A quella sfuriata, l’altro ci restò proprio male. Per farsi perdonare, pensò allora di far calare sulla Morte un bel sonnellino come faceva per gli umani sofferenti. Detto fatto, la bisbetica passeggera si addormentò di sasso. A quel punto, il Sonno riprese a correre a tutta birra nella speranza di trovare soccorso. Fece così un decina di chilometri alla cieca, poi inevitabilmente fu colto dal solito colpo di sonno repentino. In quel momento, però, davanti all’auto c’era giusto il ponte di cui s’è detto all’inizio. Ed era altresì giunto il fatidico momento del crollo. Per sua ulteriore sciagura, la Morte che era addormentata non ebbe il tempo di lanciare l’allarme. E così i due si trovarono proiettati in fondo all’abisso.</p>
<p>Ridestata d’improvviso dal terribile botto finale, <b>alla Morte non restò altro che urlare al guidatore un paio di scontatissimi <i>&#8220;Mortacci tuoi!&#8221;</i></b>. Lo afferrò quindi per il bavero, per sbatacchiarlo come meritava. A quel punto, tuttavia, s’avvide che il Sonno, anziché scomporsi, aveva ripreso a ronfare come se nulla fosse. Tanta fu allora la rabbia, che, afferrata la falce, la Morte lo fece secco. Ma pensate che il Sonno se la sia presa? Niente affatto. Anzi, da quell’istante, riuscì a realizzare il suo sogno più grande: <b>farsi un bella “tirata” per tutta l’eternità</b>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore si proclama a tutti gli effetti di legge un &#8220;Brigante meridionale&#8221;</b></i></p>
</div>
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		<title>Il principe, la strega, la racchia e la bonazza</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:08:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia_home2.jpg" align="left">E se, per una volta,<br />fosse il Principe<br />Azzurro a dover<br />mangiare la mela<br />avvelenata?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/blog/briganti-e-pellirosse/">&#8226;&#160;IL LIBRO: Briganti e pellirosse</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia3_big.jpg" rel="lightbox[Racchia]" title="Gli uomini e la 'mela'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia3_thumb.jpg" title="Il principe, la strega, la racchia e la bonazza" alt="racchia3 thumb Il principe, la strega, la racchia e la bonazza" /></a><br />
<h6>Gli uomini e la &#8220;mela&#8221;<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Il genere femminile – si sa – è stato creato dal Padreterno per incantare gli uomini, come dimostrò subito Eva a quel fessacchiotto di Adamo. Naturalmente, dopo il fattaccio della mela e la cacciata dall’Eden, bisognava che i due profughi si mettessero… all’opera per dar origine alla progenie degli umani. Allora il suddetto Padreterno pensò bene di differenziare i singoli individui tra loro, onde evitare ogni possibile forma di confusione <b>(immaginatevi che casino, se fossimo fatti tutti con lo stampino!)</b>. Insomma, per dirla in termini economici, <b>Dio creò la “concorrenza” come al mercato</b>. Così ogni donna venne dotata del suo personale “sex appeal”, termine che non so cosa voglia dire ma che credo che qui ci stia comunque bene.</p>
<p>Ora, se questo è il punto di partenza, è evidente la ragione per cui noi poveri maschietti ci imbattiamo continuamente sia in esemplari femminili da sballo sia in vere e proprie “toilets” umane, passando attraverso una tipologia intermedia variabilissima. Tutto questo sproloquio mi era necessario non solo <b>per rimpolpare il presente articolo</b>, ma anche per introdurre voi lettori al racconto che intendo narrare. E quindi prendetelo per quel che vale.</p>
<p>Dunque, c’era una volta (una volta del tutto diversa dalle altre) <b>una vera bonazza che più bonazza non si può neanche col candeggio</b>. Ogni volta che passava per strada faceva ai maschietti l’effetto del pifferaio di Harlem sui topi. Naturalmente, si formavano ingorghi pazzeschi perché persino i postiglioni fermavano di colpo i cocchi, per rimirare tanta beltà. Invitata a corte (una specie di Arcore di allora), anche lì la bonazza compì un’ecatombe di cuori. I nobili d’ogni risma fecero a gara per conquistare il cuore di quella divina creatura: le sfide a duello a quel punto si sprecarono. In breve, fu registrato un elenco di decessi e di ferimenti da “guinness” dei primati.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia2_big.jpg" rel="lightbox[Racchia]" title="La bonazza e i pop-corn"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia2_thumb.jpg" title="Il principe, la strega, la racchia e la bonazza" alt="racchia2 thumb Il principe, la strega, la racchia e la bonazza" /></a><br />
<h6>La bonazza e i pop-corn<br /></h6>
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<div>
<p>Tra i pretendenti più sfegatati si distingueva specialmente il Principe Azzurro, che sbavava dietro alla bonazza come un cagnolino. La fanciulla si montò ovviamente la testa per tante attenzioni. Da perfetta furbacchiona, tuttavia, <b>“se la tirò” tenendo lui e tutti gli altri sulla corda</b>. Se non che, tutto quel successo fece ingelosire alla follia la regina Grimilde, la quale era in realtà una strega. La sua specialità nel campo della magia nera era la creazione di mele avvelenate, con cui far fuori le rivali. Detto fatto, ne sfornò subito una bella polposa da propinare alla bonazza. Ma quest’ultima non abboccò, avendo letto la storia di Biancaneve. Chi abboccò invece fu il Principe che non l’aveva letta. E così, <b>vista la mela nel paniere, la addentò voglioso, con l’inevitabile risultato che finì chiuso per sempre in una teca di vetro</b>. Esattamente come Biancaneve. Purtroppo per lui, la bonazza, essendo schifiltosa, rifiutò di compiere il gesto necrofilo di baciare sulla bocca quel cadavere.</p>
<p>Ma la Provvidenza aveva già pronto per lei il giusto castigo. Dopo gli ingorghi stradali, le stragi dei duellanti e la morte del Principe Azzurro, <b>si sparse la diceria che la bonazza portasse sfiga</b>. A quei tempi ci credevano. Nessuno volle più avvicinarsi a lei, per paura di finire ai pesci. Non ci volle molto perché le si creasse attorno il vuoto più desolante. Alla fine, la disperazione afferrò la bonazza al punto da costringerla a ripiegare su un nano di passaggio, che ignorava i dettagli. Quello sgorbio umano la condusse nel suo sgangherato circo equestre. Ad onor del vero, quello era l’unico posto dove lei potesse rifarsi una vita, visto che girava per il mondo lontano dalle maldicenze. La miserella si ridusse da allora a vendere i “pop corn” per il pubblico, acconciata da coniglietta di Playboy.</p>
<p>Un brutto giorno, però, il nanerottolo la obbligò a sostituire la Donna cannone che era indisposta. Infilatasi nella canna dell’obice, la bonazza venne sparata in aria. Sciaguratamente, <b>per uno scarto della traiettoria finì spalmata sul tendone come una marmellata</b>. <b><i>“Sic transit gloria mundi et bonazzae”</b></i>. Nel frattempo, accadde che davanti alla teca dove giaceva il Principe azzurro transitasse una racchia. La si sarebbe detta un vero cesso di beltà. Se non ci credete, ve la descrivo: occhi a pomodoro che sembravano meloni, due labbroni che erano un concentrato di quelli della Pairetti, della Marini e della Marini messi insieme, due seni penduli come vesciche che non sarebbero stati dritti neanche col silicone, un sedere così adiposo da passare a stento tra le porte. Tutto ciò senza contare l’alitosi, la forfora e i piedi che puzzavano.</p>
</div>
<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia1_big.jpg" rel="lightbox[Racchia]" title="Racchia docg"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero14/racchia1_thumb.jpg" title="Il principe, la strega, la racchia e la bonazza" alt="racchia1 thumb Il principe, la strega, la racchia e la bonazza" /></a><br />
<h6>Racchia docg<br /></h6>
</div>
<div>
<p>In queste condizioni, la racchia non aveva mai avuto alcuna “chance” con i maschietti. Non le parve perciò vero di approfittare di quel fusto, che giaceva lì immobile a sua completa disposizione. Appiccicò quindi la sua enorme bocca come una ventosa sulle labbra del bell’addormentato nella teca. Ovviamente, anche stavolta, si ripeté il miracolo del risveglio. La mela infatti aveva come unico antidoto giusto la… sdilinguata. Il Principe, che, come s’è detto, si era completamente perso per la bonazza, appena sveglio non ricordò più una mazza. Purtroppo, il lungo periodo di assenza d’ossigeno gli era stato fatale, creandogli qualche problemuccio di troppo alle cellule cerebrali. Sventuratamente, <b>non solo s’era scordato la sua bella, ma non sapeva più distinguere il bello dal brutto.</b> Un vero disastro</p>
<p>. </p>
<p>Conclusione tragica: s’infatuò all’istante della sua salvatrice e se la portò al castello per presentarla a corte. Per sua fortuna, il re suo padre era nel frattempo passato a miglior vita, ché altrimenti sarebbe morto di crepacuore di fronte a quell’orrore  che il figlio esibiva come un fiore all’occhiello. Di certo, se fosse stato vivo, avrebbe diseredato quell’imbecille e bandito lei dal reame.</p>
<p>Naturalmente, i cortigiani da buoni… cortigiani si dimostrarono nella loro veste solita: finsero. Perciò, <b>per compiacere l’erede al trono, accolsero la nuova arrivata con falsa deferenza</b>. Inutile dire che poi, in privato, le sghignazzate sulla scelta della sposa si sprecavano. L’unica che s’infuriò come una iena fu la regina Grimilde. Essendo la matrigna del Principe azzurro, ci aveva fatto su un pensierino libidinoso. In più, non potendo succedere al marito per colpa della legge salica, rischiava persino d’esser messa alla porta da qualche pretendente al trono. La strega però aveva già individuato la soluzione dei suoi problemi.</p>
<p>Ovviamente, avendo lei la ricetta della mela avvelenata, sapeva bene della faccenda del bacio salvifico. Aveva progettato quindi di esser lei la donna destinata a riportare in vita il principe. Questa mossa le avrebbe assicurato non solo l’amore dello stesso principe, ma anche la gratitudine del suo popolo per avergli ridato il legittimo discendente del re. La regina pensò che più tempo avesse fatto passare e più il suo bacio sarebbe stato alla fine strabenedetto da tutti. In sostanza, voleva stravincere. Rinviò dunque il momento fatidico. Inaspettatamente, però, <b>venne battuta sul tempo dalla racchia di cui sopra</b>. Di colpo, la perfida Grimilde si vide crollare il mondo addosso.</p>
<p>Così, il giorno in cui il Principe azzurro impalmò la racchia, la regina furente si buttò con la testa contro lo specchio delle sue brame, infrangendolo. Risultato: prognosi riservata per un coma cerebrale irreversibile. E, per sua somma sfortuna, <b>non capitò mai nessuno disposto a darle il bacio redentore. Ed ora sta ancora là, nella sua teca, che aspetta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore si proclama a tutti gli effetti di legge un “Brigante meridionale”</i></b></p>
</div>
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		<title>La “tucculiata” del Re Mida</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 13:49:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero12/merda-oro_home2.jpg" align="left">Nuova rivisitazione<br />dei miti classici.<br />Questa volta sotto la<br />berlina della satira<br />c'è l'aureo Mida<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/chi-trova-un-amico/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Chi trova un amico...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero12/re-mida_big.jpg" rel="lightbox[Re]" title="La 'tucculiata' del Re Mida"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero12/re-mida_thumb.jpg" title="La “tucculiata” del Re Mida" alt="re mida thumb La “tucculiata” del Re Mida" /></a><br />
<h6>La “tucculiata” del Re Mida<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Se la scorsa volta ci siamo occupati del prototipo di tutti gli sfigati nella persona del povero “Scalognatus”, stavolta andiamo a pescare nel campo opposto: quello dei <b>superfortunati</b>. Sì, un appartenente alla razza di quelli che, con un miserabile euro, son capaci di azzeccare il superenalotto più milionario di sempre. In una parola, una di quelle persone che nascono con la camicia, alias <b>col sedere grosso così</b>.</p>
<p>Ma si sa che, essendo la moneta lo sterco del diavolo, la fortuna bisogna meritarsela. Non per nulla tanti vincitori del Totocalcio o di altre lotterie moderne sono finiti poi con le pezze sul di dietro. Lo imparò a sue spese pure il mitico Mida, re dei Frigi che altri non erano che i famosi Troiani. Mida &#8211; come tutti sanno &#8211; ebbe in dono la possibilità di realizzare il sogno di ogni alchimista: trasformare i metalli in oro. Se non che, mentre gli alchimisti cercavano la pietra filosofale per operare il miracolo, a Mida bastava sfiorare qualunque cosa per trasformarla in oro purissimo. Ma questa apparente fortuna nascondeva un piccolo inconveniente, che poi tanto piccolo non era.</p>
<p>Stando (in parte) alle “Metamorfosi” di Ovidio, la faccenda sarebbe andata così. Un giorno Sileno, avendo alzato il gomito al punto di prendersi una sbronza colossale, venne beccato mentre guidava a zig zag col suo cocchio. La polizia troiana, visto l’esito del test del palloncino, lo trascinò a pedate davanti al re Mida per il relativo giudizio. Durante l’interrogatorio, venne tuttavia fuori che <b>l’imputato era nientemeno che il maestro del dio Bacco (un altro ubriacone di prima categoria)</b>. Anziché condannarlo, allora Mida lo graziò. Come vedremo, il sovrano furbescamente mirava a guadagnarsi la riconoscenza del dio: il che puntualmente accadde.</p>
</div>
<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero12/merda-oro_big.jpg" rel="lightbox[Re]" title="Da oro a..."><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero12/merda-oro_thumb.jpg" title="La “tucculiata” del Re Mida" alt="merda oro thumb La “tucculiata” del Re Mida" /></a><br />
<h6>Da oro a&#8230;<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Di lì a poco Bacco calò trafelato dall’Olimpo per recuperare il compagno di bisboccia, ma per riconoscenza, prima di ripartire, chiese a Mida di esprimere un desiderio. Il re gongolò. Sapeva bene che le casse statali erano perennemente in bolletta. Infatti, i suoi sudditi, <b>da buoni figli di… Troia qual erano</b>, evadevano in blocco le tasse. Mida chiese allora di poter trasformare in oro ciò che toccava, al fine di risanare il bilancio (<b>all’epoca non c’era il ministro Tremonti a fare le manovre finanziarie!</b>).</p>
<p>La richiesta venne tosto esaudita prima che la divina coppia di alcolizzati se ne andasse. Al termine del commiato Mida notò un particolare, cui però non dette al momento alcun peso: Bacco aveva evitato di dargli la mano. Il fesso lì per lì non capì che <b>il dio non voleva correre il rischio di vedersela mutare in oro</b>. Il potere conferito a Mida era infatti micidiale per chiunque. <b>Nulla o nessuno poteva evitare di trasformarsi in oro alla minima “tucculiata”</b>. Naturalmente, in preda all’ebbrezza, Mida passò ore e ore a risanare le casse dello Stato. Come un forsennato, si mise a mutare in metallo prezioso tutto quel che gli veniva a tiro. Cominciò a nutrire qualche dubbio sulla bontà del regalo ricevuto solo quando con un pizzicotto tastò il sedere di una schiava. Il fondo schiena della sventurata di colpo divenne lucente e duro come un sasso. Poi, nel corso della giornata, i dubbi si accentuarono.</p>
<p>Giunse il momento di mettersi a tavola. Qui accadde l’imprevisto. Appena ingoiò il primo boccone, il re corse seriamente il rischio di spezzarsi tutti i denti. Infatti, stando a quanto aveva richiesto a Bacco, <b>era inevitabile che persino il cibo si trasformasse in un lingotto e gli andasse di traverso</b>. Si fece portare una serie infinita di portate, sperando che ce ne fosse almeno una non soggetta al sortilegio. Macché. Provò allora ad alimentarsi con le bevande, ma fu peggio che andar di notte. Ogni liquido, appena veniva toccato da Mida, diventava altrettanto oro fuso, impossibile da ingurgitare. Insomma, il disgraziato s’alzò da tavola completamente affamato. Certo cominciava a preoccuparsi, ma non era ancora del tutto convinto d’aver fatto un pessimo affare. La goccia che fece traboccare il… vaso (è il caso di dirlo!) fu quando gli scappò il classico bisognino e dovette fare urgentemente pipì.</p>
</div>
<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero12/in-bianco_big.jpg" rel="lightbox[Re]" title=Re Mida in bianco"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero12/in-bianco_thumb.jpg" title="La “tucculiata” del Re Mida" alt="in bianco thumb La “tucculiata” del Re Mida" /></a><br />
<h6>Re Mida in bianco<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Appena s’alzò la toga e <b>toccò lo… strumento</b> che serviva per quell’operazione, accadde l’irreparabile. Immantinente, <b>l’aggeggio gli si trasformò in una sbarra di 24 carati!</b> Dopo questa ennesima fregatura, il re divenne scurissimo in volto. Ma il peggio doveva ancora venire, ché di lì a poco divenne preda di violente coliche renali. Il re sapeva bene del proverbio che recita che “chi non piscia morirà”. Per quanto ci provasse, però, non riusciva a farla. Inutilmente provò a far scrosciare a tutto spiano i rubinetti della reggia (cosa che gli costò una superbolletta dell’acquedotto). Si mise allora a zampettare, come fanno tutti quelli che devono aspettare il loro turno davanti a un gabinetto occupato. Alla fine, stremato, cominciò ad invocare la divinità che gli aveva fatto quel bel regalo, affinché se lo ripigliasse al più presto.</p>
<p>Per sua fortuna, Bacco era in quel momento sobrio e accorse. Ascoltò le lamentele di Mida, che lo pregava ardentemente di fargli la grazia di rimettere le cose come prima. Il re si era reso finalmente conto che <b>la sua richiesta era stata degna di un imbecille</b> (tanto che nel riferire la leggenda Valerio Massimo, come sanno i latinisti, ne deprecò proprio la stoltezza). E qui, per il seguito della storia, cederemo per un attimo la parola a Gianni Rodari, secondo il quale per togliere quell’incantesimo ci sarebbero voluti esattamente sette ore e sette minuti, non un minuto in meno. Nel frattempo, <b>tutto ciò che Mida avesse toccato si sarebbe trasformato in pupù di vacca</b>. Il sovrano, spaventatissimo, si stette tutto quel tempo con le mani in alto, onde evitare di provocare quell’effetto che era ben più pestifero dell’altro.</p>
<p>Il dramma è che le clessidre d’una volta non spaccavano il secondo come i cronometri moderni. Insomma, i granelli di sabbia scendevano giù che era una bellezza, fregandosene di Greenwich. Sta di fatto, che anticipavano rispetto all’ora solare. All’oscuro di ciò, per tutta la durata prevista, Mida non fece altro che guardare ansiosamente la clessidra mentre si riempiva di sabbia nella parte bassa. Alla apparente scadenza della tormentosa attesa, si lasciò andare a un urlo liberatorio, convinto che l’incubo fosse finito. Il tapino non sapeva che mancava ancora qualche minuto rispetto all’orario effettivo. <b>Corse immediatamente in bagno per alleggerirsi del “carico”, che da ore lo faceva smaniare come un tarantolato</b>. Cacciò in malo modo la schiava di cui innanzi, la quale – poverina – era assisa sul water perché provava a sua volta a liberarsi le viscere intasate d’oro. Una volta divenuto padrone del campo, il re si sbottonò la patta e prese quindi la mira, nella speranza di veder sgorgare il sospiratissimo zampillo. E invece il risultato fu che, anziché orinare, defecò dalla parte opposta e che non smise prima di mezzora. Purtroppo si sa: <b>le mucche, quando ci si mettono, non la piantano più</b>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore si proclama a tutti gli effetti di legge un “Brigante meridionale”</i></b></p>
</div>
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		<title>La fortuna d’averci… scalogna!</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 13:11:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero11/scalognatus_home2.jpg" align="left">A tutti è noto: la<br />fortuna è cieca, ma la<br />sfiga ci vede<br />benissimo. Lo sa bene<br />Scalog Natus]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero11/scalognatus_big.jpg" rel="lightbox[Sfiga]" title="Il mitico Scalognatus"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero11/scalognatus_thumb.jpg" title="La fortuna d’averci… scalogna!" alt="scalognatus thumb La fortuna d’averci… scalogna!" /></a><br />
<h6>Il mitico Scalognatus<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Avere contraria la buona sorte non è certo una prospettiva che può piacere. Però, diventa seccante quando nel corso della vita la cosa si ripete spesso e (mal)volentieri. E, se infine la scalogna è una costante capace di non dar tregua neanche nelle faccende più insignificanti, non c’è altro rimedio che il manicomio o il suicidio. Ma, si dice, la speranza è sempre l’ultima a morire. Vediamo allora cosa successe ad <b>un personaggio, che per comodità chiameremo “Scalognatus”</b>.</p>
<p>Ora, se il buon giorno si vede dal mattino, la regola vale anche nel caso opposto. Dovete dunque sapere che il poveraccio in esame era predestinato sin dalle prime battute della sua esistenza ad una vitaccia cavallina. Infatti, venne alla luce al termine di una gestazione degna di un dinosauro, dal momento che durò ben oltre ogni tempo ragionevole. Infatti, il suo fu un caso clinico in tutto degno del “guinness dei primati”.</p>
<p>Deve presumersi che, inconsciamente, il nascituro fosse atterrito da ciò che l’attendeva e che, quindi, non ne volesse sapere di sbucar fuori. <b>Ci vollero perciò tagli cesarei, ventose, forcipi e mille altri aggeggi per schiodarlo dalla “tana”. Morale: la puerpera ci rimise le penne</b>. Il vedovo inconsolabile (ma non troppo, come vedremo), da buon latinista qual si piccava d’essere, appellò il figlio “Natus” a ricordo di quella tribolatissima nascita che s’era fatta sospirare.</p>
<p>Il papà non badò però al fatto che il suo cognome di origine bulgara era “Scalog”. Unendo nome e cognome, ne veniva fuori il non certo beneaugurante appellativo di… “Scalognatus”. Ma fin qui, prosit. Il vero dramma era che <b>“Scalognatus” era tale di nome e di fatto</b>. Infatti, non era nato sotto una cattiva stella come succede a tanti sventurati, bensì sotto un’intera costellazione di cattive stelle. Perciò non gliene andava mai bene una, manco per sbaglio. Eccone qualche esempio illuminante.</p>
<p>Da piccolo, non riusciva ad alimentarsi con regolarità perché il biberon inevitabilmente s’ingottava. Il marmocchio poi – chissà come – scivolava sempre fuori dal seggiolone, andando a schiantarsi per terra. Fu così che perse i denti da latte prima del tempo, senza poter guadagnarsi il classico soldino che ogni bambino riceve per la loro caduta naturale. Le malattie esantematiche furono tutte sue, perché dal morbillo alla scarlattina non se ne perse una tranne la varicella. Naturalmente, da grande, gli venne pure questa, sotto forma di orecchioni e con effetti collaterali sulla sua virilità.</p>
<p>Giunto in età scolare, capitò all’ultimo banco (quello che è appannaggio dei ciucci per antonomasia). Gli toccò d’avere accanto il peggior elemento della classe, che era una specie di Lucignolo moltiplicato per dieci. La prima vittima delle cattiverie del ragazzaccio fu naturalmente “Scalognatus”. Per giunta era quest’ultimo a finire in castigo, cornuto e mazziato. Quel marpione del suo compagno, infatti, riusciva invariabilmente a far ricadere su di lui la colpa d’ogni malefatta.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero11/fortuna-sfiga_big.jpg" rel="lightbox[Sfiga]" title="Com'era quel detto? La fortuna è cieca ma la sfiga..."><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero11/fortuna-sfiga_thumb.jpg" title="La fortuna d’averci… scalogna!" alt="fortuna sfiga thumb La fortuna d’averci… scalogna!" /></a><br />
<h6>Com&#8217;era quel detto? La fortuna è cieca ma la sfiga&#8230;<br /></h6>
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<p>Sciaguratamente, gli insegnanti cominciarono a prenderlo sul naso, credendo che il piantagrane fosse lui. Ma non basta, perché – anche se il miserello ce la metteva tutta – la iella lo perseguitava: nelle interrogazioni, gli argomenti più ostici erano inevitabilmente suoi. Era perciò scontato che punizioni e bocciature si susseguissero a ritmo incalzante, man mano che “Scalognatus” proseguiva (si fa per dire) negli studi.</p>
<p>Divenuto grandicello, <b>ebbe la iattura d’innamorarsi sempre delle ragazze più zoccole del creato</b>. Le sciagurate, dopo averlo cornificato a getto continuo, infierirono su di lui sputtanandolo su internet. Alla lunga, dovette abbandonare gli studi per non farsi ridere dietro da tutti i compagni. Per consolarsi, cominciò a fare i concorsi. Ma – lo credereste? – finì sempre per un soffio alle spalle dei vincitori. Quando, finalmente capitò quella che a prima vista pareva l’occasione buona, la Ditta chiuse i battenti per fallimento. Era giusto il primo giorno in cui “Scalognatus” doveva assumere servizio. A quel punto, il poveretto cominciò davvero a pensare d’esser nato con il malocchio. Ma non era ancora niente, ché ben presto si trovò ridotto in miseria.</p>
<p>Quello sciagurato del padre aveva perso tutti i beni di famiglia. Tutta colpa di una mignotta ucraina, che dopo averlo circuito lo cacciò di casa assieme al figlio. Finito sul lastrico, “Scalognatus” dovette mettersi a mendicare a un angolo di marciapiede. Se non che, essendo tutti gli incroci già monopolizzati dagli immigrati clandestini, dovette accontentarsi di una sperduta strada di periferia. Naturalmente, lì non beccò il… becco d’un quattrino. Rischiò, anzi, più volte d’essere travolto da qualche automobilista spericolato. Alla fine, disperato, mise un avviso su un palo del semaforo, dove si dichiarava “disposto a vendere l’anima in cambio di un aiuto”. Era l’ultimo passo prima dell’inevitabile suicidio. Ed invece, il mattino seguente, s’accorse che al posto del suo foglietto ce n’era un altro: un certo “Papé Satan” lo invitava per un incontro a casa sua in via tal dei tali!</p>
<p>“Scalognatus” naturalmente non se lo fece ripetere due volte e, anche se sentiva puzza di… bruciato dietro quell’invito, si recò all’appuntamento. Purtroppo, strada facendo, cadde in un tombino aperto che non era stato segnalato a dovere. Quando si riprese, ne uscì fuori mezzo azzoppato. Evitò d’andare al pronto soccorso poiché quel contrattempo gli aveva già fatto perdere abbastanza tempo. Accelerò l’andatura per timore d’arrivare tardi. La fretta gli fu fatale, ché con quelle gambe malferme inciampò rovinosamente. Andò così a finire bocconi dentro al bitume appena versato sull’asfalto della via dove doveva recarsi. Un attimo dopo, mentre era ancora a terra, una macchina schiacciasassi completò l’opera.</p>
<p><b>Passato (di sicuro) a miglior vita, il Nostro si presentò davanti a San Pietro</b>. Quest’ultimo aveva in mano l’elenco del percorso umano di ogni anima. Quando toccò al nostro poveraccio, San Pietro sobbalzò di fronte all’inverosimile sfilza delle sue tante sventure. <b>Si riebbe dopo qualche “tucculiata” scaramantica</b> (hai visto mai!). Disse allora che, se pure le sciagure subite in vita dall’esaminando costituivano un eccellente punteggio, tuttavia non poteva ammetterlo in Paradiso. Purtroppo, restava imperdonabile la macchia d’aver ceduto alla tentazione di vendere l’anima al diavolo. Doveva spedirlo quindi da costui: cosa che fece tosto, appioppandogli un bel calcio in culo.</p>
<p>Spedito in “giù”, “Scalognatus” venne esaminato da Belzebù in persona, che si ricordò della vicenda dell’appuntamento mancato. <b>Satanasso era più… indiavolato del solito</b>, perché quel contrattempo gli aveva sottratto un bel po’ di tempo prezioso nell’attesa vana della vittima. Tuttavia, restava il fatto che la prematura dipartita dell’interessato non aveva consentito di formalizzare l’accordo per la cessione dell’anima. Ergo, mancandone le condizioni, neanche l’inferno poteva assumerselo in carico. In pratica, a quello sfigato non restava dove piazzarsi neanche dopo morto! Fu lasciato così a fluttuare tra “color che son sospesi”. Ma, siccome il destino di costoro era appunto quello di restar “sospesi” per l’eternità, nessuno più s’occupò di lui. Inclusa – fortunatamente! &#8211; la scalogna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore si proclama a tutti gli effetti di legge un “Brigante meridionale”</b></i></p>
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		<title>Se anche Conan va a puttane…</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 05:27:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero10/arnold_home2.jpg" align="left">Non c'è più pace<br />nemmeno tra gli ex-<br />supereroi, che<br />vengono semre più<br />colti in... "fallo"<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/la-sinistra-nel-pd/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: La sinistra<br />nel Pd</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero10/conan-colf_big.jpg" rel="lightbox[Conan]" title="Se anche Conan va a puttane…"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero10/conan-colf_thumb.jpg" title="Se anche Conan va a puttane…" alt="conan colf thumb Se anche Conan va a puttane…" /></a><br />
<h6>Se anche Conan va a puttane…<br /></h6>
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<p>Signori, non c’è più religione se <b>pure un supereroe come Conan il barbaro se ne va a mignotte</b> (sì, quelle che l’ultima moda chiama soavemente “escort”, ma che sempre mignotte restano). Gli amanti dei fumetti sanno bene di quale supereroe stiamo parlando. Ma anche gli amanti del cinema ricorderanno i due film del 1982 e del 1983, intitolati “Conan il barbaro” e “Conan il distruttore”.</p>
<p>Ora, che l’eroe di Cimmeri  dopo aver conquistato un regno al termine di mille avventure mirabolanti abbia sentito il bisogno fisiologico di una spassata ci sembra umanamente comprensibile. <b>Il riposo dl guerriero è alla fine persino doveroso</b>. Diamine, non si può stare sempre a combattere draghi, mostri o malvagi che sono dei veri pezzi di m…! Ci sembra ben più grave che egli sia poi andato a impersonare quel figlio d’una mignotta (siamo in tema) di “Terminator”, per trasformarsi nel film “Batman &#038; Robin” del 1997 in un nemico di Batman (un altro supereroe come lui!).</p>
<p>Ma veniamo ai fatti. È di questi giorni la notizia che l’ex-attore Arnold Schwarzenegger avrebbe fatto scarrozzare fino alla sua alcova qualche donnina allegra. “E chi se ne frega &#8211; dirà qualcuno &#8211; questi son affari suoi”. E invece no: qua non si tratterebbe di una semplice faccenduola privata. Stando infatti all’accusa (però, tutta ancora da verificare), l’ormai attempato Mister muscolo, nella veste (si fa per dire) di governatore della California, <b>avrebbe realizzato gli amplessi mercenari facendosi recapitare le donzelle a domicilio con l’auto di servizio</b>.</p>
<p>Non sappiamo se in America questo genere di auto sia “blu” come da noi, se sia cioè come quella usata dall’ex-governatore del Lazio, Marrazzo, per andare a vizi. Di sicuro l’autovettura non è sfuggita all’occhio attento di un addetto alla sicurezza dell’hotel Hyatt Regency. Costui altrettanto di sicuro non si faceva i cavoli suoi, dato che nel concetto di sicurezza non ci pare che rientri il controllo delle mignotte d’albergo.</p>
<p>Naturalmente i giornali si son buttati a capofitto sulla ghiotta notizia, per dilaniare ipocritamente il povero (si fa per dire) ex-divo allupato. Evidentemente, il bunga bunga, che ha sputtanato (quando ce vo’, ce vo’) Berlusconi, alla lunga deve aver stufato i lettori. Così, poco prima di Schwarzenegger, ecco provvidenzialmente sbucare <b>un altro infoiato da sbattere in prima pagina: Dominique Strauss-Khan</b>. Non sappiamo se quel Khan lo identifichi come un discendente di Gengis Khan o di Kublai Khan. Ma quel che è certo è il suo modo di fare da conquistatore latino, cui è impossibile resistere, sennò sono c…! Ultimamente egli rivestiva soltanto (si fa sempre per dire) la carica di direttore generale del Fondo Monetario internazionale: robetta da misero miliardario. In passato, però, in Francia aveva ottenuto come deputato, sindaco o ministro socialista una lunga fila di mandati. Peccato per lui che essi si siano ridotti al momento unicamente a quello di… cattura.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero10/arnold-barbaro_big.jpg" rel="lightbox[Conan]" title="Arnold il barbaro"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero10/arnold-barbaro_thumb.jpg" title="Se anche Conan va a puttane…" alt="arnold barbaro thumb Se anche Conan va a puttane…" /></a><br />
<h6>Arnold il barbaro<br /></h6>
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<p>Di colpo, dal 14 maggio 2011, eccolo trasformato nel lupo cattivo di Cappuccetto Rosso. È stato infatti denunziato per esser saltato addosso (e non solo) alla cameriera africana che gli rifaceva il letto. Insomma <b>il pezzo da novanta nascondeva un “pezzo di…” che potete immaginare</b>. Il cretinetto s’era forse dimenticato d’essere a New York, anziché nella foresta della favoletta. Rischia adesso di sciropparsi la bellezza di 70 anni di galera, che probabilmente non si farà mai. E ciò, non tanto perché con i quattrini può comprarsi questo ed altro, ma perché l’accoppiamento senza le opportune cautele potrebbe avergli giocato un pessimo scherzo. Infatti, a quanto pare, la donna sarebbe portatrice di Aids abitando in un edificio del Bronx riservato a questo tipo di malati.</p>
<p>Ma torniamo al nostro Schwarzenegger (ma che cacchio di cognome s’è scelto!), che con Strauss-Khan non ha alcun legame tranne quello d’essergli finito a ruota sulle cronache scandalistiche. In verità, anche per lui c’è stato nel 1997 un incidente di percorso con un’altra cameriera (sarà un virus…). A quel che ricordiamo, la donna prestava servizio da un ventennio a casa dell’attore, quando le nacque un bel bebé. Colpo di fulmine? Mah, dopo vent’anni…</p>
<p>Comunque, poiché i fatti parlano chiaro, atteniamoci a loro. Al contrario di Strauss-Khan, il lungo tempo trascorso dalla colf nelle faccende domestiche dimostra che <b>il nostro eroe di celluloide c’è andato certamente con le molle, prima di arrivare al dunque</b>. Sarà che in quegli anni lontani era impegnatissimo a sfornare un film d’azione dopo l’altro. Pensate che uno che ha fatto a cazzotti tutto il giorno abbia la “capa” a certe cose, quando la sera si ritira a casa distrutto? E poi c’è una circostanza che non va taciuta. Mentre lavorava sul set, “Schwarzy” era sicuramente circondato da stuoli di attrici affascinanti e disinibite. È da ritenere che, al loro cospetto, la cameriera non fosse la Venere di Milo, ché altrimenti avrebbe fatto l’attrice pure lei. Come sia potuto accadere l’irreparabile con lei dopo venti anni, resta quindi un mistero.</p>
<p>Ma veniamo allo scandalo di oggi. Ammettiamo pure per un attimo che la spiata relativa alle escort sia vera. È possibile che essa miri a tagliare le gambe all’ex-attore, nel momento precedente al suo preannunziato ritorno alle scene. È pure possibile che si tratti di un modo come un altro per spillargli quattrini. Sta di fatto che il denunziante non può non sapere che l’America è un paese puritano. Gli Usa riempiono il mondo di pellicole-spazzatura piene di scene di sesso e violenza, ma sono severissimi e bacchettoni per le faccende di casa. A questo punto <b>il governatore uscente sarebbe stato un vero baccalà, passando dalla donna di servizio a quelle a mezzo servizio</b>. Ma l’avrebbe fatta ancor più grossa, mandando la macchina d’ufficio a svolgere compiti non inerenti alla funzione cui erano destinate.</p>
<p>Ma dico io: Schwarzenegger non aveva i soldi per far effettuare la “consegna” da parte di un tassista? Per sviare ogni sospetto, sarebbe bastato che le ragazze si fossero limitate a dare l’indirizzo salendo in macchina, senza indicare il destinatario. Perché è stata usata allora la macchina di servizio? Boh! Eppure deve esserci un motivo. Ma, gira e rigira, l’unica spiegazione plausibile, per quanto un po’ scema, ci sembra questa. Siccome le donzellette, per svolgere quel “servizio”, entravano in hotel dalla porta di servizio, <b>cosa c’era di più azzeccato di una macchina di… servizio?</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore si proclama a tutti gli effetti di legge un “Brigante meridionale”</b></i></p>
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		<title>Il (pe)diluvio universale</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 05:05:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero9/porci_home2.jpg" align="left">Il Dio dell'Antico<br />Testamento era<br />famoso per le sue<br />punizioni. Ma come<br />punire i puzzoni?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/promesse-da-marinaio/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Promesse da marinaio</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero9/porci-vino_big.jpg" rel="lightbox[Piedi]" title="Sodoma, Gomorra, i porci e il vino"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero9/porci-vino_thumb.jpg" title="Il (pe)diluvio universale" alt="porci vino thumb Il (pe)diluvio universale" /></a><br />
<h6>Sodoma, Gomorra, i porci e il vino<br /></h6>
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<p>Non si può certo dire che, traslocando dal Paradiso terrestre, l’umanità abbia fatto un grosso affare. Infatti, in questa valle di lacrime non solo ha dovuto sgobbare da mattina a sera, ma s’è pure dovuta<b> sciroppare una serie interminabile di sciagure naturali</b>. E meno male che alcune di queste disgrazie hanno avuto una portata territoriale limitata! Si pensi alla “sette piaghe d’Egitto”, che rimasero fortunatamente circoscritte alla terra delle piramidi. Alla fine, tutto terminò unicamente perché il faraone s’indignò per quella evidente disparità di trattamento con gli altri popoli ed espulse gli Ebrei dalla regione.</p>
<p>Un’altra famosa sciagura di settore fu quella che colpì a sua volta le città di Sodoma e Gomorra, ma risparmiò i paesi limitrofi. Quanto ai sodomiti, tutti sanno che essi <b>furono puniti perché erano degli impenitenti culattoni</b>. Ma i gomorriti, o come diavolo si chiamavano costoro, quale sozzura avevano combinato? È un vero mistero. Sta di fatto che in quelle due città nessuno poteva uscir per strada, senza finir vittima della lussuria altrui. Sicché, alla fine, ai loro depravati abitanti fu riservato lo stesso identico destino: finir sepolti sotto una micidiale tempesta di fuoco. Miracolosamente se ne salvò uno solo, che aveva preso da tempo la precauzione d’indossare un bel paio di mutande… d’acciaio inossidabile. Perciò, anche se poi ci rimise per strada la moglie troppo curiosa, per lo meno <b>salvò le sue povere chiappe dalle altrui brame</b>.</p>
<p>Ma, a parte questi casi circoscritti, la più terrificante calamità mai abbattutasi su tutti i discendenti di Adamo resta il famoso Diluvio universale. Si sa che la gente ha la memoria corta. Perciò la sciagurata vicenda della mela di Eva con annessa cacciata dall’Eden venne dimenticata in fretta. Trascorsero alcuni secoli. Un bel dì, chissà come, gli uomini scoprirono una nuova bevanda: il vino. Da quel momento tutti i loro sforzi furono indirizzati a pigiare uva dall’alba al tramonto. Solo con le tenebre smettevano, ma unicamente per mettersi a scolare l’intera produzione giornaliera (fu allora che sorsero forse i primi “pub”).</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero9/puzza-spazio_big.jpg" rel="lightbox[Piedi]" title="La puzza nello Spazio"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero9/puzza-spazio_thumb.jpg" title="Il (pe)diluvio universale" alt="puzza spazio thumb Il (pe)diluvio universale" /></a><br />
<h6>La puzza nello Spazio<br /></h6>
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<p>All’indomani, smaltiti gli effetti della sbronza, ricominciavano a produrre altro vino per la serata. In breve, dimenticarono letteralmente che esisteva persino l’acqua. Infatti, non la usarono più non solo per dissetarsi, ma addirittura per lavarsi. Secondo loro, il tempo non poteva esser sciupato per quelle inezie, ma andava sfruttato per intero nella spremitura degli acini di vite. Ma, dagli oggi e dagli domani, <b>gli sporcaccioni finirono per somigliare perfettamente a dei porci</b>, tanto divennero sporchi e ributtanti.</p>
<p>Ora, vi chiederete se qualcuno si fosse salvato da questa brutta abitudine, perché era astemio. Certo che c’era. Il fatto è che anche chi non amava gli alcolici era stato contagiato alla lunga dalle brutta abitudine di non curare più l’igiene personale. In sostanza, non se ne salvava uno. I risultati nefasti non si fecero attendere, perché il fetore del sudore ben presto ammorbò l’aria in modo nauseante. E non c’era soltanto quella caratteristica puzza di cipolla, che sprizza dalla peluria quando è sporca. La cosa peggiore era data dalle <b>vampate di gorgonzola</b>, che promanava da tutti quei milioni di piedi non lavati. Il dramma era che l’umanità era talmente avvinazzata da non rendersene nemmeno conto.</p>
<p>Col tempo le mefitiche esalazioni giunsero alle stelle. Pensate che persino gli UFO presero a girare alla larga dal nostro pianeta! Sulla Terra, oltre agli uomini, restarono giocoforza solo i loro angeli custodi. A causa dello stress, però, questi poveretti, anche se muniti di maschere antigas, furono costretti a turnare tra loro. Inutile precauzione, perché molti finirono lo stesso al reparto intossicati.</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero9/lavatevi_big.jpg" rel="lightbox[Piedi]" title="Il (pe)diluvio universale"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero9/lavatevi_thumb.jpg" title="Il (pe)diluvio universale" alt="lavatevi thumb Il (pe)diluvio universale" /></a><br />
<h6>Il (pe)diluvio universale<br /></h6>
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<p>Ma il peggio doveva ancora arrivare. Allorché le prime anime cominciarono ad affluire all’altro mondo, accadde l’irreparabile. Con loro trasmigrò infatti anche la terribile puzza delle loro estremità! Solo Satanasso, che era il re di tutte le schifezze, non avvertì il contraccolpo. Il Paradiso invece divenne una succursale dell’inferno. Più arrivava gente dalla terra, più il tanfo pedestre aumentava. <b>Sembrava quasi che la Cloaca Maxima si fosse trasferita lassù</b>. Per il disgusto, cherubini serafini angeli e santi cominciarono a esser preda di violenti conati di vomito. Si provò allora a correre ai ripari, creando per loro il primo <b>“vomitorium”</b> che poi verrà imitato dai patrizi romani per le loro ville. Ma si trattò solo di un misero palliativo, peraltro insufficiente a smaltire l’enorme fila che si creò lì avanti.</p>
<p>La situazione presto precipitò. I cherubini e serafini smisero d’intonare i celestiali cori per cui erano stati creati. Se si escludono infatti le anime dei nuovi arrivati che erano abituate a quell’olezzo, tutti avevano le narici perennemente tappate con le dita. In quelle condizioni, nessuno riusciva più a fare un tubo e qualcuno arrivò persino a chiedere il… trasferimento.</p>
<p>Allora il Padreterno preoccupato decise d’intervenire. Era necessario dare una severa lezione a quei debosciati maiali del pianeta Terra. Racimolò da ogni punto dell’universo tutte le nubi che c’erano e le dirottò contro la Terra. Da quel momento <b>piovve “a zeffunno”</b> per 40 giorni e 40 notti di seguito. L’acqua scrosciante sommerse inevitabilmente ogni più sperduto angoletto. E gli uomini vi finirono dentro… dal calli ai colli. Anche i più fortunati di loro, che riuscirono all’inizio a salire sui tetti più alti, finirono alla fine coi piedi a mollo. Insomma, all’inizio, il diluvio prima d’esser tale fu… <b>un pediluvio universale</b>.</p>
<p>Ma il piano divino di punizione di quei puzzoni, per quanto giusto, faceva purtroppo… acqua. Presentava cioè una falla. <b>Questa falla aveva un nome: Noè</b>. È noto che a questo antesignano del Wwf fu affidato il compito di salvare le coppie di animali esistenti al mondo. Loro infatti non c’entravano nulla con la faccenda della puzza. Pertanto, quando scoppiò il finimondo, Noè fece salire tutte quelle bestie sull’arca prima di mettersi in salvo pure lui. Però le operazioni di salvataggio andarono per le lunghe. Sicché, egli <b>fece appena in tempo ad imbarcarsi prima che le acque purificatrici potessero lambirgli la pianta dei piedi puzzolenti</b>. Ed è da attribuirsi a questa sciagurata circostanza, se ancor oggi ci capita d’incontrare qualche suo discendente a cui puzzano maledettamente i piedi. Amen.</p>
<p><b><i>L’autore si proclama a tutti gli effetti di legge un “Brigante meridionale”</b></i></p>
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		<title>La lupa e le ochette</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 20:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:3px;margin-bottom:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero8/lupa-capitolina_home1.jpg"><br />Cosa spinse davvero, la notte del 18<br />luglio del 390 a.C., a far starnazzare le<br />oche capitoline? Merito di un galletto<br />francese o di un pollastro de' noantri?<br />La nostra ricostruzione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero8/dodo-roma_big.jpg" rel="lightbox[Galli]" title="Il Dodo di Roma"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero8/dodo-roma_thumb.jpg" title="La lupa e le ochette" alt="dodo roma thumb La lupa e le ochette" /></a><br />
<h6>Il Dodo di Roma<br /></h6>
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<p>Nel fatidico 390 a.c. accadde a Roma un fatto alquanto strano, destinato a passare ai posteri. Pensate che per un momento <b>quel fatto arrivò a mettere in ombra la funzione stessa dei cani da guardia</b>. Sarà che era il 18 luglio e che faceva un caldo davvero boia. Sta di fatto che quella dannata notte erano comunque tutti stressati dall’afa e s’erano appisolati profondamente, inclusi i cani. Anzi, mi correggo: qualcuno vegliava. Ma andiamo per ordine.</p>
<p>A quei tempi, in Francia c’erano galletti in abbondanza, mentre c’era estrema penuria di galline. Per ovviare all’inconveniente, fu provata qualche soluzione di ripiego. In qualche caso, si procedette ad accoppiamenti un po’ ibridi con altri volatiti come oche, tacchine e <b>femmine di uccelli Dodo</b> (all’epoca non erano ancora estinti). In qualche caso estremo, <b>si pensò di trasformare in moderni “trans” i galletti più sfortunati</b>, riducendoli a semplici capponi. Certo, quest’ultimo ritrovato soddisfaceva chi coltivava certi gusti che precorrevano i tempi d’oggi. Però come soluzione non era granché e venne quindi scartata. Restava la prima soluzione. Tra i vari pennuti, ad adattarvisi con maggior gioia furono <b>le oche, per il semplice motivo che erano perennemente… giulive</b>.</p>
<p>A quel tempo, nel paese transalpino viveva <b>un popolo barbaro, che si distingueva per il bel paio di corna portato orgogliosamente sugli elmi da guerra</b>. Tanto per farvi capire la differenza, i Romani del tempo si cingevan la testa solo col famoso “elmo di Scipio”. Per comprendere la strana abitudine dei nostri cugini transalpini, va detto che la più potente delle loro tribù era quella dei Senoni. Questa denominazione derivava dal fatto che <b>le loro donne avevano una… misura toracica ch’era uno sballo</b>. Ovviamente, questa loro caratteristica attirava i maschi come la carta moschicida fa con le mosche. Fu questa la ragione per cui gli uomini del clan finivano cornificati a getto continuo.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero8/oche-capitoline_big.jpg" rel="lightbox[Galli]" title="Oche capitoline"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero8/oche-capitoline_thumb.jpg" title="La lupa e le ochette" alt="oche capitoline thumb La lupa e le ochette" /></a><br />
<h6>Oche capitoline<br /></h6>
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<p>Col tempo però non solo si rassegnarono, ma giunsero a trarne apertamente vanto. Da allora sfoderarono, come s’è detto, i “pennacchi” di cui sopra. Insomma, <b>i classici cornuti e contenti</b>. Ora, i Senoni avevano come hobby principale quello d’allevare una razza particolare di galletti da combattimento. Alla lunga, finirono essi stessi per essere identificati con questi animali, tanto da esser chiamati “Galli”. Si instaurò una simbiosi così perfetta, che, allorché un bel dì invasero l’Italia, i guerrieri si portarono appresso tutto questo pollame. Giunti sul suolo italico, i gallucci, abituati com’erano a non sottilizzare, si dettero naturalmente da fare con ogni genere di volatile trovato per strada. Come si sa, alla fine della lunga scorreria, i Senoni arrivarono addirittura a cingere d’assedio la rocca del Campidoglio. Qui, gli ultimi difensori di Roma si strinsero a corte pronti alla morte, in attesa di qualche miracolo che favorisse la riscossa.</p>
<p>Da tempo immemorabile, su quel colle c’era un tempio di Giunone, ove venivano allevate alcune oche consacrate alla dea. Ovviamente, dopo alcuni mesi d’assedio, i viveri cominciarono a scarseggiare e furono razionati. Tuttavia, anche se non ci vedevano più dalla fame, i Romani non osarono toccare le oche sacre. E fu una fortuna. A un certo punto accadde che, dopo tanti fallimenti, i Galli pensassero di attaccare in piena notte, per cogliere il nemico nel sonno. Predisposero perciò la loro sortita per la mezzanotte di quel dannato 18 luglio. Prima, però, per logorare i Romani, sferrarono una serie d’attacchi continui sotto il sole a picco (tanto loro avevano gli elmi cornuti a ripararli). Al calar delle tenebre, gli assalti cessarono permettendo ai difensori sfiniti di tirare il fiato e di addormentarsi. Dopo il macello di quel giorno, in cui avevano abbaiato furiosamente per ore, pure i cani si abbacchiarono stremati. <b>Sveglie rimasero solo le oche, che proprio quella notte avevano un appuntamento galante con un galletto del Testaccio</b>.</p>
<p>Si trattava di un esemplare ruspante di razza italica, che aveva deciso di fare concorrenza ai cugini francesi. Questi debosciati, a loro volta, avevano adocchiato dal basso le verginelle mentre passeggiavano nell’aia. E, perciò, appena i loro padroni s’accinsero alla scalata, li seguirono. Tuttavia, l’impazienza di uno di loro fu tale da farlo arrivare in cima per primo. Le ochette subito gli andarono incontro, scambiandolo per il loro fustaccio. Allorché s’avvidero dello sbaglio, però, <b>si misero a starnazzare come tante… oche.</b> Il putiferio ebbe l’effetto di risvegliar di colpo gli assediati, che si precipitarono alle armi. Si accese allora un parapiglia generale, in cui furono coinvolti non soltanto gli umani, ma anche le bestie. Infatti, i galletti gallici si trovarono inaspettatamente di fronte il galletto nostrano, che era nel frattempo apparso sulla scena. Anche se era solo, il nostro campioncino affrontò eroicamente la marmaglia dei concorrenti, sostenuto a gran voce dal tifo delle sue femminucce.</p>
</div>
<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero8/vichinga-senoni_big.jpg" rel="lightbox[Galli]" title="Una vichinga dei Senoni"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero8/vichinga-senoni_thumb.jpg" title="La lupa e le ochette" alt="vichinga senoni thumb La lupa e le ochette" /></a><br />
<h6>Una vichinga dei Senoni<br /></h6>
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<p>Ma il numero soverchiante dei nemici l’avrebbe abbattuto, se non fosse intervenuta un’altra bestia:<b> la famosa lupa romana</b>. Erano ormai trascorsi i bei tempi lontani in cui aveva allattato Romolo e Remo. E perciò la lupa viveva ormai lassù da un pezzo a spese del Comune. Capì subito che, se avessero vinto i Galli, la pacchia sarebbe finita. Essendo infatti il simbolo vivente dell’Urbe, era ovvio che i nuovi arrivati mai avrebbero tollerato di mantenerla a sbafo. Era quindi giocoforza affrontarli. Conclusione: mentre i Romani riuscirono a ributtar giù dalla rocca gli assalitori, anche le due bestie italiche ebbero la meglio sui galletti di Francia.</p>
<p>Tuttavia, la lupa, visto che c’era, non perse tempo e si rifece del razionamento forzato di quei mesi di carestia. Si pappò infatti tutti i galletti che le capitarono a tiro. Purtroppo, <b>l’entusiasmo del momento la portò a ingollarsi pure l’esemplare di casa nostra</b>. Sta di fatto che quella smodata spanciata giungeva dopo un digiuno eccessivamente lungo. Le provocò ovviamente una indigestione, che la portò alla tomba. Morì comunque soddisfatta non solo d’aver salvato Roma, ma d’essersi ingozzata peggio di Lucullo. Da allora fu idolatrata come una specie di divinità protettrice della città. Chi se la vide invece brutta furono i cani, che non avevano fatto il loro dovere. Ad ogni ricorrenza, infatti, si prese l’abitudine (storicamente accertata, credetemi) di crocifiggerne qualcuno per punizione.</p>
<p>Inizialmente, anche le ochette furono onorate, visto che i loro versi avevano svegliato appena in tempo chi dormiva. Venivano perciò portate in processione dietro i fasci littori e abbuffate con <b>ogni ben di… Giove</b>. Col tempo, tuttavia, a causa di questo trattamento privilegiato, presero ad ingrassare smodatamente. Sicché, quando arrivarono al peso giusto, qualche buongustaio pensò bene di farsele al forno con le patatine. Ma i Romani erano religiosissimi, per cui si pentirono immediatamente di quel gesto sacrilego in danno delle ochette. E si precipitarono allora a farne… <b>le divinità protettrici degli antifurti!</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore confessa orgogliosamente di essere un “Brigante meridionale”</b></i></p>
</div>
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		<title>Il callo(ne) di Achille</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 20:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero7/tallone-achille_home2.jpg" align="left">Chi era davvero<br />Achille? Pelide o<br />callide? E Troia? La<br />verità sul famoso<br />mito greco]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero7/tallone-achille_big.jpg" rel="lightbox[Achille]" title="Achille e il suo callo"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero7/tallone-achille_thumb.jpg" title="Il callo(ne) di Achille " alt="tallone achille thumb Il callo(ne) di Achille " /></a><br />
<h6>Achille e il suo callo<br /></h6>
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<div>
<p>Tutti sanno che il “pelide Achille” <b>fece una brutta fine per colpa d’un dannato tallone</b>. Stando alla leggenda, era quello l’unico punto del suo corpo a non esser finito a mollo nel fiume Stige. Viceversa, tutto il resto del fisico era diventato invulnerabile. La verità è però un’altra. Più che di un tallone, <b>si trattò di un volgare, per quanto enorme, callo del piede</b>. E fu solo per l’evidente affinità fonetica che <b>questo “callone” fu scambiato per un tallone</b>.</p>
<p>Le cose andarono così. Un certo giorno, con affetto tutto materno, sua madre Teti decise di fargli fare nel fiume infernale quel tuffo vivificatore che doveva preservarlo in futuro. Ovviamente, per far ciò, la ninfa doveva per forza acchiapparlo da qualche parte per tenerlo. Scartate altre… protuberanze, optò infine per un piede. Però, nell’attimo cruciale dell’immersione l’arto le sfuggì di mano e il poveretto rimase afferrato solo per l’alluce. Purtroppo, dopo un iniziale gonfiore, lo sforzo sopportato degenerò dando vita ad un callo pazzesco. E da allora <b>nessun callista riuscì mai a eliminarlo</b> con i mezzi del tempo.</p>
<p>Nel prosieguo della vita, la fastidiosissima protuberanza impedì al fanciullo persino d’infilarsi i coturni. E, poiché all’epoca non esistevano ancora le calzature “Valleverde”, ciò costituiva un bel guaio per lui. Fu giocoforza per il ragazzo andarsene quasi sempre scalzo, con intuibili conseguenze in fatto di <b>cacche di cane che schiacciava a ogni piè sospinto</b>. Per sfotterlo, visto che il durone lo tormentava fino a farlo zoppicare, lo soprannominarono… “Piè veloce”. Achille non sapeva che il suo destino era destinato a intrecciarsi sempre con qualcuno o qualcosa che avesse attinenza con i piedi. A un certo punto, la sua strada terrena s’incrociò con quella di un indovino povero in canna, ma furbo. Costui era chiamato “Calcante”, perché le sue condizioni economiche gli imponevano di andare necessariamente “pedibus calcantibus”.</p>
<p>Ben presto, per alleviare la sorte propria, Calcante prese a tirar a indovinare… quella altrui. Col tempo, alla pari di certi maghi di oggi, capì che più le sparava grosse e più la gente era disposta a scucire quattrini. Con frasi ambigue, predisse perciò a Teti che la rovina di Achille avrebbe avuto un nome: <b>Troia, ai cui piedi sarebbe morto</b>. Alle allarmate domande della ninfa, riuscì a scroccare un lauto versamento di dracme sul suo conto bancario in Svizzera. Solo allora chiarì che, anziché di una donnaccia, si trattava in realtà della città di Ilio. La madre spaventata fece allora di tutto per distogliere il marmocchio dalla passione per le armi ereditata dal <b>padre, re dei Marmittoni</b> (termine che le fonti hanno poi distorto in Mirmidoni).</p>
<p>Lo inviò quindi sotto mentite spoglie nella reggia di Licomede, dove lo costrinse a vivere ben nove anni in un gineceo, travestito da donna. Da quel momento, allo sventurato fu addirittura appioppato il vezzoso appellativo di Pirra (Fulva), a causa dei suoi riccioli biondi. Insomma, roba da rivolgersi al Giudice Tutelare del Tribunale! Capirete che, alla resa dei conti,<b> Achille diventò peggio di certe “checche” che oggi furoreggiano in Tv</b>. Fu infatti inevitabile, visto come l’avevano ridotto, che finisse per avere le idee confuse in fatto di sesso. Comunque, non si sa bene come, riuscì ad avere ugualmente un accoppiamento con una figlia del re, la quale generò Pirro (che non è il famoso re dell’Epiro, ma Neottolemo).</p>
<p>Il fatto è che, in contemporanea, <b>il Pelide avviò pure una sospetta frequentazione con un tal Patroclo</b>, un mezzo bulletto più grande e smaliziato. A quei tempi, impazzava in tutto il mondo il cosiddetto “amore greco”, il quale addirittura spopolava proprio in Grecia (e te pareva!). Poiché appartenevano alla “meglio gioventù”, i due garzoncelli non si sottrassero alla moda del momento. Anzi, si legarono al punto che, quando Patroclo finì poi ucciso, Achille ebbe il famoso scatto di “ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero7/achille-patroclo_big.jpg" rel="lightbox[Achille]" title="Achille e Patroclo"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero7/achille-patroclo_thumb.jpg" title="Il callo(ne) di Achille " alt="achille patroclo thumb Il callo(ne) di Achille " /></a><br />
<h6>Achille e Patroclo<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Sta di fatto che, in quel mondo, le faccende di cuore non incontravano ostacoli: si amava e basta, senza star a sottilizzare sul certificato anagrafico. E perciò anche un “amore greco” rientrava nella normalità, alla pari del fatto che un giovane troiano amasse una troietta (a scanso di equivoci, una giovane abitante di Troia). Insomma, il mondo narrato da Omero, se non era un casotto, poco ci mancava. E, <b>se ci aggiungete pure Cassandra che portava sfiga</b>, il quadro che ne esce è così deprimente da far cascare le braccia. A questo punto, vien quasi da chiedersi se in fondo Omero non intendesse scrivere un romanzo pornografico, come dimostrerebbe la scelta stessa di… Troia ove ambientò la trama. Mah!</p>
<p>Torniamo ai fatti. Un brutto giorno, capitò da quei paraggi il callido Ulisse. Stranamente, costui, pur non avendo i calli come Achille, era detto ugualmente… callido. Ma, attenzione: non è che il furbastro fosse capitato lì per caso. Era passato prima da Calcante. L’indovino, dopo essersi fatto rimpinguare il solito conto svizzero, gli aveva vaticinato che, senza Achille,<b> i Greci sarebbero stati freschi con quella… Troia di città</b> che assediavano da tempo. A quel punto, Ulisse cominciò a cercare la sua preda ed, essendo un furbacchione, ci mise poco a scoprire che sotto le vesti da donna c’era in realtà l’uomo giusto. Non ci furono santi.</p>
<p>Per non rischiare d’essere dichiarato renitente alla leva, Achille fu costretto a combattere con gli altri Achei. Naturalmente, essendo egli pressoché invulnerabile, divenne ben presto il terrore dei nemici, i quali potevano salvarsi solo scappando. In pratica, <b>se affrontava a piedi gli avversari, Achille doveva solo stare attento che non gli schiacciassero i calli</b> per stare a posto. Tuttavia, sempre a causa del suo durone rigonfio, non poteva certo inseguirli in caso di fuga. Viceversa, quando l’eroe usava il cocchio, col cacchio che ne risparmiava uno! Insomma, al tirar delle somme, in poco tempo ne fece fuori più lui da solo, che tutti gli Achei messe insieme.</p>
<p>Venne purtroppo il momento, in cui si verificò un incidente diplomatico con Agamennone. Questo capoccione (non nel senso di condottiero di schiere, ma di testone duro) pretese e ottenne per sé Briseide, che era la schiava favorita di Achille. La fanciulla <b>da tempo contendeva a Patroclo l’alto onore di dedicarsi all’asta</b> (della lancia: che avete capito!) di Achille, prima di ogni giostra. Per l’offesa subita, Achille si ritirò sdegnato nelle sue stanze, mettendo da allora i Greci col c… per terra. E solo quando Patroclo ci rimise le penne, il Pelide si rifece alla grande dell’arretrato sterminando nemici a frotte. Ma alla fine arrivò il fatidico momento pure per lui. Per sua iattura, <b>si trovò a incocciare il più cacasotto di tutti i troiani</b>, Paride.</p>
<p>Questa mezza calzetta – non s’è capito come &#8211; se la faceva da un pezzo con Elena di Troia, che aveva rapito e portato nella città… giusta. Il fatto è che la signora era appunto una signora, essendo sposata con Menelao, tipo quanto mai incazzoso. Insomma, le corna furono la causa del più famoso conflitto della storia. Purtroppo, Paride era così miope che, anziché filarsela in direzione opposta a quella da cui veniva Achille, gli andò precipitosamente incontro. Seguì un cozzo terrificante, che il Pelide sorpreso non riuscì a scansare: era troppo abituato a veder scappare i nemici dall’altro lato. Per colmo di sventura, <b>l’avversario gli finì giusto sul famoso callo con tutto il peso di corpo e armatura. Fu la fine</b>. Lanciata una parolaccia non riproducibile, l’eroe si schiantò al suolo. E fu così che per un calletto fetente ci rimise la ghirba. Eppure, sarebbe bastato oggi un callifugo da quattro soldi per salvargliela!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore è, a ogni effetto di legge, un orgoglioso “Brigante meridionale”</b></i></p>
</div>
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		<title>I ratti delle sabine</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 18:19:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero6/sabine_home2.jpg" align="left">Qual è la vera storia di<br />Romolo e del ratto<br />delle sabine? Tutta la<br />verità sulla vicenda<br />tiberina]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero6/sabine_big.jpg" rel="lightbox[Sabine]" title="Le Sabine, delle 'mignotte matricolate'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero6/sabine_thumb.jpg" title="I ratti delle sabine" alt="sabine thumb I ratti delle sabine" /></a><br />
<h6>Le Sabine, delle &#8220;mignotte matricolate&#8221;<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Sin dai primordi, le Sabine si distinsero tra le popolazioni laziali per essere <b>delle mignotte matricolate</b>. Possedevano infatti <b>una predisposizione naturale alla goduria</b>. Ma, sarebbe suonata come una grave offesa agli dei non mettere a frutto tanta grazia di Zeus. Perciò, ben presto le furbacchione presero a esercitare il mestiere più antico del mondo. Col tempo, arrivarono a stabilire <b>un vero e proprio monopolio del sesso a pagamento sull’intera area</b>. Si sa che generalmente questo tipo di “signore” sceglie quei luoghi che possono render meglio al loro esercizio professionale. Fu questa la ragione che spinse le sabine a concentrarsi di preferenza sul lato destro del Lungotevere.</p>
<p>All’epoca, infatti, c’era poca scelta, dato che non esisteva ancora… il Grande Raccordo Anulare. Sicché, al calar della sera, lungo la riva si creava un via vai continuo di cocchi e quadrighe, che facevano la spola da una lucciola all’altra. Né più né meno di quanto succede con le automobili oggi. Gli affari prosperavano, anche perché <b>non c’era la concorrenza di trans e viados</b>.</p>
<p>Ora, a forza di “battere” lungo il fiume, le sabine impararono a convivere coi ratti che l’infestavano. Entrarono, anzi, così in confidenza con le pantegane che cominciarono ben presto ad idolatrarne gli esemplari femmine. Intuivano infatti che, “mutatis mutandis”, si trattava di altre zoccolone come loro. Da allora, in base alle disponibilità economiche, ognuna prese ad allevarne quante più poteva. C’erano quelle che, come le gattare, portavano loro da mangiare tra i ruderi. La maggior parte tuttavia preferiva tenersele nel cortile. Le più “snob”, poi, se le coccolavano in casa come cagnolini, mentre le più depravate se le portavano addirittura in camera da letto tra le giuste proteste dei clienti. Ben presto <b>la zoccolaggine assurse al rango di “status symbol”</b> da esibire davanti alle amiche per farle crepar d’invidia. Pensate che le “escort” se le portavano a passeggio, legate al guinzaglio o affacciate alla borsetta; le più capricciose di loro se ne facevano persino confezionare delle pellicce. I sabini, dal canto loro, si erano presto rassegnati a sopportare questo strano vezzo delle loro compagne. Avendo trovato il loro tornaconto nell’attività muliebre, vivevano da tempo immemorabile completamente a sbafo. In sostanza, quel che importava loro era solo quel che esse rimediavano con la professione. Ma quella pacchia stava, purtroppo, per finire.</p>
</div>
<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero6/zoccola_big.jpg" rel="lightbox[Sabine]" title="Zoccola pret a porter"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero6/zoccola_thumb.jpg" title="I ratti delle sabine" alt="zoccola thumb I ratti delle sabine" /></a><br />
<h6>Zoccola pret a porter<br /></h6>
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<div>
<p>Sciaguratamente, un giorno, capitò dalle parti dell’odierna Trastevere un certo Romolo (Romoletto per gli amici). Si trattava di un bulletto di quartiere perché prendeva cappello per niente. Ne fece le spese persino il fratello Remo, che <b>venne fatto fuori senza riguardi per una cazzata da niente</b>. Ma, a parte queste quisquilie, il bellimbusto si credeva investito di una sacra missione: moralizzare i costumi. Si sentiva in sostanza come la senatrice Merlin, quando nel ’58 chiuse i casini. Per queste sue idee, <b>detestava le zoccole d’ogni specie e qualità</b>, ivi inclusi i tipacci. Onde realizzare il suo programma risanatore, Romolo <b>pensò bene di costruirsi una città tutta sua. E, perciò, dopo un giro di perlustrazione, scelse alla fine il versante del Tevere ancora incontaminato</b>. Tracciato un bel solco con l’aratro, delimitò così gli inviolabili confini dell’Urbe.</p>
<p>Ma, naturalmente, in tutto quello spazio non ci poteva viver da solo. Pensò quindi di fare proseliti con la promessa di un casa gratis, visto che la fame di alloggi c’era purtroppo anche allora. Mise in giro la voce. Così, nel giro di poco tempo, riuscì a racimolare un bel numero di sfaticati, vagabondi e senzatetto: tutta gente senza arte né parte. C’era però un problemino: si trattava d’una masnada di soli maschi. La faccenda era seccante, perché si correva il rischio che la città diventasse un deserto nel giro d’una generazione. Occorreva rimediare.</p>
<p>Romolo, che era un gran furbacchione, s’inventò la scusa d’inaugurare il nuovo insediamento e indisse una grande festa. Sabine e consorti furono ovviamente invitati al baccanale. Però, nel bel mezzo del festino, ad un segnale convenuto i seguaci di Romolo si buttarono sulle donne. Seguì il più grande rapimento di massa di tutti i tempi. I sabini, mezzi brilli e presi alla sprovvista, le buscarono di santa ragione da quei tipacci. Se ne dovettero tornare quindi a casa con la classica coda tra le gambe. Tuttavia, avendo perso la fonte del loro sostentamento, non si rassegnarono all’idea di doversi mettere a lavorare per campare. Giurarono perciò vendetta e affilarono le armi. Passarono i mesi.</p>
</div>
<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero6/moglie-romoletto_big.jpg" rel="lightbox[Sabine]" title="Romoletto e le donne"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero6/moglie-romoletto_thumb.jpg" title="I ratti delle sabine" alt="moglie romoletto thumb I ratti delle sabine" /></a><br />
<h6>Romoletto e le donne<br /></h6>
</div>
<div>
<p>I romani intanto non avevano perso tempo a… ripopolare la città. Ognuno di loro, secondo un patto precedente, si era tenuto per sé la fanciulla che era riuscito a sgraffignare. Va tuttavia detto che <b>nessuno pagò una lira per le prestazioni delle donzelle</b>, dato che, per i suoi scrupoli moralisti, Romolo l’aveva espressamente vietato. Col tempo, quindi, le sabine si adattarono giocoforza a fare le casalinghe. Arrivò il triste giorno dello scontro armato. Sabini e romani stavano già per suonarsele a sangue quando le donne s’interposero tra di loro. Sarebbe stato il colmo se i romani avessero ucciso un genitore o un fratello di quelle che erano ormai madri dei loro pargoletti! Capita l’antifona, <b>tutto si concluse a tarallucci e vino con una serie di matrimoni riparatori</b>. In cambio del lucro cessante e del mancato guadagno, i sabini si beccarono in regalo il colle del Quirinale e s’acquietarono.</p>
<p><b>L’unico che invece restò fregato fu il povero Romoletto</b>. Gli era capitata infatti la più incallita di tutte le… sabine. Fregandosene dei divieti, costei aveva continuato a praticar sottobanco il suo antico mestiere. Alla fine, quindi, il poveraccio s’era ritrovato più becco d’uno stambecco. Ma il peggio doveva ancora venire. Sempre all’insaputa del compagno che detestava i topi, la donna s’era portata con sé una chiavica di fogna in tutto degna di lei. Ovviamente, la bestiaccia si dette subito da fare anch’essa. Cosicché, in quattro e quattr’otto, popolò l’intera riva sinistra di <b>altrettanto prolifici zocculilli</b>. Di fonte a tanto fallimento, a Romolo non restò che morir di crepacuore. Allora, per metterci una pezza, gli storici Plutarco e Livio dovettero ricamarci su una storiella riveduta e corretta che salvasse capra e cavoli. Escogitarono quindi il famoso “ratto delle sabine”, come tutti lo conoscono, e ce lo rifilarono. Ma, se per caso provaste a grattare quel mito delle origini, avreste una sorpresa. Ché, subito, sbucherebbe fuori: <b>un esercito di zoccolone grosse così!</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore è, a tutti gli effetti, un orgoglioso “Brigante meridionale”</b></i></p>
</div>
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		<title>Attila, il cagone della Steppa</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 06:29:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero5/attila_home2.jpg" align="left">Ecco spiegato uno dei<br />dubbi più grandi della<br />storia: perché dove<br />passava Attila non cresceva più l'erba?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/separazioni/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Separazioni</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero5/attila-1_big.jpg" rel="lightbox[Attila]" title="Una delle mogli di Attila"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero5/attila-1_thumb.jpg" title="Attila, il cagone della Steppa" alt="attila 1 thumb Attila, il cagone della Steppa" /></a><br />
<h6>Una delle mogli di Attila<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Quello degli Unni era un popolo strano, perché <b>preferiva fare lo zingaro anziché metter su casa</b> da qualche parte. Le donne poi erano ancora più strane. Essendo piazzate all’ultimo gradino della scala della beltà femminile, <b>avevano la pessima abitudine di sfogare la frustrazione amputando il naso alle prigioniere</b>. Cercavano in tal modo d’impedire ai loro uomini d’invaghirsene e di svignarsela con loro. Poiché la circostanza non me la sono inventata, i villaggi degli Unni dovevano di riflesso essere una vera desolazione. Immaginate un po’: in giro<b> si vedevano solo le racchie di natura</b> e quelle che lo erano… diventate strada facendo.</p>
<p>Fu in questo ambiente degradato che venne al mondo Attila. In quanto figlio del capo-clan, era predestinato non solo al comando, ma anche ad avere un intero harem di mogli. Ma quest’ultima non era in realtà un’agevolazione da invidiargli, perché <b>ogni moglie si sentiva autorizzata a dare subito una “spuntatina” al naso alle nuove arrivate</b>. Il poveraccio, quindi, non riusciva mai a godersi un visino aggraziato, magari col nasino alla francese come piaceva a lui. Questa faccenda finì per incattivirlo. A complicare le cose ci si mise poi una strega della tundra siberiana. La megera, dopo aver lanciato alcuni ossicini per terra, gli predisse un giorno che al suo passaggio non sarebbe cresciuta più l’erba. Apriti cielo!</p>
<p><b>Attila era un semplicione</b>, dal momento che prese il vaticinio alla lettera. Dopo averci rimuginato sopra, giunse alla conclusione che esisteva un unico modo per non far crescere più l’erba: mangiarsela tutta! Così <b>si trasformò di colpo in un vegetariano accanitissimo</b>. Da quel momento prese a ingurgitare come un forsennato tutti i vegetali che beccava sul suo cammino. E non stava neanche a badare se si trattasse di insalata, broccoli, rape, cetrioli o dell’ultima fogliolina di prezzemolo e basilico.</p>
<p>L’importante era che quanto ingoiava fosse imparentato in qualche modo con il mondo vegetale. In breve, si mise in competizione persino col suo stesso cavallo, che ridusse pelle ed ossa giacché gli fregava… la biada dalla mangiatoia. Insomma, non possiamo che confermare qui il motto che, <b>laddove arrivava Attila, non nasceva più neanche un ravanello</b>.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero5/attila-2_big.jpg" rel="lightbox[Attila]" title="Attila il vegetariano"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero5/attila-2_thumb.jpg" title="Attila, il cagone della Steppa" alt="attila 2 thumb Attila, il cagone della Steppa" /></a><br />
<h6>Attila il vegetariano<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Ora, dovete sapere che il nostro eroe era già brutto di per sé. Ma quella dieta smodata gli conferì <b>un colorito verdognolo</b>, che sotto i baffetti alla mongola ne accentuava il ghigno mefistofelico. Per farla breve, divenne così brutto e cattivo da evitar di guardarsi nello specchio: aveva paura di… spaventarsi! Nel frattempo, la sua orda di Unni, essendo abituata a prender per oro colato tutto ciò che faceva il suo condottiero, prese ad imitarne le abitudini alimentari. Ma, dagli oggi e dagli domani, ne sortì un mezzo disastro ambientale, che desertificò tutta la steppa.</p>
<p>A quel punto, poiché non c’era più vegetazione capace di sfamare quella massa di gente, fu necessario iniziare una massiccia migrazione verso l’opulento Occidente. L’esodo, che interessava circa un milione di nomadi famelici, era ovviamente destinato a fare “tabula rasa” d’ogni prodotto della terra trovato sul cammino. Come uno sciame di cavallette, gli Unni spazzolavano regolarmente tutto e, se qualcuno protestava, volavano botte da orbi. In breve, si sparse il terrore e le popolazioni atterrite presero a fuggire prima dell’arrivo degli invasori. E fu da lì che nacque<b> la sinistra fama di “flagello di Dio”, che ancor oggi Attila si porta addosso</b>.</p>
<p>Non staremo qui a rievocare le battaglie e i macelli provocati da quest’orda di morti di fame, che avanzava simile ad un buldozer. Veniamo perciò all’ultimo atto della storia. quello del <b>noto incontro con la processione guidata dal papa di Roma, che gli era andato incontro per fermarlo</b>.</p>
<p>Giusto quella mattina, Attila aveva purtroppo avuto qualche avvisaglia che qualcosa della sua dieta non funzionava. Dapprima, aveva avvertito un doloretto di pancia. Poi, con l’andar delle ore, quel tormento si era andato trasformando in un’insopportabile colica intestinale. Preso dai preparativi dell’incontro, non trovò un attimo di relax per liberarsi le viscere e giunse perciò all’appuntamento, piegato in due sulla sella. Purtroppo, nel momento cruciale, i dolori di pancia si fecero davvero lancinanti. Disperatamente, Attila cercò allora uno straccio d’albero o di cespuglio dietro al quale acquattarsi per soddisfare <b>quell’impellente bisogno</b>.</p>
</div>
<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero5/attila-3_big.jpg" rel="lightbox[Attila]" title="Il cagone della Steppa"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero5/attila-3_thumb.jpg" title="Attila, il cagone della Steppa" alt="attila 3 thumb Attila, il cagone della Steppa" /></a><br />
<h6>Il cagone della Steppa<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Macché! Dietro di lui, a perdita d’occhio non c’era più neanche l’ombra di un filo d’erba! La profezia gli si stava ritorcendo contro. Come un ossesso, girò allora il cavallo per provare almeno a mettersi fuori vista. E, dato che aveva alquanto fretta, spronò il destriero con lo stesso impeto con cui, nella celebre versione di Fabrizio De Andrè, il re Carlo Martello <b>se la squagliò “fra il glicine e il sambuco”</b>.</p>
<p>Per sua sfortuna, l’intera orda, ancorché sorpresa da quella manovra imprevista, pensò ad una diversione strategica e gli andò repentinamente dietro. In pochi minuti, il campo restò sgombero e gli avversari da allora si vantarono del fatto che la ieratica figura del pontefice romano avesse messo in fuga il “flagello di Dio”. E, invece, noi sappiamo che il Nostro <b>era andato a cercare un fosso dove accovacciarsi per alleggerire il “carico”</b>. Trovato finalmente il posto adatto, Attila si calò giù le brache. Ma dovette rialzarsele di colpo perché sopraggiunse l’intera orda, che gli si piantò attorno. Vinto dalla vergogna, Attila fece uno sforzo sovrumano e, rimessosi a capo delle sue schiere, se ne tornò a tutta velocità verso le steppe.</p>
<p>Passò ore di tregenda, finché il sopraggiungere della notte l’obbligò a piantare il campo. Calate le tenebre, Attila provò a calar le mutande. E perciò sgaiottolò furtivamente lontano, in cerca della necessaria “privacy”. Senonché, fu scalognato pure stavolta. Dato che la sua guardia del corpo non doveva mai perderlo di vista, se la vide sbucar fuori dal nulla ad <b>impedirgli di concentrarsi per la…bisogna</b>.</p>
<p>Infuriato, ordinò allora di sciogliere su due piedi i ranghi dell’orda barbarica e <b>mandò tutti a ca…are</b>, che è come dire “ognuno a casa propria”. Solo a quel punto gli riuscì di rilassarsi adeguatamente, perché lasciò un puzzolentissimo ricordino ai margini della steppa. Subito dopo, si diresse verso la catena (siamo in tema!) del Tibet, dove le sue tracce si persero per sempre. Ma è qui che ci assale un dubbio: <b>vuoi vedere che è lui l’Abominevole Uomo delle nevi?</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore è, a tutti gli effetti, un orgoglioso “Brigante meridionale”.</b></i></p>
</div>
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		<title>Alì Babà e i 40 guardoni</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 06:33:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero4/finocchio_home2.jpg" align="left">Cosa succederebbe se,<br />per gioco, venisse<br />modificata la storia di<br />Alì Babà? Entriamo<br />nella caverna!<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/w-il-festipall/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: W il FestiPall...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero4/ali-baba_big.jpg" rel="lightbox[Ali]" title="Alì Babà"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero4/ali-baba_thumb.jpg" title="Alì Babà e i 40 guardoni" alt="ali baba thumb Alì Babà e i 40 guardoni" /></a><br />
<h6>Alì Babà<br /></h6>
</div>
<div>
<p>In un paesello vicino Baghdad, visse una volta<b> un fornaio che era appunto un… pezzo di pane</b>. La sua specialità era in particolare un dolcetto, che fu chiamato “babà” in omaggio al suo nome Alì Babà. Per toglierci il pensiero, diciamo subito che al termine della nostra storia il fornaio si trasferirà a Napoli, dove esporterà con successo il dolce omonimo. E non per nulla, da allora, il popolino, riferendosi ad una persona affabile e disponibile, dirà: <b>”Chillo è proprio ‘nu babà!”</b>.</p>
<p>L’esatta sua antitesi era invece il fratello Alì Bubù. Quest’uomo arido e cattivo ce l’aveva col mondo intero. Basti dire che si fece una fama così antipatica che le mamme, per spaventare i figlioletti più discoli, introdussero l’espressione: “Stai buono o chiamo Mazza Bubù!”.</p>
<p>Dunque, dovete sapere che Alì Babà per far funzionare il suo forno aveva bisogno di molta legna. Però, non aveva il becco d’un quattrino e il fratello, ricco ma spilorcio, di lui se ne fregava. Babà doveva perciò recarsi quotidianamente fuori del paese, per racimolare qualche arbusto. Quel giorno, gli esplose un fortissimo mal di pancia, provocatogli dall’abuso di fagioli che costituivano il suo unico alimento. Dovette perciò acquattarsi di corsa dietro un cespuglio. Anche se quel deserto appariva…deserto, Alì Babà era un tipo troppo rispettoso del pubblico pudore per osare “farla” platealmente in pubblico. Del resto, sapeva che in quei paraggi si trovava il palazzo del pascià Alì Morté, il cui nome era tutto un programma per i trasgressori delle regole. Nascondersi era quindi il minimo da farsi.</p>
<p>Ma, ad un certo punto, <b>durante l’alleggerimento corporale</b>, eccoti sopraggiungere una banda di 40 cavalieri, che per fortuna non s’accorse di lui. I nuovi arrivati si fermarono davanti ad una montagna dove pronunziarono la misteriosa formula “Apriti, Sesamo”. Immantinente, la roccia si spalancò. I cavalieri entrarono allora nella fenditura, che si richiuse alle loro spalle. Dopo qualche tempo, ne vennero fuori e si allontanarono dopo aver pronunciato l’espressione inversa “Chiuditi, Sesamo!”.</p>
</div>
<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero4/40-guardoni_big.jpg" rel="lightbox[Ali]" title="Ai 40 Guardoni"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero4/40-guardoni_thumb.jpg" title="Alì Babà e i 40 guardoni" alt="40 guardoni thumb Alì Babà e i 40 guardoni" /></a><br />
<h6>Ai 40 Guardoni<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Alì Babà, nel frattempo, si era trattenuto lì fuori, giacché la colica l’aveva obbligato a continuar la “seduta” segreta. Essendosi comunque incuriosito, volle ripetere le parole ascoltate e così la montagna si aprì di nuovo. Penetrato all’interno, ebbe la gradita sorpresa di trovarvi un enorme tesoro. Non si trattava però del frutto delle malefatte di 40 ladroni, come si è poi tramandato. <b>Quei cavalieri erano soltanto dei volgari “voyeurs”, che andavano lì a spiare di soppiatto le fanciulle dell’harem del pascià durante le abluzioni</b>. Dovete infatti sapere che, grazie ad un forellino nella parete, la grotta metteva in comunicazione visiva giusto con le stanze più intime della reggia. Per ogni minuto che i pervertiti trascorrevano incollati a quel buco, il proprietario della montagna magica incassava da loro una moneta d’oro.</p>
<p>Costui, avendo scoperto qualche tempo prima il pertugio nella parete, aveva subito pensato di profittarne fondando il club privé, intitolato: <b>“Ai 40 guardoni”</b>. Tanti, non di più, erano infatti i membri ammessi per statuto al club, onde evitare un’eccessiva e pericolosa pubblicità. Avendo gli stessi gusti dei soci, il furbastro ne era poi divenuto il presidente,  racimolando così in breve una vera fortuna di capitale sociale. Alì Babà, che ignorava la cosa, pensò invece al frutto di qualche rapina. E, poiché rubare ad un ladro non poteva esser considerato furto, credé bene di riempirsi le tasche prima di tornarsene a casa.</p>
<p>Nei giorni seguenti non fece parola dell’accaduto, ma l’improvviso suo benessere insospettì il fratello. Messo alle strette, Alì Babà alla fine gli confessò tutto. Allora Alì Bubù corse difilato alla montagna e vi penetrò pronunziando la parola magica. Però, di fronte a tutta quella ricchezza, perse completamente la testa. Infatti, al momento d’uscire, non ricordava più la formula precisa per far riaprire la roccia. Prima disse: “Apriti, sedano!”, Poi, “Apriti, prezzemolo!”. E poi ancora “Apriti, olio di sesamo!”: niente da fare. Sgranò allora un intero rosario di verdure fino ad esplodere in un esasperato <b>“Apriti, finocchio!”</b>, che naturalmente non produsse effetti neanche lui.</p>
<p>Conclusione: quando di lì a poco arrivarono i 40 guardoni, trovarono lo sciagurato fuori di senno e follemente abbracciato alle monete. Temendo una denunzia, lo fecero fuori dopo averlo costretto a raccontare tutti i particolari della vicenda. Per star tranquilli, dovevano a questo punto liberarsi pure di Alì Babà. Con una scusa, s’introdussero in casa sua nascosti dentro 39 botti vuote, lasciando che intanto il loro capo banda si fingesse mercante d’olio. Pensavano di uscire nottetempo ad un suo segnale ed eliminare il pericoloso testimone.</p>
</div>
<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero4/apriti-finocchio_big.jpg" rel="lightbox[Ali]" title="'Apriti, finocchio!'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero4/apriti-finocchio_thumb.jpg" title="Alì Babà e i 40 guardoni" alt="apriti finocchio thumb Alì Babà e i 40 guardoni" /></a><br />
<h6>&#8220;Apriti, finocchio!&#8221;<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Per loro sfortuna, con le monete sgraffignate, Alì Babà aveva intanto comprato un bellissima odalisca, che attirava i clienti come Sofia Loren quando faceva la pizze in un film famoso. Vedendo nelle botti i fori praticati per l’ossigeno, costei intuì subito quel che vi si celava. Avendo frequentato come “entreneuse” i locali più malfamati della “casba”, capì pure a quale genere di depravati il mercante appartenesse. Infatti le sue occhiate furtive lo catalogavano inequivocabilmente tra quelli che amano sbavare nell’ombra, guardando le donne discinte o le effusioni degli amanti. Informò della cosa il suo padrone, col quale ordì una trappola.</p>
<p>Mentre il capo banda dormiva, la donna improvvisò davanti alle botti una danza dei sette veli degna del “Crazy Horse”. I furfanti furono irresistibilmente attratti dall’invitante spettacolo e si misero a sbirciare dal buco dell’aria. E così, mentre sbavavano come lumaconi, Alì Babà ebbe tutto il tempo di sigillar bene i coperchi, incastrandoli per sempre. Quindi, svegliò il loro capo e lo fece incatenar dalle guardie, chiamate dalla serva. <b>Alì Morté era un pascià  che andava per le spicce</b> (non per nulla si chiamava così).</p>
<p>Accecò i 40 guardoni per aver osato gettar lo sguardo sulle sue concubine. Poi li espose per 40 giorni nella pubblica piazza in una gabbia, nudi come vermi (<b>per un guardone, non guardare ma esser guardato è sicuramente il non plus ultra delle fregature&#8230;</b>). Infine, per completare l’opera, li trasformò in tanti eunuchi per il suo harem, dopo un appropriato… ritocco. L’ingrato ma sospettoso pascià esiliò poi Alì Babà, perché gli restò il dubbio che avesse dato anche lui qualche sbirciatina alle donzelle. Prima, però, gli confiscò l’odalisca avendola trovata decisamente “bbona” per i suoi gusti.</p>
<p>Infine, a scanso di pericoli, incaricò il mago di corte d’intervenire d’urgenza sulla porta incantata per modificarne la formula magica. E fu così che da allora la montagna incantata non venne più aperta. E tale resterà, finché qualche culo rotto non azzeccherà la nuova combinazione. Come al Superenalotto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
</div>
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		<title>Silvio come Garibaldi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 12:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi_home2.jpg" align="left">La storia si ripete.<br />Pare che l'eroe dei due<br />mondi amasse<br />frequentare donne dai<br />dubbi costumi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi-donne_big.jpg" rel="lightbox[Garibaldi]" title="Garibaldi prima, Berlusconi poi: la storia si ripete"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi-donne_thumb.jpg" title="Silvio come Garibaldi" alt="garibaldi donne thumb Silvio come Garibaldi" /></a><br />
<h6>Garibaldi prima, Berlusconi poi: la storia si ripete<br /></h6>
</div>
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<p>Negli ultimi tempi le intercettazioni telefoniche hanno fatto venire fuori, più o meno pretestuosamente, un singolarissimo aspetto privato dell’attuale Presidente del Consiglio. Dal modo in cui è stato dipinto da chi era sicuramente a corto di altri argomenti, Berlusconi sembrerebbe affetto da una preoccupante forma d’incontinenza sessuale.</p>
<p>Teoricamente i suoi “pruriti” non dovrebbero fregare a nessuno. Ed invece hanno dilagato, riempiendo interi giornali, gossip televisivi e fascicoli processuali. Con la conseguenza che, grazie a questo tam tam mediatico, tante giovanissime sgallettate hanno ottenuto l’insperato onore di balzare ai vertici della notorietà solo per aver partecipato ai festini del “Papi”. Naturalmente, ipocrite e interessate dichiarazioni di sdegno di tutta l’opposizione di governo hanno subito fatto seguito alla divulgazione del “segreto istruttorio” (vero “desparicido” delle nostre Procure).</p>
<p>Tutti hanno gridato allo scandalo per le frequentazioni (che non significano necessariamente sesso) di donnine da parte di un uomo di governo. E tutti hanno dimenticato che la storia ci fornisce una vera sfilza di precedenti anche illustri in materia. Il fatto è che, da che mondo è mondo, le maliarde hanno gravitato attorno ai centri di potere, spesso influenzandone le scelte politiche.</p>
<p>E, visto che siamo immersi nell’atmosfera da melassa del centocinquantenario dell’Unità, ci limiteremo a qualche esempio. Vogliamo sorvolare sulla celebre <b>“Vulva d’oro” Virginia Oldoini</b>, meglio nota come contessa di Castiglione, mandata dal cuginetto Cavour appositamente a Parigi per adescare Napoleone III? Vogliamo dimenticare il suddetto conte Camillo Benso, che tra una tresca politica e l’altra intrecciava altrettante tresche amorose con le mogli altrui, le attrici di teatro e persino una minorenne di nome Andreana?</p>
<p>E vogliamo lasciare da parte un altro illustre “padre” della patria, che non si comportava certo da sovrano allorché correva dietro a tutte le gonnelle che gli capitavano a tiro, ivi inclusa <b>la “Bella Rosin” che era un vero cesso di bruttezza</b>? Ma non vogliamo far torto alla massima icona sacra della nostra storia unitaria e cioè a Peppino Garibaldi, perciò tireremo in ballo pure lui.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi-porno_big.jpg" rel="lightbox[Garibaldi]" title="Il mitico Peppino arrapato"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi-porno_thumb.jpg" title="Silvio come Garibaldi" alt="garibaldi porno thumb Silvio come Garibaldi" /></a><br />
<h6>Il mitico Peppino arrapato<br /></h6>
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<p>Alla possibile obiezione che il presunto eroe dei due Mondi non ebbe mai responsabilità di governo possiamo ovviamente replicare: innanzitutto, egli fu eletto più volte deputato (anche se, dando il primo pessimo esempio a tanti suoi successori, si comportò sempre da assenteista). In secondo luogo non va dimenticato che, quando gli riuscì di autoproclamarsi “dittatore” (carica per la quale aveva una vera fissazione), accentrò su di sé tutto il potere del Regno delle Due Sicilie per i mesi che vanno da Salemi fino a Teano. Insomma, governò eccome!</p>
<p>Ebbene, è risaputo che pure <b>il mitico Peppino non se ne faceva scappare una, purché… respirasse</b>. Da buon marinaio, faceva ovunque le relative promesse riuscendo persino ad ingravidarne qualcuna più ingenua. In Crimea dove approdò da giovane, esistono ad esempio persone che portano il suo cognome. Inevitabilmente, nei suoi spostamenti bazzicò le donnine a pagamento. Lo certifica il suo massimo agiografo Alfonso Scirocco, secondo il quale non solo il nizzardo s’imboscò nel 1834 per farsi curare una malattia venerea, ma a Rio de Janeiro <b>frequentò “ragazze importate da Parigi che ufficialmente si chiamavano commesse”. Non disdegnò anche le “schiave creole”</b>.</p>
<p>Provò poi a fare il cascamorto con Manoela Ferreira, profittando dell’ospitalità concessagli dalla sorella di Bento Goncalves, capo della rivolta secessionista del Rio Grande. Le sue “avances” si spinsero a tal punto che la fanciulla cominciò ad esser additata in maniera disdicevole come la “novia” di Garibaldi. Lo scandalo provocò l’intervento deciso dello zio per porre fine alla relazione. Con la medesima tattica subdola, però, il Nostro ci riprovò nel luglio del ’39 a Laguna. Qui, incontrato un tizio per strada ed invitato in casa sua, non trovò di meglio che insidiargli la moglie diciassettenne. Ricambiato dalla sciagurata, la porterà sulla sua nave di lì a poco, probabilmente dopo aver fatto “dipartire” l’incauto consorte, tal Manuel Duarte, di professione ciabattino.</p>
<p>La fedifraga in questione era <b>la celebre Anita</b>, tanto osannata dai nostri sillabari d’un tempo. Il bello è che fino al 1930 nessuno in Italia osò scalfire la sua immagine, svelando la verità sul suo stato civile precedente. E del resto anche Ana Maria de Ribeiro da Silva la sapeva lunga, perché, quando nel 1842 Garibaldi se la sposò a sua volta in Uruguay, si dichiarò “nubile” davanti alle autorità ecclesiastiche. Insomma, sembra di assistere alle stesse smentite che le fanciulle di Berlusconi fanno tutte le volte che vengono intervistate.</p>
<p>Ma credete che l’infaticabile Peppino la smettesse di fare il mandrillo, mettendo la “capa a posto” dopo queste nozze? Macché! Pur essendo già padre di Menotti, quello stesso anno se la spassò per due mesi a Santa Lucia los Santos con Lucia Esteche. Risultato: una figlia chiamata Margherita e mai da lui conosciuta. Pur avendo procreato altri due figli (Ricciotti e Teresita), <b>il Nizzardo continuò a correre la cavallina</b> al punto che l’ingelosita Anita, essendo gravida per l’ennesima volta, decise di marcarlo stretto. Perciò, mise a repentaglio la pelle per seguirlo nelle sue scorribande. Il risultato fu che gli stenti contribuirono non poco al suo prematuro decesso.</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi-figo_big.jpg" rel="lightbox[Garibaldi]" title="'indefesso amante dei due mondi"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero3/garibaldi-figo_thumb.jpg" title="Silvio come Garibaldi" alt="garibaldi figo thumb Silvio come Garibaldi" /></a><br />
<h6>L&#8217;indefesso amante dei due mondi<br /></h6>
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<p>Figuratevi se, una volta vedovo, il Nizzardo si fermava! Continuò infatti a provarci con tutte le donne che entrarono nel suo raggio d’azione. Si fidanzò con la nobildonna inglese Emma Roberts, da cui ebbe il benservito di lì a poco probabilmente per la sua scarsa signorilità (s’addormentava durante i concerti!). Si spupazzò fugacemente Pia Martini della Torre, poi ci provò con la baronessa Speranza von Schwartz, se la spassò con Jessie White che rifilò poi al suo seguace Alberto Mario, consolò Paolina Pepoli vedova del conte Zucchini, finchè finì a 52 anni per esser fatto becco il giorno delle nozze dalla diciottenne marchesina Giuseppina Raimondi.</p>
<p>Nel frattempo, pur frequentando le alte sfere della nobiltà femminile avida di emozioni grossolane, <b>l’indefesso “amante dei due mondi”</b> (la definizione non è mia, ma di Luca Goldoni) copulò con una badante diciottenne capitata a Caprera al seguito della figlia Teresita, tal Battistina Ravello. Ne nascerà la piccola Anita, che morirà poi d’insolazione sedici anni dopo tra l’indifferenza generale. L’ultimo exploit amoroso di un Garibaldi sempre meno prestante per gli acciacchi artritici fu con Francesca Armosino. Quest’altra servetta, semianalfabeta e brutta quanto la fame, si dimostrò più furba della prima governante. Infatti riuscì a farsi sposare nel 1880, dopo l’annullamento del secondo matrimonio di Peppino.</p>
<p>In sostanza, una volta insediata anche lei nell’isola di Caprera,<b> fece come qualche badante rumena di oggi</b>. E seppe rendersi così necessaria da ereditare alla fine tutto il “cucuzzaro”, alla faccia dei figli di primo letto avuti da Anita. A conti fatti, dunque, l’instancabilità sessuale di Garibaldi vi pare dunque inferiore a quella del nostro premier attuale? <b>I loro comportamenti sembrano quelli di erotomani incalliti</b>. Ignoriamo a cosa siano effettivamente dovuti certi insopprimibili loro ardori.</p>
<p>Il fatto è che sono capaci di mandarli allo sbaraglio (alla garibaldina?) di fronte alle grazie femminili. Poiché siamo in presenza di materia da esperti d’andrologia,  non ci sentiamo di sentenziare. Nel libro “Garibaldi e Anita corsari”, Lucio Lami ha provato a darsi una spiegazione limitatamente al suo eroe. E ha sentenziato così: <b>“Sempre, dopo aver visto la morte da vicino, magari combattendo, sentiva crescere il suo appetito sessuale, quasi che la voglia di vivere gli tornasse a passo di carica”</b>. Bene, ne prendiamo atto. La stessa spiegazione ovviamente non può valere per il “Berlusca”, il quale la morte da vicino come Garibaldi non l’ha vista mai.</p>
<p>Sta di fatto che, a credere alle sue giustificazioni e a quelle delle varie giovinette frequentate, il Cavaliere non ne ha mai “profittato”. Si sarebbe solo limitato a far regali in banconote, senza andare oltre. Anche stavolta ne prendiamo atto. Però, la domanda ci sorge spontanea. Cacchio, è possibile che, tra &#8220;le beneficate&#8221;, non ce ne fosse mai una racchia?</p>
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		<title>Cappuccetto e il lupo</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 06:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto_home2.jpg" align="left">È una delle fiabe più<br />antiche. Al variare dei<br />secoli è cambiato il<br />finale. Ma se fosse<br />stata scritta oggi?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/crisi-o-tracollo/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Economia, crisi o tracollo?</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto-1_big.jpg" rel="lightbox[Cappuccetto]" title="Cappuccetto Rosso e le sigarette"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto-1_thumb.jpg" title="Cappuccetto e il lupo" alt="cappuccetto 1 thumb Cappuccetto e il lupo" /></a></p>
<h6>Cappuccetto Rosso e le sigarette<br /></h6>
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<p>Tra le fiabe che van per la maggiore, quella di Cappuccetto Rosso è forse la più antica, dato che ne circolava una versione orale già nel XIV secolo. La variante scritta più famosa, in cui<b> il lupo cattivo ci rimette la ghirba</b>, si fa risalire ai fratelli Grimm. Tuttavia, sin dal 1697, Charles Perrault ebbe ad elaborare una storia senza lieto fine: qui, nonna e nipote finivano infatti divorate senza remissione di peccati (nel senso che poi non riuscivano a resuscitare).</p>
<p>Ora, mancando tra i due estremi una versione intermedia, proveremo a colmare il vuoto con una storiaccia delle nostre. E, poiché “in medio stat virtus” (che non ha nulla da vedere col dito di mezzo!), c’ispireremo un po’ alla fiaba e un po’ al mondo moderno. Così – speriamo &#8211; tutti saranno, alla fine,<b> felici, contenti e rimborsati</b>.</p>
<p>Dunque, la nostra protagonista era “carina e cortese” come quella di Perrault, anzi forse di più. Diciamo subito che non era l’ingenua bimbetta dai calzettoni corti e la cuffietta rossa che tutti conosciamo. Infatti, <b>era cresciutella abbastanza da attirar gli sguardi dell’altro sesso con le sue sole grazie</b>. Inoltre, era già maliziosa come un’arrivista: figuratevi che fingeva uno svenimento tutte le volte che incrociava il Principe Azzurro. E tutte le volte seguiva, immancabile, una bella… respirazione bocca a bocca.</p>
<p>Tuttavia, pur essendo il trucco  ben congegnato, non ce la fece mai ad accalappiare il pollastro. Del resto, prima di lei s’erano già prenotate – pensate un po’! &#8211; Biancaneve e Cenerentola. Provò allora ad introdursi a corte, con il panierino colmo di stecche di sigarette per corrompere le guardie. Tanto, <b>a fornirle il carico di “bionde” ci pensava ogni volta la nonnina</b>, che, abitando sul più sperduto angolo del confine, otteneva facilmente la merce dai contrabbandieri.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto-2_big.jpg" rel="lightbox[Cappuccetto]" title="Oggi nessuno sconto"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto-2_thumb.jpg" title="Cappuccetto e il lupo" alt="cappuccetto 2 thumb Cappuccetto e il lupo" /></a></p>
<h6>Oggi nessuno sconto<br /></h6>
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<p>Si sottrasse a stento dalle grinfie dei paggi, che pretendevano di spupazzarsela gratis. Un simile bocconcino fece naturalmente gola pure al ciambellano. In cambio della promessa (mai mantenuta) di una presentazione al principino, fu giocoforza sottostare alle sue brame. Il ciambellano tuttavia arrivò solo a regalarle (ovviamente)… le sue ciambelle, anche se <b>non sempre riuscivano col buco</b>.</p>
<p>Non riuscendo a ricavarne altro, la fanciulla prese a frequentar da allora la cerchia dei cortigiani nella speranza di restare nel giro che conta. Ma tanto va la gatta al lardo che…  Fatalmente accadde che, per un incidente di…percorso, <b>la sciagurata rischiasse una gravidanza indesiderata</b>. All’epoca trattavasi di uno scandalo senza rimedio. Quell’infortunio le cambiò la vita, perché <b>da quel momento fu chiamata Cappuccetto Rotto</b>. Finì in conclusione sguattera nelle cucine del castello, senza altra prospettiva che portar le sigarette al capo cuoco in cambio d’un piatto di minestra.</p>
<p>Un brutto giorno capitò in quelle valli un lupo davvero terribile, perché era <b>sempre… allupato</b>. Il che significava, in primo luogo, che era famelico in senso letterale. Ma significava pure che era di bocca buona, dato che “s’intratteneva” con ogni donna che incontrava, bella o brutta che fosse, e poi la divorava. La bestiaccia non mancò di notare quella tenera Cappuccetta, durante i suoi frequenti viaggi dalla nonna per il consueto carico di “bionde”. La abbordò e s’informò della sua destinazione. Avendo così appreso dove si trovava l’abitazione della vecchia, corse avanti arrivandovi con notevolissimo anticipo.</p>
<p>Per potersi introdurre senza sospetti, si finse innanzitutto un addetto dell’Acquedotto (<b>i vecchi, si sa, ci cascano sempre</b>…). Quindi si sottopose pure ad un <b>“téte a téte” gerontofilo</b> con l’interessata, cui non sembrò vero di riassaporare le gioie dell’amore. Ora, sarà ben vero che “gallina vecchia fa buon brodo” e che il lupo era, come s’è detto, allupato. Ma, di fronte alle insistenze della vegliarda che voleva fare il bis, la bestiaccia pensò che doveva farla sparire senza ulteriori complimenti. Se la divorò quindi in un batter d’occhio e, indossati i suoi panni, si schiaffò nel suo letto. Così conciato, attese il bocconcino prelibato che stava per arrivare.</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto-3_big.jpg" rel="lightbox[Cappuccetto]" title="Il bel cacciatore"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero2/cappuccetto-3_thumb.jpg" title="Cappuccetto e il lupo" alt="cappuccetto 3 thumb Cappuccetto e il lupo" /></a></p>
<h6>Il bel cacciatore<br /></h6>
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<p>Inutile dire il seguito: la ragazza, che era un po’ distratta, scambiò il lupo per la nonna. Iniziò poi ad interrogarlo circa quel che le sembrava più lungo del solito: le mani, le orecchie, i denti ecc. La bestia dette ad ogni domanda la risposta che ognuno di noi conosce dall’infanzia. A un certo punto, però, la ragazza giunse a <b>chiedere ragione della lunghezza di una certa parte del corpo</b>, che non vien mai nominata nell’infanzia di nessuno. Il lupo ritenne giunto allora il momento per balzarle addosso. <b>Seguì una focosissima notte di passione</b>.</p>
<p>Il mattino seguente, Cappuccetto Rotto capì che la bestia aveva avuto il suo appagamento dal modo in cui scodinzolava la coda. Le piazzò allora sotto il muso una salatissima parcella: per 16 baci, scudi 32; per 30 carezze normali, scudi 54; per 47 carezze lascive, scudi 138; per tre amplessi, 300 scudi; per otto prestazioni extra, ben 600 scudi d’oro. Gli fece solo grazia di un “coitus interruptus”, dovuto ad un mal di pancia causato al lupaccio dalla nonna che gli si rivoltava ancora dentro. Aggiunse infine alla nota spese la “Cassa di previdenza fanciulle sole” (2%) e la tassa… sull’entrata del 20% (in genere, però  questi importi se li incassava lei perché nessuno le chiedeva la fattura, per timore che la moglie gliela trovasse in saccoccia).</p>
<p>Insomma, compresa la marca da bollo, <b>si trattava di una bella mazzata per un poveraccio che in fin dei conti viveva alla macchia</b>. I due cominciarono a litigar di brutto. Mentre lui ringhiava perché aveva creduto di trovarsi davanti ad un’ingenua creaturina, lei a sua volta prese a lanciare grida così isteriche da far zittire tutta la foresta. A quel punto, il lupo anticipò i tempi e se la ingoiò in un sol boccone. In quel frangente capitò da quei paraggi un cacciatore.</p>
<p>Contrariamente alle attese, costui si dimostrò un misogino di prima cotta ed adesso capirete il perché. Anziché soccorrere la fanciulla che era stata appena ingurgitata dal bruto, <b>prese a rimirare quel lupaccio tutto villoso e sudaticcio</b>. Spianò quindi la lupara e pretese immantinente da lui… una prestazione gay! Sotto la minaccia dell’arma alla bestiaccia, per quanto stremata dalle precedenti fatiche amorose, non restò che sottostare. Attese comunque il momento propizio, che giunse quando il cacciatore soddisfatto s’accese una sigaretta. In quel momento infatti mollò incautamente lo schioppo.</p>
<p>Fu allora che il lupo s’avventò su di lui e, sia pur con fatica essendo satollo, se lo sgranocchiò. Indi, terminato il laborioso pasto, cadde in un sonno profondissimo. Avendo però ingerito ben tre persone una dopo l’altra, aveva sicuramente esagerato. E gli eccessi, come si sa, si pagano cari. Gli venne dunque una congestione così violenta da restarci secco nel sonno. Sicché, anche se non era un pennuto, ci rimise le penne anche lui!</p>
<p>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</p>
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		<title>Il “Moscio di Frankenstein”</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 06:58:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein_home.jpg" align="left">Tutti conoscono<br />Frankenstein. Eppure<br />c'è un dettaglio,<br />piccolo, che nessuno<br />ha mai raccontato<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/befana-tutta-tana/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Befana tutta tana</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein-2_big.jpg" rel="lightbox[Frank]" title="La nascita di Frankenstein"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein-2_thumb.jpg" title="Il “Moscio di Frankenstein”" alt="frankestein 2 thumb Il “Moscio di Frankenstein”" /></a></p>
<h6>La nascita di Frankenstein<br /></h6>
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<p>Quando aprì gli occhi sul mondo, il gigantesco individuo raffazzonato dal dottor Frankenstein non immaginava che sorta di fregatura gli riservava la vita. E, del resto, poteva mai sospettare che quel matto del suo “genitore” s’era messo in testa d’imitare il Padreterno?</p>
<p>Ancor meno poteva sospettare che il materiale usato per assemblarlo era stato pescato dallo scarto delle tombe del circondario. Che dire infine del grosso imprevisto, capitato proprio nel momento cruciale della – chiamiamola così – “gestazione”? Il folle artefice dell’esperimento s’era infatti affidato all’elettricità, per animare la sua creatura. Ma, avendo la testa tra le nuvole come molti scienziati, s’era scordato di pagare la bolletta. Risultato: <b>nel bel mezzo dell’esperimento, l’Enel gli aveva interrotto la fornitura</b>.</p>
<p>Purtroppo, anche se il dottore era subito corso a pagare il conto, quel momentaneo “black out” aveva lesionato la corteccia cerebrale del nascituro. Sicché, a… parto concluso, il nuovo venuto era balbuziente e si muoveva a scatti. Ma questo era ancora il meno, perché, <b>tra bulloni che gli sporgevano sul collo e cicatrici sulla faccia, può dirsi che fosse un vero e proprio sgorbio umano</b>. A conti fatti, il suo artefice s’era dimostrato un vero incosciente. Non era un chirurgo plastico e tanto meno era andato a scuola di cucito: eppure, ci aveva provato lo stesso. Del resto, era troppo felice d’aver messo in piedi quello strano essere, per badare a tali dettagli (senza dire che “a ogni mamma è bello ‘o scarafone suo”).</p>
<p>L’unico cruccio era di non poterlo denunziare all’anagrafe, dovendo altrimenti spiegare come mai <b>un “neonato” sembrasse già… un armadio con tanto di sopralzi</b>. C’era, in sostanza, il rischio che si scoprisse cosa diavolo era sparito nottetempo dai cimiteri della zona e che qualche erede reclamasse la restituzione dei “beni” di famiglia sottratti. Così creatore e creatura dovettero necessariamente assumere lo stesso nome. E poi… Poi c’erano i benedetti “motivi etici” ad impedire allo scienziato di esibire al mondo il risultato della sua bravata. In conclusione, <b>il Mostro era nato iellato, dal momento che doveva restar relegato per sempre in cantina</b>.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein-cosino_big.jpg" rel="lightbox[Frank]" title="Frankenstein e il suo 'problemino'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein-cosino_thumb.jpg" title="Il “Moscio di Frankenstein”" alt="frankestein cosino thumb Il “Moscio di Frankenstein”" /></a></p>
<h6>Frankenstein e il suo &#8220;problemino&#8221;<br /></h6>
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<p>Il dottor Frankenstein non era però così stronzetto come può credersi. Provò infatti a render meno grama quella reclusione. Procurò, tra l’altro, alla creatura un fumetto in cui era rappresentato il primo spaghetti-western della storia. La sua trama era grosso modo quella del famoso film “Mezzogiorno di fuoco”. Inutile dire che col tempo, a furia di veder quelle scene, il Mostro ne imparò a menadito le movenze. In particolare, era affascinato dalla scena in cui l’eroe impugnava la sua colt e sparava a ripetizione sui fuorilegge. Cercò di imitare quel gesto, un po’ come fanno tutti i ragazzini quando si entusiasmano per qualcosa. Tuttavia, <b>non avendo una pistola neanche sotto forma di giocattolo, dovette arrangiarsi</b>. In mancanza di meglio, lo fece con ciò che aveva a disposizione… sotto l’ombelico.</p>
<p>Purtroppo, però, quell’aggeggio, oltre a non poter esser estratto dalla fondina, <b>presentava l’inconveniente di non sputare neanche fuoco dalla… canna</b>. Per Frankestein fu giocoforza arrangiarsi con la fantasia. Così, nel momento “clou” della resa dei conti, puntava quel coso e iniziava a balbettare “bang bang”. Ma c’erano due fregature. La prima era appunto il “coso”. Sbadato com’era, lo scienziato non s’era accorto che <b>il becchino gliene aveva procurato uno che apparteneva ad un …ragazzino</b>. La seconda buggeratura era che la balbuzie trasformava l’ipotetica sequela di colpi in un patetico “b-bang”, emesso ad intervalli dalle sue labbra. Comunque, pur con tutti questi limiti, la creatura riuscì ugualmente a tirare avanti.</p>
<p>Disgraziatamente, un giorno d’estate, la distrazione giocò un altro tiro al dottore: lasciò aperta la cantina. Incuriosito, il Mostro salì le scale e dopo un attimo di titubanza imboccò la porta d’ingresso. Naturalmente, fu per lui una vera scoperta vedere per la prima volta l’erba, gli alberi, gli animali. L’unica cosa fastidiosa fu il sole, che gli provocò in un baleno un eritema pazzesco sulla pelle bianca come la cera. Il colosso tirò tuttavia avanti, finché <b>incrociò una bimbetta che l’invitò a saltellare con la sua corda</b>. Il mostro, che barcollava persino camminando, cadde naturalmente faccia in giù. Alle risate della ragazzina, provò una tale rabbia che tentò di scotennarla come gli indiani del fumetto, costringendola a filare via a razzo. Fu poi la volta di un petulante extracomunitario, che gli s’appiccicò per rifilargli dei fazzolettini di carta. Ma la sua insistenza gli procurò – come nei saloon &#8211; <b>un bel cazzottone in testa</b>.</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein_big.jpg" rel="lightbox[Frank]" title="Il 'Moscio di Frankenstein'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero1/frankestein_thumb.jpg" title="Il “Moscio di Frankenstein”" alt="frankestein thumb Il “Moscio di Frankenstein”" /></a></p>
<h6>Il “Moscio di Frankenstein”<br /></h6>
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<p>Il culmine fu raggiunto al calar della notte, quando sotto un lampione a gas un’insolita creatura fece l’occhiolino al nostro gigante. Pensate: il povero Frankenstein <b>ignorava che certi esemplari femminili funzionano rigorosamente “a gettone”</b>. E dunque restò folgorato a rimirare la “signorina”. Di contro, la vecchia bagascia intuì subito che aveva davanti un pivellino alla prima esperienza: sarebbe stato un vero giochetto spennarlo! Preso dunque per mano il pollastro, riuscì a farsi seguire docilmente nel tugurio dove esercitava. Qui cercò d’indurlo in tentazione con mille moine. Alla fine, visto che l’altro restava immobile, allungò le mani per accelerare i tempi della marchetta.</p>
<p>Quando però vide il “cosino” far capolino (là dove sarebbe dovuto… sbucare ben altro) a bloccarsi interdetta fu lei. Ma fu allora che accadde l’imprevisto. Frankenstein, nella sua ingenuità, aveva collegato quel gesto all’impugnazione della pistola del western-spaghetti. Cominciò quindi a balbettare “b-bang” “b-bang” verso la donna, come se stesse sparando a volontà. Dopo un attimo di sorpresa, la donnaccia eruppe in una risata sguaiata. E, poiché non la piantava più, <b>al Mostro infastidito non restò che affibbiare pure a lei un cazzotto, che la mandò ko</b>. Fortunatamente, giunse allora trafelato il dottore, che s’era intanto messo alla ricerca del fuggiasco. Il Mostro fu così riportato nel suo sotterraneo.</p>
<p>Ma, intanto, la bambina era corsa a chiamare il Telefono Azzurro. Subito dopo, coinvolte dal mendicante, le si aggregarono la Licra e altre associazioni antirazziste. Da ultimo, <b>persino la baldracca, che ci aveva rimesso incasso e denti, trovò una sponda nelle femministe del paese</b>. Ben presto, al grido di “dagli all’untore” (che non c’entrava comunque un fico secco), venne organizzata una bella spedizione punitiva.</p>
<p>Disgraziatamente, tutti gli indizi portavano a casa Frankenstein. E così lo scienziato fece appena in tempo a darsela a gambe, ma dovette mollare il suo pupillo alla mercé degli scalmanati.  Purtroppo, il Mostro era troppo fesso per capire che era in corso il linciaggio di… se stesso. <b>Si lasciò quindi tranquillamente caricare di mazzate dalla folla</b>. Infatti, gioiva nel rivivere nella realtà le risse del fumetto. Anzi, mentre le buscava, il suo cervellino volò al suo eroe preferito, che aveva sempre un colpo finale ad effetto con cui stendere le canaglie. Decise allora di sopportare stoicamente il dolore, per sfoderare anche lui la mossa vincente all’ultimo istante. E così fece. Un attimo prima di tirar le cuoia, impugnò con un sogghigno la “colt”, prese la mira e riuscì ancora a fare il più bel “b-bang”della sua vita!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L’autore è, a tutti gli effetti, “un vecchio Brigante meridionale”</b></i></p>
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		<title>Ventimila seghe sotto i muri</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 09:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero16/seghe_home.jpg" align="left">Chi dice che i classici<br />della letteratura sono<br />intoccabili? E se<br />avessero tanti punti<br />deboli?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/rassegnazione/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Rassegnazione in Comune</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero16/chicazzo_big.jpg" rel="lightbox[Seghe]" title="Il signor Chicazzomiconosce"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero16/chicazzo_thumb.jpg" title="Ventimila seghe sotto i muri" alt="chicazzo thumb Ventimila seghe sotto i muri" /></a></p>
<h6>Il signor Chicazzomiconosce<br /></h6>
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<p>Spiace dirlo, ma i nostri progenitori erano dei veri e propri creduloni, pronti a bersele tutte. Prendete ad esempio ciò che accadde quando Giulio Verne s’inventò nel 1870 il famosissimo racconto “Ventimila leghe sotto i mari”. Nella sua lettura, s’immersero (è davvero il caso di dirlo!) intere generazioni estasiate di padri, madri, figli e, se avesse potuto, <b>si sarebbe aggiunto pure il gatto di famiglia</b>. Fu un successone. Tuttavia, nessuno badò al fatto che, andando tanto in profondità, Verne era fatalmente finito… in apnea. I punti deboli della sua storia infatti sono parecchi.</p>
<p>In primo luogo, essi toccano il nome del principale protagonista. Vezzosamente, costui si fa chiamare Nemo, che in latino vuol dire “Nessuno”. Il tenebroso capitano potrebbe presentarsi benissimo al suo prossimo con un altro pseudonimo: che so, “Esposito” o “Vattelapesca” o <b>“Chicazzomiconosce”</b>. Ed invece &#8211; vallo un po’ a capire &#8211; opta per quello stranissimo vocabolo tratto da una lingua morta da secoli. Ed è, infatti, in veste di “Nemo” che si fa conoscere dal professor Aronnax, dal suo servo Conseil e dal fuciniere Ned Land, allorché li salva dalla furia del mare. Gratta gratta, si verrà a sapere in seguito che trattasi niente popò di meno che d’un principe indiano spodestato. Il poveraccio vaga come un’anima in pena dall’infausto giorno, in cui è rimasto col “sedere per terra” ad opera degli imperialisti inglesi. Per distrarsi, pensa di fare il giro del mondo in 80 giorni, ma scopre poi che ci ha già pensato un altro romanzo! Sconsolato, si decide allora a fare <b>ventimila leghe sotto i mari. Pensate, ventimila: roba da far schiattare Bossi, che di lega ce n’ha una sola</b>.</p>
<p>È a tal punto che il libro presenta l’anomalia. Capiremmo infatti l’uso del sotterfugio relativo al proprio nome da parte di un rifugiato, che tema d’essere identificato da qualche emissario nemico. Ma, nel nostro caso, a che pro viaggiare in incognito persino sotto la superficie subacquea? Eppure, per tutto il racconto, il capitano resta l’ineffabile “Nemo” persino per i pesci che incontra sul fondo degli abissi! E qui casca l’asino. <b>Come fa un indiano a conoscere il latino?</b></p>
<p>Deve trattarsi sicuramente d’un mistero dell’India misteriosa; sennò non si saprebbe come spiegar la stranezza. Ma che la sua improbabile cultura classica si spinga addirittura a consentirgli di scopiazzare l’Ulisse omerico ci sembra il colmo. Come si sa, anche quell’impunito di “eroe dal multiforme ingegno” rifilò in un’occasione le generalità false. Profittando del fatto che quel baccalà di Polifemo non era un poliziotto, gli disse di chiamarsi “Nessuno” e l’allocco, che era alto e fesso, ci cascò in pieno. Nel nostro caso, però, possiamo concedere al capitano del Nautilus di riuscire a darla a bere al limite al servo e al fuciniere, fermi forse alla scuola elementare. Ma come la mettiamo col professore? <b>È infatti inconcepibile che un accademico di Francia si faccia prender tanto tranquillamente per le natiche!</b></p>
<p>Continuando la lettura, scopriamo che lo strano “marajah” vuole assolutamente giustizia per la faccenda del “sedere per terra” ricordata prima. Ma, anziché rivolgersi al tribunale, non trova di meglio che speronare ogni nave britannica che gli viene a tiro. Quest’opera di bonifica dei mari, però, lo obbliga a monte ad assemblare addirittura su un’isola deserta un bel sottomarino 70 metri per 8! Sottomarino che, pur non essendo quello “giallo” dei Beatles, finisce per mietere altrettanti successi internazionali. In pratica, <b>“Nemo” appena avvista qualche poppa al vento va subito a darle di… cozzo</b>. E, a forza di cozzar oggi e cozzar domani, alla lunga diviene una specie di “serial killer” del mare, come Jack lo squartatore lo fu per terra. Il principe indù si trasforma infatti nel “Terrore dei Sette Mari” e probabilmente anche dei 77 fiumi (quelli navigabili ovviamente).</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero16/seghe-greche_big.jpg" rel="lightbox[Seghe]" title="Seghe"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero16/seghe-greche_thumb.jpg" title="Ventimila seghe sotto i muri" alt="seghe greche thumb Ventimila seghe sotto i muri" /></a></p>
<h6>Ventimila seghe per una Troia sola<br /></h6>
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<p>Va poi segnalata una omissione sospetta. Giulio Verne non dice un tubo circa il mostruoso rostro, con cui il Nautilus sventra le navi. Ogni lettore può farsi l’idea che crede, tanto all’autore non gliene può fregar di meno. A noi ad esempio è venuto di pensare a qualcosa di simile a un cavatappi o ad una sega giganti. Per la sua evidente scomodità, però, abbiamo subito escluso il primo strumento perché costringerebbe il batiscafo ad avvitarsi addirittura su se stesso. Tra l’altro, una volta infilato, il cavaturaccioli per liberarsi dal tappo abbisogna di una serie di manovre, che un sommergibile mai potrebbe compiere. Se non che, a favore della sega, milita un elemento ulteriore e a nostro parere decisivo. È acclarato da sempre che, <b>per le poppe (sottinteso: di navi), le seghe sono molto più… indicate!</b> Comunque stiano le cose, è appunto grazie a questo aggeggio che quel chiavico di “Nemo” riesce a “farsi” alla fine diverse migliaia di poppe (sempre di navi, non equivochiamo).</p>
<p>Certo, <b>da che mondo è mondo, un principe segaiolo rappresenta una vera anomalia</b>. Ma, che volete farci: i romanzi son fatti così! Se non abbiamo sbagliato i conti, poi, il numero delle poppe conquistate dovrebbe attestarsi giusto attorno alle ventimila. Farebbe sostanzialmente <b>concorrenza a tutte le leghe, percorse sotto il pelo dell’acqua dal Nautilus</b>. Un vero record.</p>
<p>A questo punto, dobbiamo purtroppo dire che lo scrittore francese ha forse commesso un plateale plagio. Vi siete mai chiesti da dove cavolo egli abbia tratto lo spunto per il titolo della sua opera? Già, perché non l’ha intitolata diversamente? Non poteva più propriamente chiamarla “Il rompiscatole di Sua Maestà la regina” o, anticipando Carosone, “Pasqualino marajà a cavallo d’un sottomarino”? Per svelare l’arcano, abbiamo svolto per anni una minuziosa indagine negli archivi di mezzo mondo. Finalmente siamo oggi in grado di fare una rivelazione così sconvolgente da far impallidire la trasmissione televisiva “Voyager”. Udite, udite: abbiamo scoperto che Giulio Verne, per il titolo del suo libro, <b>s’è ispirato addirittura al famosissimo episodio del cavallo di Troia</b>!</p>
<p>Ma che fate: ridete increduli? E, invece, per favore, fate un po’ mente locale. Ricorderete senz’altro che, dopo dieci anni d’inutile assedio, <b>i greci ne avevano ormai piene le balle</b>. Ebbene, prima di mollare, vollero fare comunque l’ultimo tentativo. Raccogliendo il callido suggerimento del solito Ulisse che non si faceva mai i c… suoi, decisero di costruire un enorme cavallo di legno nel quale nascondersi. A quel punto, sarebbe bastato che quei babbei dei troiani l’avessero trasportato dentro le mura e buona notte!</p>
<p>Quanto al legname occorrente, non c’era problema: ai piedi delle mura si estendeva un intero bosco. I fabbri si misero dunque al febbrile lavoro e <b>forgiarono a tempo di record la bellezza di ventimila seghe</b>: una per ciascun soldato acheo presente sul posto. Né una di più, né una di meno. Di conseguenza, <b>ogni milite si trasformò in un perfetto falegname e prese a segare tutto quel che valeva la pena di segare</b>. Certo, <b>ventimila seghe per una Troia sola erano un vero… spreco!</b> Però i Greci eran fatti così; altrimenti non si sarebbero ridotti oggi ad elemosinar quattrini dall’Unione Europea. In conclusione, la faccenda, oltre a permettere agli Achei l’agognata conquista, fornì a Verne l’ispirazione giusta. E così, ad onta dei millenni, <b>dalle “ventimila seghe sotto i muri” alle “ventimila sotto i mari” il passo fu brevissimo</b>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è, a tutti gli effetti, &#8220;un vecchio Brigante meridionale&#8221;</b></i></p>
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		<title>L&#8217;anguilla e il pesce sega</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 10:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero15/pesce-sega-home.jpg" align="left">Il nostro gradito<br />ospite vi racconta una<br />storia triste, ma molto<br />divertente, su una<br />strana coppia marina]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero15/pesce-sega-1_big.jpg" rel="lightbox[Sega]" title="Il pesce sega? Si era fatto una brutta fama di onanista incallito"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero15/pesce-sega-1_thumb.jpg" title="Languilla e il pesce sega" alt="pesce sega 1 thumb Languilla e il pesce sega" /></a></p>
<h6>Il pesce sega? Si era fatto una brutta fama di onanista incallito<br /></h6>
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<p>Il povero pesce-sega è nato sfortunato. S’è fatto purtroppo <b>una brutta fama di onanista incallito</b>, per via di una certa… sega che lo contraddistingue. In verità, il poveraccio ha avuto sin dall’inizio solo una iella nera, essendogli capitata la disavventura che segue.</p>
<p>Sin da quando salì sull’arca di Noé, scoprì con sgomento d’esser l’unico “single”. Alla vista delle altre coppie, <b>cominciò da allora a farsi qualche… sega mentale di troppo</b>. Idealizzò così in un modo un po’ bizzarro la sua partner ideale. In realtà, pur essendo egli una “razza”, non aveva ancora capito che di che cavolo di… razza fosse. Non s’era infatti mai specchiato nell’acqua, per il semplice motivo che ci viveva dentro. Ignorando quindi il proprio aspetto, era ovvio che alla fine fosse destinato a <b>prendere il classico granchio</b> (siamo o no in tema marittimo?).</p>
<p>Fuor di metafora, tutto accadde al termine del diluvio universale. Appena sbarcato, il nostro pesce-sega si mise alla disperata ricerca dell’anima gemella. Cerca qua, cerca là, ad un tratto <b>incrociò per caso una sinuosa anguilla</b>. Fu un colpo di fulmine. Quella “silhouette” conturbante lo conquistò alla follia, tanto che provò a farla subito sua. Ma l’anguilla, spaventata dall’enorme batacchio del bestione, prese a scivolargli via da tutte le parti: non per niente era un’anguilla! La poverina corse infine a infrattarsi in un buco del fondale.</p>
<p>Il pesce-sega provò allora a cambiar tattica. Per fare colpo su di lei, pensò di farsi crescere i pettorali in palestra. Alla fine, tutto balestrato prese a gironzolare davanti a quella tana. L’amato bene però non si scompose. Pensando di attrarla allora con uno sport più popolare, il Nostro <b>si mise a palleggiare lì avanti col pesce-palla</b>. La performance del duetto durò parecchio tempo. Al termine dell’estenuante esercizio, però, entrambi erano mezzo morti (il pesce-palla, in più, si era sgonfiato completamente). L’anguilla non si era invece impressionata affatto.</p>
<p>L’innamorato pensò allora di buttarla sul romantico. <b>Assoldò un pesce-chitarra, per fare una languida serenata alla sua bella</b>. Miracolo: la ritrosa mise il timido musetto fuori della tana. A quel punto, il furbacchione capì d’averla interessata. Per darle la spinta decisiva, le fece recapitare subito dopo in un cestino un minuscolo pesce-gatto, che era un amore. Conquistata da tante moine, l’anguilla crollò. E lui divenne quindi il suo “boy friend”, anzi il suo “fish friend”.</p>
<p>Ottenuta l’insperata vittoria, lo spasimante si dette subito da fare per allestire un bel nido d’amore. Racimolati un po’ di rottami da una nave affondata, <b>chiamò a sé il pesce-martello, suo lontano parente, per farsi aiutare nella costruzione</b>. I due si misero di buona lena al lavoro: uno segava le assi, l’altro le inchiodava a martellate. Certo, il risultato non fu forse la “casetta in Canada con tanti pesciolini e coi fiori di lillà”. Comunque, laggiù in fondo al mar andava a meraviglia. Tutto sembrava filare liscio, ma…</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero15/pesce-sega-2_big.jpg" rel="lightbox[Sega]" title="Il pesce sega, l'anguilla, lo squalo tigre e la triste storia"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero15/pesce-sega-2_thumb.jpg" title="Languilla e il pesce sega" alt="pesce sega 2 thumb Languilla e il pesce sega" /></a></p>
<h6>Il pesce sega, l&#8217;anguilla, lo squalo tigre e la triste storia<br /></h6>
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<p>Dovete sapere che l’unico pesce, che non fosse muto come gli altri, era un certo <b>pesce-pappagallo</b>. Questo tizio era un gran chiacchierone e spettegolava su tutti. Figuratevi, quindi, se un amore tanto insolito tra due soggetti così diversi non offriva spunto ai suoi pettegolezzi! Se non che, a forza di ciarlare qua e là, <b>la notizia giunse disgraziatamente fino allo squalo-tigre</b>, il quale famelico com’era non se lo fece ripetere due volte. Assalita la casetta. la distrusse con un solo mozzico delle sue fauci. La misera anguilla sgusciò via appena in tempo, ma venne subito braccata dal pescecane.</p>
<p>Per sua fortuna, arrivò di corsa in suo soccorso il pesce-sega. Questi, nel tentativo di celarla a quel mostro, la occultò sotto il suo corpo. Ora dovete sapere che la specie dei pesci-sega arriva a superare persino i dieci metri e che la loro stazza è proporzionata alla dimensione. Per giunta, il nostro esemplare, essendo il capostipite, era il più grosso che si sia mai visto in circolazione. Pesava in pratica svariati quintali. Al confronto, l’esile anguilla sembrava un moscerino davanti a un elefante. A quel punto, persino lo squalo si trovò di fronte un temibile avversario, che era un peso massimo come lui. In più, brandiva minacciosamente la sua maledetta sega. La bestiaccia stimò bene allora di battere in ritirata. Quando il predone si fu allontanato, il pesce-sega sollevò da terra la sua mole. Con somma sorpresa, però, sotto <b>non trovò più la sua cara anguilla</b>.</p>
<p>Mentre perlustrava incredulo il luogo dove s’era poggiato, si convinse che lei si fosse rintanata in chissà quale fessura. Gira e rigira, comunque, ad un tratto s’accorse che c’era una sogliola semisepolta nella sabbia. Beh, che c’era di meglio d’un bel pranzetto, per far riprendere dallo spavento la sua bella? Afferrò quindi il povero animaletto e <b>senza indugio lo cucinò alla marinara</b>. Si mise quindi ad attendere pazientemente il ritorno dell’amata, per festeggiare assieme lo scampato pericolo. Trascorsero le ore. Alla fine, vista vana l’attesa, il Nostro decise sconsolatamente di consumare da solo quella prelibatezza. Ohibò, il tapino ignorava che, schiacciata sotto il suo immane peso, <b>l’anguilla era diventata… sogliola!</b></p>
<p>Nei giorni seguenti, non avendo capito il dramma che s’era consumato, il pesce-sega si mise all’opera per ricostruire la casetta distrutta. Sperava di allettare così la sua diletta, che credeva nascosta chissà dove per la paura. Se non che, quando l’opera fu completata, ecco farsi avanti al posto di lei il solito pesce-pappagallo. Il maledetto pettegolo aveva notato tutti i particolari della vicenda, a partire dall’attacco dello squalo per giungere al maldestro tentativo di salvataggio dell’anguilla. Avendo capito com’era andata a finire, non seppe resistere più di tanto alla voglia d’andare a spifferarlo in giro.</p>
<p>Di fronte alla crudele notizia, <b>il pesce-sega rimase sotto choc per il resto dei suoi giorni</b>. E ne aveva ben donde perché, senza volerlo, s’era addirittura pappato la sua adorata anguilla! E da allora, s’inebetì quasi completamente. Basti dire che imitò l’inconsolabile “re senza corona e senza scorta” della canzone di Marinella: non la volle creder morta e bussò cent’anni ancora alla sua porta.</p>
<p>E non basta, ché lo sventurato s’impose di portar rispetto alla cara estinta in eterno. Si votò infatti alla più completa castità fino al termine dei suoi giorni. Naturalmente, negli anni a venire, gli capitò pure d’avere qualche prurito carnale di tanto in tanto. Ma, il pesce-sega era un tipo tosto e coerente. Alla prima avvisaglia, <b>s’ingegnò subito per scoprire come spegner l’incendio</b>. E trovò allora che, per restar fedele al suo ricordo, <b>bastava ripiegare su un certo surrogato</b>. In fin dei conti, sennò, che ce l’aveva a fare quella sega del c…?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
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		<title>La Calabria in un ciak</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2010 11:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ulderico Nisticò</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:3px;margin-bottom:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/cinema-calabria_home1.jpg"><br />"Benvenuti al Sud" è uno sguardo<br />comico e spensierato sul Meridione.<br />Perché, invece, i film girati in Calabria<br />sono sempre tragedie? Se lo chiede il<br />nostro gradito ospite]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/benvenuti-sud_big.jpg" rel="lightbox[Ciak]" title="La locandina di 'Benvenuti al Sud'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/benvenuti-sud_thumb.jpg" title="La Calabria in un ciak" alt="benvenuti sud thumb La Calabria in un ciak" /></a></p>
<h6>La locandina di &#8220;Benvenuti al Sud&#8221;<br /></h6>
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<p><b>Ho visto Benvenuti al Sud di Luca Miniero</b>. Che dire? Sappiamo che è un “remake” di un film francese, adattato dal Nord della Francia al Meridione d’Italia. Massimo Gaudioso, lo sceneggiatore, ha compiuto un’operazione di sottile intelligenza: evitare con cura il vizio più meridionale che ci sia, l’intellettualismo; non ha avuto remore a mettere assieme una storia prevedibile dall’inizio alla fine; con il tocco geniale, risparmiarci una trita storiaccia sessuale! Anzi la bella del film, l’attrice Valentina Lodovini, appare sempre decentemente vestita: un vero miracolo! Il protagonista, il milanesissimo Claudio Bisio, è un padre di famiglia senza grilli per la testa, che, come tutti gli italiani dal Brennero a Sciacca, è disposto a tutto, ma sempre per la famiglia. La moglie, la misurata Angela Finocchiaro, incarna bene le nevrosi delle donne di città con un figlio solo avuto in età avanzata. Ma il tutto, anche i vizi del Sud, il buono e triste Alessandro Siani affetto da mammismo, e le macchiette cilentane, è sempre contenuto, senza eccessi.</p>
<p><b>Non c’è ombra della questione meridionale e nemmeno della camorra</b>, tanto per fare un esempio. Gaudioso è lo sceneggiatore di Gomorra, ma questa è una commedia, e commedia sia! Nemmeno è vero che il film sarebbe un omaggio all’unità d’Italia e un’operazione antilega: il tema del forestiero che arriva con i suoi pregiudizi e li cambia di fronte alla realtà è tra i più antichi, dai tempi dell’Odissea.</p>
<p>I pregiudizi, i luoghi comuni. Gli spettatori del Nord scoprono un Sud certo molto diverso dalla loro razionalizzata e spesso psicotica esistenza; che, alla prima apparenza, è selvaggio e degradato e poi ci si accorge che è civile e persino benestante, però a modo suo. Ecco, dopo tre secoli di quei famigerati “viaggiatori” che venivano da Parigi e Londra per cercare Parigi e Londra anche nel Sannio e sulla Sila e, non trovandole, se ne tornavano raccontando di essere stati in mezzo a tribù di cannibali. <b>Per capire il Sud e i suoi abitanti, compreso chi scrive, bisogna usare i criteri del Sud</b>, non quelli di Manchester e nemmeno quelli di Milano.</p>
<p>Me ne sono uscito quasi commosso; ma il velo di lacrimucce non mi ha impedito di leggere che il film è stato voluto e, immagino, in un modo o in un altro finanziato, dalla Regione Campania e dalla relativa Film Commission. Eh, mi piacerà molto leggere le statistiche dell’estate turistica del paese di Castellabate e della Costiera Cilentana in genere, dopo che molte centinaia di migliaia di spettatori avranno visto i bei panorami sapientemente collocati in sfondo a far da messaggio subliminale e il messaggio ancora più appetitoso – alla lettera! – della succulenta cucina.</p>
<p>La Campania ha dunque investito del denaro, nemmeno tantissimo, ma, a parte che lo avrà già recuperato la prima settimana di proiezione, potrà vantare di aver procurato alla sua gente incalcolabili benefici di immagine e, cosa ancora più importante, di autostima!</p>
<p><b>Che succede invece in Calabria?</b> Che la nostra stimatissima Regione di tutti i segni e le epoche – a questa attuale diamo ancora un poco di tempo prima di giudicare, ma non un’eternità! – non si è mai sognata e, fino a tutt’oggi che scrivo, non si sogna di mettere assieme qualcosa del genere. Alcuni esempi. Girano &#8220;Gente di mare&#8221;, che potrebbe mostrare qualche bellezza della Calabria, qualcosa della nostra storia&#8230; macché, al volo tutti gli spettatori d’Italia vengono informati che sulla costa del Tirreno c’è la mafia, così a quei pochi cui viene in mente di prenotare una vacanza da noi, disdicono subito e se ne vanno ai Caraibi&#8230; oppure a Castellabate!</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/cinema-calabria_big.jpg" rel="lightbox[Ciak]" title="La Calabria si perde in un ciak"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero14/cinema-calabria_thumb.jpg" title="La Calabria in un ciak" alt="cinema calabria thumb La Calabria in un ciak" /></a></p>
<h6>La Calabria si perde in un ciak<br /></h6>
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<p>Qualche altra rara volta che si mette in scena qualcosa di calabrese, è sempre depressione, miseria, emigrazione, fame&#8230; Vi ricordate &#8220;Ragazzo di Calabria&#8221;? Era la storia dell’atleta Panetta, il quale, nella realtà storica, non solo era un bel giovane, ma apparteneva a solida famiglia di secolare successo commerciale. Eh, ti pareva? Ecco che diventa un pastore poverissimo maltrattato da padre padrone! Davvero una bella immagine e per di più fasulla! Insomma, <b>la Calabria paga per darsi la zappa sui piedi</b>!</p>
<p>Coglierei l’occasione per lanciare un appello alla cultura calabrese in genere e ai responsabili politici di Regione, Province, Comuni ed enti appositi. Proviamo anche noi, come la Campania – Campania, roba meridionale; non sto dicendo Piemonte! – a <b>giocarci la carta del cinema, della televisione, del teatro</b>, per vedere se niente niente recuperiamo un po’ d’immagine positiva di questa disgraziata Calabria che, tra le sue disgrazie, ha la sola eredità che ci hanno lasciata i remotissimi coantenati greci: il pianto greco! Come?</p>
<p><b>Prima regola</b>: dichiarare la moratoria del piagnisteo per almeno dieci anni, con divieto di ripetere “sfasciume pendulo sul mare” e simili frasi fatte del tipo “arretratezza secolare”. Per carità, guai nella nostra storia ne abbiamo avuti, certo: ma leggete i romanzi inglesi e francesi e russi dell’Ottocento, se volete farvi un’idea che qui, al confronto, era zucchero e miele!</p>
<p><b>Seconda regola</b>: niente soggetti buonisti, meschini, poveracci, malinconici, squalliducci, noiosi e pseudosociologici. Abbiamo bisogno di cose epiche, tragiche, comiche; con rigorosa esclusione di quelle banali. Corollario, e non solo calabrese: i film in cui l’eroe antimafia muore ammazzato sono diseducanti; meglio uno da cui il nostro coraggioso esce più vivo e più grasso di prima, e magari qualche criminale ci lascia le penne. Succede, sono gli incerti del mestiere!</p>
<p><b>Terza regola</b>: se uno magari sa fare il regista o l’attore, ma non sa scrivere una scenografia, nessun medico gli ordina di provarci! Anche se è amico di qualcuno. I pochi soggetti e testi cinematografici che si girano in Calabria sono, generalmente, banali e mediocri. Cerchiamo chi ci sa fare. E se si tratta di storia, chi conosce la storia un poco di più del libro di testo delle elementari!</p>
<p><b>Quarta regola</b>: è ora di finirla con gli annunzi bisettimanali del “primo ciack del film X su san Francesco di Paola”, mai girato e mai visto da nessuno, però pomposamente proclamato dal Tg3, e, magari, finanziato dalla Regione! Il 2007, centenario della morte del santo, è passato da tre anni senza alcun effetto. Ora se ne parla nel 2107. Vengano assistiti solo quelli che le cose le facciano sul serio!</p>
<p>Io ci ho provato. <b>Mi piacerebbe una risposta</b>, ma con i fatti. Le parole non girano film, e non attirano turisti come a Castellabate!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è uno storico e uno scrittore</b></i></p>
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		<title>Don Rodrigo santo subito!</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Nov 2010 14:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/don-rodrigo_home2.jpg" align="left">In un'epoca<br />ipergarantista non è<br />giusto che i cattivi<br />della letteratura<br />rimangano tali<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/legittimi-impedimenti/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: Legittimi impedimenti</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/don-rodrigo_big.jpg" rel="lightbox[Rodrigo]" title="Don Rodrigo santo subito"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/don-rodrigo_thumb.jpg" title="Don Rodrigo santo subito!" alt="don rodrigo thumb Don Rodrigo santo subito!" /></a></p>
<h6>Don Rodrigo santo subito<br /></h6>
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<p>Gli scrittori sanno bene che nei racconti la presenza dei cosiddetti &#8220;buoni&#8221; va ridotta all’osso. Ad esigerlo è in primo luogo il rispetto della realtà, dove i buoni si contano sulla punta delle dita. In secondo luogo, dalla notte dei tempi <b>è d’obbligo in ogni copione la presenza costante dei &#8220;fetentoni&#8221;</b>. Altrimenti, sai che noia! Sono infatti solo i &#8220;puzzoni&#8221; a condire di sale ogni trama che si rispetti. E dunque li troviamo ovunque come il prezzemolo, intenti ad ordir schifezze ai danni del &#8220;buono&#8221; o della &#8220;buona&#8221; (che, spesso, è pure &#8220;bona&#8221;) di turno. Non è che questi maledetti non ci mettano impegno, anzi. Il fatto è che non gli può andare che storta, dato che sono la malvagità fatta persona.</p>
<p>&#8220;È infatti lo stesso autore a far in modo che i loro piani vadano inevitabilmente a carte quarantotto, come forma di rivincita sulla quotidianità dove accade il contrario. Succede così che i malvagi dei racconti ricevano il giusto castigo già in questa valle di lacrime, quale monito per altri aspiranti &#8220;chiavici&#8221;. Ed ecco che, fatalmente, ai farabutti d’ogni risma vien riservata il più delle volte proprio la sorte che essi avevano destinato al &#8220;buono&#8221; o alla &#8220;buona/bona&#8221; (sempre di turno).</p>
<p>In pratica, <b>le opere letterarie finiscono per riflettere l’eterna lotta tra Bene e Male</b>. L’unica differenza è che qui il &#8220;Male&#8221; se lo prende per così dire… in saccoccia. Di questa contesa esistono esempi a bizzeffe:  D’Artagnan contro Richelieu, Sandokan contro Brooke, Tex contro Mephisto, Topolino contro Gambadilegno e via snocciolando. Conclusione: <b>cattivi condannati senza appello</b>.</p>
<p>Ma in un’epoca ipergarantista come la nostra, sorprende che nessuno abbia ancora pensato di rendere giustizia anche ai &#8220;puzzoni&#8221; dei romanzi. Per la par condicio, ci vogliamo allora provare noi, assumendo la difesa d’ufficio di un &#8220;puzzone&#8221; a caso. E, per comodità, andiamo a pescarne uno che è noto a tutti: don Rodrigo. Sì, proprio quello che Manzoni fa passare per un gran pezzo di … perché perseguita i due innamorati Renzo e Lucia.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/don-rodrigo-saggio_big.jpg" rel="lightbox[Rodrigo]" title="La saggezza di Don Rodrigo"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero14/don-rodrigo-saggio_thumb.jpg" title="Don Rodrigo santo subito!" alt="don rodrigo saggio thumb Don Rodrigo santo subito!" /></a></p>
<h6>La saggezza di Don Rodrigo<br /></h6>
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<p>Diciamo subito che nelle scuole &#8220;I promessi sposi&#8221; hanno riscosso un successo del tutto immeritato. Esagerazioni? E allora, se siete capaci, trovatemi un solo studente che non ritenga quest’opera un polpettone, scodellato per avvelenargli l’intero anno di studi! Ora, la tesi che qui ci preme dimostrare è che, <b>nei confronti del misero don Rodrigo, Manzoni era prevenuto più di Santoro col Berlusca</b>. Ergo: andava ricusato come suo autore. Seguiteci dunque nel ragionamento.</p>
<p>Innanzitutto egli tratta don Rodrigo come una controfigura da quattro soldi. Non si rende invece conto che è quello il vero <i>&#8220;deus ex machina&#8221;</i> di un romanzo destinato, altrimenti, al fiasco editoriale. Pensate a tutte le trame che il poveretto deve architettare mattina e sera, per non far maritare quei due sciagurati dei “promessi sposi”. In fondo, se ci pensiamo, don Rodrigo è un… uomo di cuore: si danna cioè letteralmente l’anima, per evitare ai due fidanzati d’inguaiarsi. Se non ci fosse lui, i due sventati finirebbero per indebitarsi a vita con il pranzo di nozze, salvo poi divorziare il giorno dopo. È quindi cosa buona e giusta che egli li separi, onde scongiurare tanta iattura. In effetti, meriterebbe una medaglia per tanto altruismo.</p>
<p>Ma, a questo punto, pur di sminuirne la figura, lo scrittore che ti fa? Lo fa apparire soltanto al quinto capitolo, quasi che il Nostro fosse una comparsa e non avesse dato subito prova di sé con l’iniziale invio dei suoi scagnozzi ad intimidire don Abbondio. E, a dimostrare la faziosità di Manzoni, sta pure la circostanza che non si degna neppure di descrivercelo. La cosa non è di poco rilievo, perché ci obbliga a macerarci per l’eternità nell’atroce dubbio circa l’altezza, la capigliatura e persino l’alito di don Rodrigo. L’unica descrizione, che lo scrittore si degna di fare, riguarda la dimora del “farabutto”. Ma, attenzione ai particolari: inferriate chiuse, imposte sconnesse e consunte, ambienti decadenti. Signori miei, se non è una bicocca, poco ci manca! E, se non l’aveste capito, quello &#8220;sgarrupo&#8221; (termine napoletano che rende l’idea) viene pure assimilato al &#8220;covile della fiera&#8221;.</p>
<p>Ma, c’è poi un altro particolare sconvolgente che risulta inequivocabilmente dagli atti: don Rodrigo era un precursore di… Bossi. Infatti, le tenta davvero tutte pur di &#8220;farsi&#8221; Lucia, alla faccia di quel gonzo di Renzo. Dite se questa non è <b>la prova sputata che… &#8220;ce l’aveva duro&#8221; anche lui</b>!</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero14/bravi_big.jpg" rel="lightbox[Rodrigo]" title="I simpatici Bravi"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero14/bravi_thumb.jpg" title="Don Rodrigo santo subito!" alt="bravi thumb Don Rodrigo santo subito!" /></a></p>
<h6>I simpatici Bravi<br /></h6>
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<p>Eppure, <b>Manzoni ce lo tramanda come una mezza pippa</b>, incapace di reggere il confronto con fra’ Cristoforo. Quest’ultimo si capisce lontano un miglio che va invece perfettamente a genio allo scrittore. Ora, che don Rodrigo soccomba dinanzi al frate è logico, se si parte dal discorso fatto in apertura: il primo è il &#8220;Bene&#8221; e l’altro è il &#8220;Male&#8221;. Ma è qui che casca l’asino. Don Rodrigo prima viene descritto come un genio del male, per poi diventare una mezza tacca persino davanti all’Innominato. Questa scarsa coerenza è anch’essa un indice manifesto del malanimo dello scrittore verso di lui. In sostanza: l’unica magra soddisfazione che Manzoni gli concede è quella di farne un signorotto di campagna. Salvo ridurlo nel contempo a un provincialotto squattrinato. Insomma, un perfetto Pinco Pallino, sia pure &#8220;d’antico pelo&#8221;.</p>
<p>A questo punto, l’unica alternativa che l’autore gli lascia è quella di circondarsi di bravacci (che non si sa come egli mantenga, essendo quasi nullatenente). I manigoldi in questione però hanno tutti i difetti classici della loro categoria. È perciò da presumere che &#8211; per quanto Manzoni sia reticente sul punto &#8211; <b>rùttino, bestemmino, vadano a puttane e col cul faccian trombetta</b>. Una bella compagnia, non c’è che dire!</p>
<p>Il povero don Rodrigo è costretto, quindi, a subire un’umiliazione dopo l’altra. Altro che persecutore! Ma, pensate che la perfidia di Manzoni si fermi qui? Macché! Alla fine, non contento di averne fatto uno “sfigato” per tutto il romanzo, lo fa cadere in preda ai sintomi della peste. E dove se ne va a finire quella Provvidenza, a cui viene dato ampio spazio in tutte le pagine precedenti per soccorrere cani e porci? Svanita nel nulla!</p>
<p>È la conferma definitiva di quanto dicevamo poc’anzi: <b>Manzoni, quel buonuomo di don Rodrigo, ce l’aveva sulle scatole… già prima di mettersi a scrivere</b>. Così infligge sadicamente il colpo di grazia al disgraziato, che si va contorcendo col mal di pancia. Uno dopo l’altro, infatti, tutti i bravacci, incluso quel Priso del “Griso”, lo abbandonano per paura del contagio. Lo sventurato quindi vien fatto crepare nel lazzaretto come un cane. Intanto gli sciagurati promessi finiscono per sposarsi, ad onta dei suoi sforzi disinteressati. Se tutto questo non è &#8220;mobbing&#8221;, ditemi voi! Ordunque, cari lettori, c’è da aggiungere altro? I fatti parlano chiaro. Ed esigono, quindi, che  &#8211; alla faccia di Manzoni &#8211; <b>don Rodrigo sia fatto santo</b>. Possibilmente… adesso!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
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		<title>La cicala, la formica e il bacherozzo</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 16:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-left:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero13/formica_home2.jpg" align="right">Chi non ha mai letto la favola della cicala e la formica? Chi, alla fine, non ha provato pietà per la povera cicala? Il nostro brigante meridionale come sempre stravolge la storia facendocela osservare da altri punti di vista]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero13/formica-zoccola_big.jpg" rel="lightbox[Formica]" title="Quella gran zoccola della formica"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero13/formica-zoccola_thumb.jpg" title="La cicala, la formica e il bacherozzo" alt="formica zoccola thumb La cicala, la formica e il bacherozzo" /></a></p>
<h6>Quella gran zoccola della formica<br /></h6>
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<p>Alzi il dito chi, leggendo la favola della cicala e della formica, non è rimasto dubbioso a quale delle due accordare la sua preferenza. Certo, Esopo e La Fontaine, che sfornarono la storiella, non mostrarono dubbi al riguardo. Per loro, la <b>formicuzza laboriosa</b> aveva fatto bene a rifiutar l&#8217;assistenza alla cicala infingarda. Costei aveva preferito cantare tutta la stagione, mentre l&#8217;altra sgobbava? E allora, adesso che incalzava l&#8217;inverno, era giusto che si mettesse a &#8220;ballare&#8221; (che è <b>un modo elegante di dire “vai a ca…are!&#8221;</b>).</p>
<p>Il ragionamento è uno di quelli in cui due più due fanno sempre quattro. I due scrittori di sicuro avevano constatato che nel regno animale non esiste l’ombra d’organizzazioni umanitarie, come la “Caritas”, la FAO e compagnia cantando. E una ragione c’è ed è pure ovvia: gli insetti, proprio perché non fanno parte dell’umanità, vedono le cose diversamente da noi. Ancor meno, ci ricamano su. Sicché l’intero discorso potrebbe chiudersi qui.</p>
<p>Personalmente, non ho difficoltà ad ammettere d’aver <b>sempre avuto simpatia, sin dalla prima lettura, per quella canterina sfaticata della cicala</b>. Già da ragazzino, cioè, mi son allineato senza saperlo al celebre Gianni Rodari, che in una sua poesiola confessò di star <i>&#8220;dalla parte della cicala / che il più bel canto non vende, regala”</i>. Sapete invece chi m’è finita subito sulle fanciullesche… scatole? Proprio <b>quella gran zoccola della formica!</b> Infatti, cacciando in malo modo chi mendicava da lei un piatto di vermicelli (quelli veri, e non da condire col ragù!), la condannava spietatamente a morir di fame. E va bene che anche le formiche &#8220;nel loro piccolo s’incazzano&#8221;, come ha detto qualcuno.</p>
<p>Nel nostro caso la formica qualche ragione a farlo ce l’aveva, se appena ripensava alle sudate fatte per cumulare provviste, mentre l’altra se la spassava. E va pure bene che le formiche non son tenute a dar evangelicamente da “mangiare agli affamati”. Ma resta il fatto che, con tutta l’abbondanza di cibo accumulato, <b>la stronzetta della nostra favola un piccolo sforzo se lo poteva anche permettere!</b> Tra l’altro, non è che la cicala pretendesse le vettovaglie senza contropartita, al pari d’una volgare accattona. Ci risulta infatti dai… documenti che aveva promesso la restituzione del capitale e degli interessi entro l’agosto successivo. Chissà, forse avrebbe accettato persino di <b>pagare interessi a strozzo, visto com’era ridotta</b>.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero13/odio_big.jpg" rel="lightbox[Formica]" title="Litigi tra animali"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero13/odio_thumb.jpg" title="La cicala, la formica e il bacherozzo" alt="odio thumb La cicala, la formica e il bacherozzo" /></a></p>
<h6>Litigi tra animali<br /></h6>
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<p>E allora? Che motivo aveva quella scorzona della formica per negarle un po’ di credito? Sfido, in sostanza, chiunque a dire che non meritasse l’appellativo di zoccola che le ho affibbiato sopra. Infatti, a mio parere, il suo vergognoso modo d’agire corrisponde esattamente a quello del “sazio che non crede al digiuno”. Analizziamo i fatti. L’accusa rivolta alla cicala si riduce in fondo all’aver frinito nel periodo estivo, anziché d’essersi messa a lavorare.</p>
<p>Ora, <b>chiamereste mai “fesso” uno che, tra lo sgobbare e il suo contrario, preferisca &#8211; specie se fa caldo &#8211; la prima soluzione?</b> A maggior ragione, il discorso vale per chi è nato… cicala. Dovete poi sapere che a lanciare quel caratteristico suono, un po’ monotono e gracidante, dall’alto degli alberi sono solo i maschietti. Infatti – beati loro! – le femminucce sono del tutto mute. Non sono però sorde, come in genere accade agli esseri umani muti. In realtà, tutto lo schiamazzar mascolino in parola è indirizzato proprio a combinare un incontro galante col suonatore. Costui, anziché pagare un’orchestrina per far la serenata alla sua bella, provvede con i propri modesti mezzi a intenerirle il cuore. <b>Risparmia cioè sulle relative spese, compresa la Siae.</b> Dà così un chiaro segnale d’esser un tipo economo e previdente, al pari della formica. O no?</p>
<p>Ma l’aspetto che qui mi preme sottolineare è questo. <b>La cicala, quando frinisce, non lo fa perché ”cazzeggia”, ma perché non può assolutamente evitare di farlo</b>. Diversamente, ne andrebbe di mezzo il perpetuarsi della specie, oltre al relativo…sollazzo. È dunque <b>un atto che in ogni “cicalone” sgorga spontaneo ed irrefrenabile</b> dal profondo della sua natura. Signori miei, qua non si tratta d’essere o meno sfaticati. Anzi, vorrei vedere voi a spolmonarvi a squarciagola per tutta la giornata, sperando che una pollastra abbocchi all’amo (scusate l’accostamento tra gallinacei e pesci, che è decisamente sconclusionato, ma non me n’è venuto uno migliore).</p>
<p>Comunque, c’è pure un altro aspetto che (non solo ai naviganti) “intenerisce il cuore”. Il nostro esemplare maschio sembra fatto apposta per ispirar tenerezza: infatti, è sicuramente un gran timidone. Basta che qualcuno si avvicini al tronco da cui provengono i suoi gorgheggi che, di colpo, l’animaletto tace. Che sia per la vergogna d’esser brutto da far spavento? Pensate che non sappia d’aver sul corpo tozzo quel capoccione e quegli occhi a palla così sgraziati? <b>Questi attributi lo fan troppo somigliante a un odioso moscone</b>, che suscita fastidio appena ci ronza attorno. E, dunque, conscio d’essere uno sgorbio, cerca di non farsi vedere. Rendiamo dunque onore alla sua estrema sensibilità.</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero13/cicala-formica_big.jpg" rel="lightbox[Formica]" title="La cicala, la formica e il bagarozzo"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero13/cicala-formica_thumb.jpg" title="La cicala, la formica e il bacherozzo" alt="cicala formica thumb La cicala, la formica e il bacherozzo" /></a></p>
<h6>La cicala, la formica e il bagarozzo<br /></h6>
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<p>Ma guardiamo un attimo pure la sua antagonista, la formica. Al confronto, essa pecca esattamente all’opposto. <b>Lavora come un… giapponese da mane a sera</b>. E, come lui, rinunzia alle ferie nel periodo migliore, per la bella faccia della società cui appartiene. In più, manca di personalità perché ama il lavoro di gruppo. Quasi quasi, vorrei vederla a strimpellare una serenata, come la cicala! Insomma, questa creatura amorfa preferisce perennemente l’anonimato. E, quando la sua grama esistenza si conclude, le altre la trasportano nel covo per metterla via come una provvista. <b>Beh, almeno il cicalone, prima di schiattare, un giorno da leone prova a farselo!</b></p>
<p>Dunque, lasciamo pure che questi due personaggi continuino a fronteggiarsi nella favola e tifiamo per chi più ci piace. Però, a questo punto, ci è venuto un sospetto, e cioé che Esopo e La Fontaine non abbiano raccontato la storia per intero. La morale di tutta questa faccenda non può esser solo quella, un po’ striminzita, per cui “chi nulla fa nulla ottiene”. Tra l’altro, la vita quotidiana ci dimostra che quasi sempre è vero il contrario. Ci dev’essere qualcosa d’altro dietro il litigio finale.</p>
<p>Ora, è risaputo che “tra i due litiganti il terzo gode”. È perciò lecito immaginare una conclusione del tutto diversa da quella che ci è stata raccontata. Se non ci avevate pensato, eccovela qui in anteprima. Mentre la formica invita sarcasticamente la cicala a “ballare”, non s’accorge d’aver lasciato momentaneamente la porta aperta. E così di soppiatto, profittando della sua distrazione, <b>le entra sparato in casa un bel “bacherozzo” nero come la pece</b>. Inutile dire che, in breve, lo scarafaggio le metterà a soqquadro la dispensa. L’amara scoperta d’aver quell’ospite indesiderato indurrà la padrona di casa a lasciare anzitempo il formicaio infestato.</p>
<p>Fuori però c’è già l’inverno. Per ironia della sorte, la formica incontrerà poco più in là la cicala, stecchita dal gelo e dalla fame. La seguirà ben presto, finendo anche lei miseramente a zampe all’aria. Ah, e il bacherozzo? Lui sì che se la godrà, felice e soddisfatto. E in più <b>&#8220;ballerà&#8221; per tutto il tempo, al ritmo allegro della &#8220;Cucaracha&#8221;</b>!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
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		<title>Savoia, indietro tutta!</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 15:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-left:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoVnumero14/clotilde_home3.jpg" align="right">Casa Savoia fa sempre<br />parlare di sé.<br />Protagonista del<br />gossip del nostro<br />"brigante<br />meridionale" è la principessa Clotilde<br />in Saclà, che deve aver scambiato il<br />"dadaismo" con il "dada-umpa"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero12/clotilde_big.jpg" rel="lightbox[Sacla]" title="L''ardita' Clotilde Courau"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero12/clotilde_thumb.jpg" title="Savoia, indietro tutta!" alt="clotilde thumb Savoia, indietro tutta!" /></a></p>
<h6>L&#8217;&#8221;ardita&#8221; Clotilde Courau<br /></h6>
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<p>I Savoia, in un modo o nell&#8217;altro, non la smettono mai di &#8220;rompere&#8221; (il complemento oggetto, per favore, mettetecelo voi!). Dapprima c&#8217;è stata una vera &#8220;overdose&#8221; di apparizioni in Tv del principino Emanuele Filiberto: da &#8220;Ballando con le stelle&#8221; (cadenti?) a &#8220;I raccomandati&#8221; (tanto per non smentire l&#8217;italico costume), da &#8220;Ciak&#8230; si canta&#8221; (che poi ti passa) al Festival di Sanremo (no comment). Ma il culmine della sopportazione ci è stato fatto raggiungere allorquando la sua faccia di&#8230; (anche qui l&#8217;epiteto mettetecelo voi) ha trovato il modo di rovinare a tanti guardoni lo spettacolo delle curve delle concorrenti a Miss Italia. Ed ora, come se non bastasse, ci si mette pure Clotilde Courau.</p>
<p>&#8220;E chi cavolo è?&#8221;, diranno i meno informati. Ma via, ignoranti: <b>senza il referendum del &#8217;46 la vostra prossima regina sarebbe diventata proprio lei!</b> Inchinatevi dunque davanti alla consorte del principino, nonché (solo teorica, per fortuna) pretendente (Diosalvi) al trono d&#8217;Italia (ohibò).</p>
<p>&#8220;E cosa ha pensato mai la sposa di cotanto augusto esemplare?&#8221;, si chiederanno sempre le stesse persone poco informate. E va bene, debbo proprio dirvi tutto! In primo luogo, la quarantunenne donzella se n&#8217;è fregata del principio di regalità, che forse non sa neanche cosa sia. Ma la snaturata non s&#8217;è limitata a ciò, perché se ne è impipata pure dell’età che ha. Si è infatti prefissa di <b>&#8220;spostare&#8221; i suoi &#8220;limiti&#8221;</b>, come ha dichiarato a &#8220;La Stampa&#8221; del 9 giugno 2010. Frase che direbbe tutto, se non dicesse in realtà niente. Proviamo perciò a chiarire di quali &#8220;limiti&#8221; blateri costei.</p>
<p>Or dunque, continuando la lettura, si viene a scoprire che la signora (pardon: principessa) ha deciso di rappresentare<b>&#8220;quattro quadri di ardita concezione&#8221;</b>. Il che è in perfetta linea col suo passato da attrice. Ma il mistero s&#8217;infittisce perché si tratterebbe di una manifestazione &#8220;dada&#8221;. &#8220;Perbacco, penserà il solito sprovveduto, la signora (ancora pardon: principessa) è acculturata forte!&#8221;.</p>
<p>Però&#8230; però, c&#8217;è un però: la Nostra deve aver scambiato il &#8220;dadaismo&#8221; con il &#8220;dada-umpa&#8221; delle gemelle Kessler. A creare infatti sconcerto è il contenuto dei quattro &#8220;tableaux&#8221;, cioè i siparietti di cabaret che ella ha iniziato a rappresentare dal 19 settembre scorso. Essi sono dedicati in primo luogo a due canzoni, una delle quali è stata il pezzo forte di &#8220;Coccinelle&#8221; (famoso transessuale del passato) e l&#8217;altra si dilunga per tre minuti su <b>tutti i possibili sinonimi del sesso orale</b>. Il tutto, seguito da una danza saffica in una prigione per donne e da un adattamento della &#8220;Regina rossa&#8221; di Marlene Dietrich. Insomma, roba  che &#8211; stando ad un&#8217;intervista rilasciata a &#8220;Vanity Fair&#8221; il 28 agosto scorso &#8211; rappresenterebbe i &#8220;valori&#8221; dell’ineffabile madame Clotilde. Salute!</p>
<p>Naturalmente, uno spettacolino di questo genere meritava uno scenario più che degno. Ed ecco il luogo deputato per l’esibizione: il &#8220;Crazy Horse&#8221; di Parigi. Sì, avete capito bene. Si tratta del famoso locale dove il nudo è sempre stato di casa, sia pure mascherato da ammiccanti giochi di luci ed ombre per sporcaccioni d&#8217;alto bordo.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero12/savoia-sacla_big.jpg" rel="lightbox[Sacla]" title="Emanuele Filiberto di Saclà"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero12/savoia-sacla_thumb.jpg" title="Savoia, indietro tutta!" alt="savoia sacla thumb Savoia, indietro tutta!" /></a></p>
<h6>Emanuele Filiberto di Saclà<br /></h6>
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<p>Ovviamente, il quotidiano di Torino (città dove Casa Savoia è stata appunto di&#8230; casa) ha provato a stemperare la notizia. Patetico e mal riuscito tentativo, il suo, di salvar quel poco di faccia ch&#8217;è rimasta alla famiglia ex-reale dopo le recenti vicende giudiziarie. Senza tema del ridicolo, il giornale ha quindi definito il locale parigino come il <b>&#8220;Louvre (!) della lascivia&#8221;</b>. Ma &#8220;niente hard volgarotto&#8221;, anche se &#8220;capezzoli e didietro sbucano dalle scene&#8221; (chissà mai cosa sarà allora una poppa o una chiappa, se sbuca in qualche altro posto!).</p>
<p>A prima vista, si potrebbe pensare che <b>la brava mogliettina del rampollo di cotanto Casato</b> abbia deciso di andare un passo avanti al maritino. Che abbia, cioè, voluto ingaggiare a distanza una sorta di sfida, dopo l&#8217;approdo di lui al concorso di Miss Italia. Lasciamo ai posteri l&#8217;ardua sentenza. Per il momento, registriamo il fatto che nell&#8217;intervista la donzella ha proclamato con tono di sfida: &#8220;Nessuno mi può giudicare&#8221;. Diamine, par di riascoltare Caterina Caselli quando ululà l’omonima canzonetta qualche decennio fa! Indi, ormai sfrenata come il &#8220;crazy&#8221; di Horse le imponeva, la donzella ha aggiunto con fare ispirato: &#8220;C’è della poesia in questa maison&#8221;.</p>
<p>Per intenderci, la parola &#8220;maison&#8221; corrisponde in lingua italiana all&#8217;abitazione dei comuni mortali. Ma, non sappiamo a quanta gente farebbe piacere veder paragonata al Crazy Horse la propria casetta, frutto spesso d&#8217;un sudato mutuo trentennale. In più, non sappiamo quali studi letterari abbia fatto in passato la nostra principessa. Sta di fatto che la poesia avrebbe fatto meglio a lasciarla da parte. C&#8217;è viceversa molto di prosaico nel gesto di chi mostra a pagamento le proprie nudità. E non fa molta differenza se lo fa per un camionista o per i &#8220;raffinati cenobiti della trasgressione&#8221; o &#8220;i maggiori intenditori di donne del pianeta&#8221; (che paroloni, per definire <b>certi guardoni disposti a pagare fior di quattrini per occhieggiare dalla platea le curve delle spogliarelliste</b>!).</p>
<p>A questo punto, la principessa ormai lanciata sulla via della trasgressione ha dichiarato al &#8220;Tgcom&#8221; di Mediaset che aveva &#8220;molta voglia di realizzare questa cosa&#8221;. Espressione non puramente casuale, essendo stata ribadita anche a &#8220;La Stampa&#8221;: <b>&#8220;È una cosa che adoro, ne ho bisogno&#8221;</b>. Il tutto, naturalmente, per esprimere la sua&#8230; &#8220;parte organica&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ma il marito, sia pur tra un’oliva Saclà e l&#8217;altra, avrà pur avuto da ridire qualcosa!&#8221;, sbotterà scaldandosi qualche anima candida. Macché! L’imperturbabile principino non solo non ha battuto ciglio, ma <b>l&#8217;ha presa per così dire sportivamente</b>. Anzi, a sentire la consorte, sarebbe stato subito d&#8217;accordo e ne avrebbe persino sostenuto entusiasticamente l&#8217;idea. Beh, che ci volete fare se Emanuele Filiberto è un uomo moderno e la sua &#8220;Testa&#8221; non è &#8220;di Ferro&#8221;, come quella del suo celebre antenato? Ne volete una prova? Alla &#8220;prima&#8221; teatrale della mogliettina, egli ha disinvoltamente portato con sé i genitori Vittorio Emanuele e Marina Doria. In genere, si sa che i suoceri son quelli che storcono subito il muso non appena la nuora o il genero sgarrano. Nel nostro caso, invece, registriamo un&#8217;inaspettata condivisione dell&#8217;intera famiglia ex-reale per lo spettacolo &#8220;burlesque&#8221; offerto dalla congiunta.</p>
<p>Boh? Che i Savoia abbiano pensato che fosse &#8220;democratico&#8221; consentire a una futura pretendente al trono mostrarsi in pubblico in &#8220;desabillé&#8221;? Chissà chi lo sa! Una cosa comunque è certa. Se nel 1837 Andersen scrisse la fiaba &#8220;Il re è nudo&#8221;, <b>pure nell’anno di grazia del 2010 ci sta una principessa che s’è messa sulla… strada giusta</b>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
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		<title>La Cos(ci)a venuta dallo spazio</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 13:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero11/coscia-spazio_home.jpg" align="left">Si avvicina la fine del<br />mondo. Ma se invece<br />si trattasse di una<br />pacifica invasione di<br />ninfomani bonazze?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/di-villa-in-villa/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: La D'addario di villa in villa</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero11/la-cosa_big.jpg" rel="lightbox[Coscia]" title="La Cosa"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero11/la-cosa_thumb.jpg" title="La Cos(ci)a venuta dallo spazio" alt="la cosa thumb La Cos(ci)a venuta dallo spazio" /></a></p>
<h6>La Cosa<br /></h6>
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<p>Man mano che s&#8217;avvicina <b>la fatidica data del 21 dicembre 2012</b> (quella indicata dal calendario Maya come la fine di tutti i nostri guai, perché ce ne andremo dritti dritti&#8230; al Creatore), si susseguono in tutto il globo gli avvistamenti di Ufo. Qualcuno addirittura racconta d&#8217;aver incontrato gli alieni per strada, d&#8217;esser stato rapito o d&#8217;aver stabilito un contatto telepatico con loro. I misteriosi &#8220;cerchi nel grano&#8221; poi non si contano più e c&#8217;è, dunque, il serio rischio di non poterci più gustare un bel panino imbottito (magari con la mortadella dentro).</p>
<p>In quest&#8217;atmosfera pseudo-messianica, trasmissioni come <i>&#8220;Voyager&#8221;</i> ci guazzano, non fosse altro che per il gusto di non farci dormire la notte. Insomma, pare che tutti quei segnali misteriosi stiano lì a ricordarci il motto: &#8220;Uomo avvisato, mezzo salvato&#8221;. Che equivale all&#8217;evangelico <b>&#8220;Figliolo, ricordati che devi morire&#8221;</b>.</p>
<p>Fatti i doverosi scongiuri, proviamo ad immaginare cosa accadrebbe <b>se un bel (o brutto giorno) piombasse sul nostro mondo un grosso meteorite</b>. Non uno di quelli che cadono ogni tanto sulla crosta terrestre per fare un buco qua o là, ma di quelli che si vedono solo nei film di fantascienza. Lì, come ha insegnato &#8220;La guerra dei mondi&#8221;, c&#8217;è sempre nascosta la buggeratura sotto forma di astronave marziana: insomma, <b>roba da c..arsi nelle mutande dal terrore</b>.</p>
<p>Chi ha la mia età ricorda di sicuro il primo spaventoso approccio cinematografico con <i>&#8220;La cosa da un altro mondo&#8221;</i>. Questa pellicola di serie &#8220;B&#8221; in bianco e nero sembrava fatta proprio per creare angoscia negli spettatori, con quel clima di Guerra fredda che c&#8217;era in giro nel 1951. Persino la semplicità della trama risultava verosimile e lontana un miglio dalla tante cazzate di film girati in seguito sul tema. In sostanza, una missione militare americana aveva la sciagurata idea d&#8217;estrarre da un&#8217;astronave sconosciuta, precipitata tra i ghiacci eterni, un enorme ghiacciolo di tre metri.</p>
<p>Se lo portava quindi dentro la base artica, forse pensando di farsi ogni tanto una bella &#8220;grattachecca&#8221;. Inevitabilmente, al calduccio il lastrone si scioglieva. Il dramma è che dentro c&#8217;era un essere ibernato che, anziché essere mostruoso, tanto mostruoso non era.</p>
<p>A conti fatti, questa figura antropomorfa somigliava ad un&#8217;enorme carota. Di mostruoso aveva però una fame infinita (non per niente, veniva&#8230; dall&#8217;Infinito): <b>bastava che uno gli capitasse a tiro per spolparselo senza troppe cerimonie fino al midollo</b>. Chissà perché (ma valli a capire questi alieni!), il sangue umano si rivelava esser per lui un vero ricostituente, un po&#8217; come la pappa reale. Alla fine, comunque, il &#8220;vampiro&#8221; spaziale pagava cara la sua ingordigia: moriva infatti folgorato in una trappola elettrica, preparatagli dai militari. E così, lasciava nel nostro caro vecchio mondo <b>il solo Dracula a detenere l&#8217;esclusiva del… settore</b>.</p>
<p>Ma pensate un po&#8217; se nel fatidico 2012 arrivasse, dentro il meteorite di turno, la temuta &#8220;Cosa venuta dallo spazio&#8221;. Forse già ce n&#8217;è stato un assaggio nel settembre 2007, quando un meteorite è caduto in Perù vicino al lago Titicaca. I curiosi che si sono avvicinati al cratere hanno avvertito subito nausee ed emicranie terribili ed inspiegabili. Ora, se gli effetti saranno questi, niente paura perché basterà pigliarsi una pasticca, come consigliava a suo tempo Renato Carosone. Ma se le conseguenze saranno quelle di cui parlava Lovecraft nel lontano 1927, allora saran c&#8230; amari.</p>
</div>
<div id="video" style="float: right; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero11/coscia-spazio_big.jpg" rel="lightbox[Coscia]" title="La Cos(ci)a venuta dallo spazio"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero11/coscia-spazio_thumb.jpg" title="La Cos(ci)a venuta dallo spazio" alt="coscia spazio thumb La Cos(ci)a venuta dallo spazio" /></a></p>
<h6>La Cos(ci)a venuta dallo spazio<br /></h6>
</div>
<div>
<p>Nel racconto &#8220;Quel colore venuto dallo spazio&#8221; egli infatti ipotizza che, nella vallata del New England, si vada a piazzare un essere aeriforme, che riduce la landa appunto ad una <b>desolata&#8230; landa</b>. Il mostro è venuto stavolta su un meteorite, per ridurre gli umani come gusci vuoti. Cambiano i mezzi di trasporto, ma non i risultati. Un provvidenziale raggio di luce lo riporterà alla fine negli spazi siderali, togliendocelo dalle scatole. Che non abbia apprezzato il menu? Non lo sapremo mai.</p>
<p>E se invece&#8230; immaginate la scena. I più coraggiosi s&#8217;accalcano incuriositi davanti a quella massa incandescente. Ad un tratto, ecco aprirsi pian piano una sorta di portellone, da cui proviene un&#8217;abbagliante luce fosforescente. Molti naturalmente se la squagliano:<b> c&#8217;è sempre la scusa delle&#8230; sigarette</b>! Gli altri restano inchiodati lì, in attesa. Dopo lunghi attimi di &#8220;suspence&#8221;, ecco sbucare un vertiginoso tacco a spillo, su cui ancheggia una coscia altrettanto siderale. Roba da far impallidire persino le gemelle Kessler dei bei tempi!</p>
<p>Allo sbucar anche dell&#8217;altra coscia, lo spettacolo è tale da mozzare il fiato. Si tratta infatti della più splendida femmina che uomo abbia mai visto da Adamo in qua. Dopo uno scrosciante applauso di benvenuto, tutti i maschietti le si accalcano speranzosi intorno. Intanto, lo sbarco continua: una meglio dell&#8217;altra! Signori miei, una &#8220;invasione&#8221; così non s&#8217;era mai vista. Pare di stare al concorso di Miss Mondo. Per giunta, ce n&#8217;è per tutti, dato che<b> il meteorite continua a sfornare indefesso una bonazza dopo l&#8217;altra</b>. E, se non bastasse, le fanciulle sono di bocca buona perché non guardano affatto se uno è bello o brutto, se è giovane o vecchio, se è ricco o poveraccio.</p>
<p>Comincia così una nuova era di pace (e chi sarebbe tanto fesso da fare la guerra in quelle condizioni?) per l’umanità. O, per meglio dire, per l&#8217;uomo, dato che alle povere donne resta solo da sperare che arrivi un altro meteorite, con un carico di&#8230; merce di suo gusto.</p>
<p>Naturalmente, questa è la versione che ognuno sottoscriverebbe a occhi chiusi. Ma se invece, sotto le fattezze da maliarda, <b>la Cos(ci)a venuta dallo spazio nascondesse la &#8220;fregatura&#8221;</b>, come la metteremmo? Chi non ricorda la trasmissione televisiva &#8220;Visitors&#8221;? In quel caso, le aliene s’erano presentate in tutto uguali a noi e sembravano persino amichevoli. Viceversa, si trattava di orribili lucertoloni che, celati sotto forme umane, divoravano di nascosto gli esseri umani 8sarà forse colpa del lunghissimo viaggio durato anni-luce, ma gli alieni cattivi hanno sempre un&#8230; appetito che non ci vedono!).</p>
<p>È evidente che, nella deprecabile ipotesi che questa terribile finzione possa realizzarsi in futuro, saremmo obbligati a darcela tutti a gambe davanti a quei rettiloni cannibali. Una vera tragedia, specie per chi fosse poco allenato come gli Azzurri in Sud Africa!</p>
<p>Rifugiamoci allora nella ben più confortante immagine delle fanciulle pronte a donarsi a noi maschietti. Così, ognuno potrebbe soddisfare l’inconfessato sogno di possedere un &#8220;harem&#8221; di marziane, venusiane e chi più ne ha più ne metta (ché tanto sono sempre benvenute). Per ovvie ragioni, <b>non sarebbero gradite unicamente le&#8230; lunatiche</b>. In pratica, cari lettori, fra tanto ben di Dio vi sto certo facendo sognare ad occhi aperti. E allora, in cambio, concedetemi almeno un privilegio.</p>
<p>Ce l’avete presente la più &#8220;bbona&#8221; dell’intera Galassia? Beh, se permettete, <b>quella lì&#8230; me la spupazzo io!</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
</div>
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		<title>La donzelletta vien dalla cuccagna</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 12:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero10/fungo-zappatore_home.jpg" align="left">Sicuri che i personaggi<br />descritti nel "Sabato<br />del villaggio" di<br />Leopardi fossero felici<br />per il dì di festa?<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/leditto-bavaglio/">&#8226;&#160;LA VIGNETTA: L'editto-bavaglio</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero10/funghi-pene_big.jpg" rel="lightbox[Fungo]" title="La donzelletta e il 'fungo'"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero10/funghi-pene_thumb.jpg" title="La donzelletta vien dalla cuccagna" alt="funghi pene thumb La donzelletta vien dalla cuccagna" /></a></p>
<h6>La donzelletta e il &#8220;fungo&#8221;<br /></h6>
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<p>Se ai giorni nostri il sabato di un villaggio non è il massimo della goduria, immaginatevi <b>ai tempi di Leopardi quando s’andava a letto con le galline</b>. Il poeta ce ne tramandò il ricordo, dipingendo in versi di straordinaria efficacia alcune figure, come la “donzelletta” e “il zappatore”. Lei veniva ritratta, di ritorno dalla campagna,  con “un mazzolin di rose e viole”, lui mentre fischiettava strafottente. Dal che si ricavava che erano entrambi felici e contenti. Certo, per un misantropo come Leopardi, quest’idilliaca scenetta era più che bastante a farlo schiattar d’invidia. Figuriamoci allora se andava ad indagare il recondito motivo di tanta soddisfazione. Roso dal livore, egli s’accontentò d’attribuirla sbrigativamente all’appropinquarsi della domenica.</p>
<p>Se non che, la faccenda dell’imminente festività sarà forse originale come trovata, ma pare un po’ superficiale come giustificazione. In verità, chi se la sentirebbe d’escludere che, tra i due personaggi, corra ad esempio un filo di sottile complicità, che non è stato colto dallo studioso? Allora chissà che adesso l’impresa di scoprir gli altarini non tocchi <b>proprio a noi, eterni malpensanti</b>!</p>
<p>Dunque, partiamo da quel dato di fatto che è il termine “donzelletta”. Di sicuro, per meritarsi d’essere chiamata così, ella doveva essere <b>un “mix” tra l’ingenua fanciulla e la scema del villaggio</b>. In vernacolo fiorentino la si direbbe una mezza grulla. Ma naturalmente non era colpa sua: allora non c’erano la Tv, i giornali, internet e tutti gli stramaledetti “mass media” che oggi c’inondano di informazioni. E perciò, a parte quel che raccontava la nonna sui suoi lontanissimi trascorsi giovanili, la poveretta non sapeva un’acca circa le questioni di cuore. Nessun genitore poi si sarebbe sognato di parlar neanche di sfuggita di quella “cosa orrenda” che era il sesso. A loro volta, le donzellette dovevano scoprire da sé i segreti della natura, ma rigorosamente dopo la prima notte di nozze. Prima era d’obbligo che curassero solo d’evitare “i cattivi incontri”, peraltro non meglio specificati. Insomma, tutto si concludeva così.</p>
<p>Ora, come s’è intuito, a detta di Leopardi la nostra “donzelletta” <b>batteva ogni sabato la campagna</b>. Ad immediato scanso d’equivoci, precisiamo che “la batteva” unicamente per raccogliere asparagi, cicorielle, rucola e funghi per il pranzo domenicale. E, poiché a quel tempo l’agricoltura era fiorente, <b>ne ricavava sempre un bel “fascio dell’erba”</b>. Inoltre, le capitava spesso d’aggiungere pure qualche “mazzolin di fiori”, che non importava se venisse o no “dalla montagna” essendo destinato ad adornare il crine e il davanzale (di casa e… quello suo). La sua vita era dunque davvero tutta “casa e chiesa”. Dunque, accadde un bel giorno che la ragazza scoprisse un ameno boschetto, stracolmo di tanti bei funghi porcini di cui era ghiotta. Da allora non lasciò passare sabato, senza fare una capatina nel querceto per raccogliere quelle prelibatezze.</p>
<p>A questo punto entra in scena “il zappatore”. Costui sbarcava il lunario, andando a lavorare i campi per conto altrui. Per una fatalità del destino, il suo lavoro si svolgeva proprio dalle parti in cui bazzicava l’ignara “donzelletta”. Egli l’aveva intravista qualche volta, mentre lei attraversava quel tratturo di campagna. Ed è innegabile che ci avesse fatto un pensierino, che però s’era fatto scivolare subito addosso per paura del padre e dei fratelli di lei. A quei tempi – si ricordi &#8211; <b>era severamente vietato accostarsi “sic et simpliciter” alle verginelle</b>. Occorreva prima passare attraverso il corteggiamento canonico, che prevedeva la presenza costante dell’intero parentado.</p>
<p>Ora accadde che quel fatidico sabato, poi immortalato nella poesia, facesse un caldo della malora. “Il zappatore”, bruciato dal sole a picco, ne fu a un certo punto distrutto. Pensò allora d’andarsi a rintanare giusto nel boschetto che già conosciamo. Poiché era madido di sudore, si tolse gli abiti e cercò un po’ di refrigerio tra le fresche foglie cadute sul terreno. Vinto dalla stanchezza, s’addormentò della grossa. Nell’ombra quel corpo supino finì per confondersi col sottobosco.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero10/fungo-zappatore_big.jpg" rel="lightbox[Fungo]" title="Il 'fungo' dello zappatore"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero10/fungo-zappatore_thumb.jpg" title="La donzelletta vien dalla cuccagna" alt="fungo zappatore thumb La donzelletta vien dalla cuccagna" /></a></p>
<h6>Il &#8220;fungo&#8221; dello zappatore<br /></h6>
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<p>Ed ecco, di lì a poco, apparire all’orizzonte la fanciulletta in cerca di<b> qualche carnoso porcino da mettere in padella</b>. Costei s’arrestò, allorché giunse a pochi passi… dal bell’addormentato nel bosco. Tra la penombra degli alberi, aveva infatti scorto quello che sembrava <b>l’appetitoso cappelletto d’un porcino</b>, che faceva capolino tra il fogliame. Provò ad estrarlo… tosto da terra, ma quello non ne volle sapere. Anzi, via via che lei lo manipolava, sembrava più abbarbicato alla base. Sulle prime, la donzelletta esitò, temendo che si trattasse d’un serpente. Poi, quando vide che non mordeva, <b>si mise con maggior impegno a sbatacchiarlo di qua e di là per estirparlo</b>. Tra i tanti sforzi, provò persino a ciaccarlo alla radice, ma, appena sollevò di nuovo il piede, il fungo imperterrito tornò com’era prima. Sempre più sbalordita, la “donzelletta” fu persino tentata dall’idea d’assaggiarlo, per vedere se la fatica valesse l’impresa… Poi, per fortuna, ci ripensò per non guastarlo prima del tempo.</p>
<p>Ma ormai aveva deciso d’averne ragione ad ogni costo. Alla lunga, però, quel “tira e molla” la ridusse in un lago di sudore. E la fanciulla perciò pensò bene di alleggerirsi degli abiti che ne impacciavano i movimenti, sicura che la zona fosse completamente deserta. Lo stranissimo duello riprese. Alla fine, tuttavia, questa surreale sfida la fece accosciar stremata per riprender fiato. Fu allora che “il zappatore”, che era rimasto immerso nel sonno più profondo ad onta di tutto quel piacevole strapazzo, si ridestò. Inutile dire come andò a finire la faccenda. Infatti, siamo costretti a <b>farvene solo immaginare l’epilogo</b>, non essendo questo un racconto pornografico.</p>
<p>Ci resta solo da aggiungere che quella sera, al rientro dei due nel villaggio, l’ignaro Leopardi nulla sospettò. E, del resto, solo un tipo davvero smaliziato avrebbe potuto mangiare la foglia, al cospetto di chi era stranamente pimpante dopo le fatiche campestri. Ed eccovi in sostanza spiegato l’apparente arcano, per cui lei era radiosa in viso e lui se la fischiettava beato. Altro che il pensiero dell’imminente domenica! <b>La “donzelletta” infatti si ritirò felice dalla… cuccagna solo perché aveva scoperto un “porcino” decisamente più gustoso dell’omonimo fungo.</b> Ma anche “il zappator” aveva i suoi buoni motivi per tornarsene soddisfatto dai campi.</p>
<p>Certo, ad attenderlo c’era una “parca mensa”, ma in quel momento lui se ne impipava ampiamente. E perciò, anziché fumarsi la classica sigaretta come si usa fare dopo quella certa “cosa”, fischiettava allegramente. Ed è qui che senza saperlo il poeta colse nel segno, pensando che egli stesse pregustando il “dì del suo riposo”. Infatti “il zappator”, dopo aver “zappato”, quel riposo se l’era abbondantemente meritato. E ne aveva ben donde, ché <b>quell’idrovora d’una “donzelletta” prima di mollarlo l’aveva ridotto al lumicino.</b></p>
<p>V’interessa il seguito? Al prossimo… sabato del villaggio!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
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		<title>Date(gliele) a Cesare</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 14:58:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gaetano Marabello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<img style="border:solid 1px silver;padding:2px;margin-right:5px" src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero9/dado-tratto_home.jpg" align="left">Le traduzioni secolari<br />hanno come al solito<br />travisato la storia.<br />Ecco chi era in realtà<br />Caio Giulio Cesare<br />
<a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/vignette/satircopion">&#8226;&#160; LA VIGNETTA: Lo scandalo Satircopion</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="foto" style="float: left; width: 413px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero9/dado-tratto_big.jpg" rel="lightbox[Cesare]" title="Il dado è tratto"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero9/dado-tratto_thumb.jpg" title="Date(gliele) a Cesare" alt="dado tratto thumb Date(gliele) a Cesare" /></a></p>
<h6>Il dado è tratto<br /></h6>
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<p>Il famoso condottiero Cesare fu chiamato alla nascita Caio Giulio. Come “Caio” fu naturalmente <b>amico per la pelle di un certo Sempronio</b>. Come “Giulio”, invece, originò la stirpe Giulia, da cui <b>discenderà col tempo pure Andreotti</b>. Trascorse la gioventù nella Suburra, dov’era nato.</p>
<p>All’epoca l’Urbe non era ancora “caput mundi”, ma s’era già messa sulla strada buona. Quando venne il momento, il Nostro scelse di fare il servizio militare all’estero per beccarsi il relativo soprassoldo. In Gallia si dovette però misurare coi guerrieri locali capeggiati da <b>un famigerato gigolò detto Vercingetorige</b> nel gergo della mala. Notò allora che sull’elmo i Galli sfoggiavano un bel paio di corna. L’interpretò come fosse il simbolo evidente di un traballante stato di salute del matrimonio di quelle genti lontane. L’impressione l’indusse a scrivere un’opera in latino, da far tradurre alle future generazioni di studenti.</p>
<p>Il titolo <b>“De bello gallico”</b> fu però frutto di un equivoco voluto dall’autore. Dovete sapere che la sua massima aspirazione era quella di arrivare ad un rango più elevato. Ritenne quindi di usare il “de”, alla stregua di un prefisso nobiliare. Attribuì poi alla parola “bello” il significato del tutto sballato di “adone”, riferendosi a se stesso. Infine, quel “gallico” conclusivo divenne ai suoi occhi <b>sinonimo di “gallo del pollaio”</b>, quale si riteneva d’essere.</p>
<p>Ottenuta la vittoria se ne tornò in Italia per assumere un più tranquillo lavoro di rappresentante della Liebig (secondo alcuni) o della <b>Knorr</b> (secondo altri). Sicché, la famosa frase <b>“Il dado è tratto”</b>, da lui pronunziata al Rubicone, fu solamente un chiaro messaggio pubblicitario: cosa che non è stata compresa dalla storiografia più datata. A quel punto il suo rivale <b>Pompeo (così detto perché gestiva una fiorente catena di “pompe” funebri)</b> dovette fuggirsene in Oriente.</p>
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<div id="video" style="float: right; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero9/veni-vidi-vici_big.jpg" rel="lightbox[Cesare]" title="Veni, vidi, vici"><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-right:0px;margin-bottom:5px"  src="/stivale/immagini/annoIVnumero9/veni-vidi-vici_thumb.jpg" title="Date(gliele) a Cesare" alt="veni vidi vici thumb Date(gliele) a Cesare" /></a></p>
<h6>Veni, vidi, vici<br /></h6>
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<p>La località precisa è rimasta ignota, ma non si va lontano dal vero individuandola in uno degli attuali paesi produttori di petrolio. Lo si deduce dal fatto che il fuggitivo vi trovò impiego come <b>gestore di una “pompa” di benzina</b>. Però, siccome all’epoca i cavalli andavano ancora a biada, l’attività risultò fallimentare. Fu costretto allora a rifugiarsi in Egitto. Mal gliene incolse, ché quel farabutto del faraone, dopo averlo ospitato, lo fece fuori a tradimento. Cesare, almeno a parole, se ne dispiacque. Cacciò allora l’infido Tolomeo dal trono, ma con questa scusa evitò di sborsare la lauta taglia che pendeva su Pompeo. Nel frattempo, il nostro eroe s’era completamente ripulito. Aveva infatti vinto il <b>“Superenalotto dei Sette colli”, grazie a un misero biglietto da mezza “pilotta”</b> (l’equivalente di un volgare sesterzio). La famosa sua frase “Venni vidi vinsi” risale ad allora. Ma torniamo ai fatti.</p>
<p>Una volta in Egitto, Cesare si dette da fare. Mentre stava sulle rive del Nilo, ebbe un colpo di fulmine per Cleopatra. Costei era la classica donna in carriera. <b>Di fatto se la faceva con tutti i condottieri che incontrava, purché fossero di grado non inferiore a quello di generale</b>. Insomma, era un’antesignana della Pompadur (a proposito, vi siete mai chiesti perché <b>la Pompadur divenne famosissima?</b> Per saperlo, basterà dividerne il cognome esattamente… a metà).</p>
<p>Comunque, a prescindere da Cleopatra, Cesare fu un vero sciupafemmine. Con le donne aveva infatti  le mani (e non solo…) lunghe. La faccenda era talmente nota che, quando giungeva in qualche posto, la stessa avanguardia delle sue legioni invitava i mariti a rinchiudere per prudenza le consorti in casa. Le solite malelingue tramandarono invece che fosse <b>addirittura attivo e passivo</b>. Ma a quei tempi la sodomia era tollerata quasi come adesso. E quindi Cesare non faceva eventualmente testo.</p>
<p>Egli ebbe tuttavia un gravissimo difetto: era <b>scarsamente fisionomista: non riuscì mai a distinguere, ad esempio, il figlioccio Bruto dall’amico di questi, un certo Cassio</b>. I due giovani in verità si somigliavano abbastanza. Per evitare figuracce, allora, ogni volta che voleva riferirsi al primo, Cesare diceva furbescamente: “Quel Cassio di Bruto”, mentre se voleva riferirsi all’altro diceva: “Quel Bruto del Cassio”. In breve, però quelle espressioni, che si prestavano all’equivoco, divennero motivo di sfottò in tutta Roma.</p>
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<div id="foto" style="float: left; width: 270px"><a href="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero9/quoque-tu_big.jpg" rel="lightbox[Cesare]" title="Quoque tu..."><img style="border:solid 1px silver;padding:5px;margin-bottom:5px;margin-right:5px"  src="http://www.stivalebucato.it/stivale/immagini/annoIVnumero9/quoque-tu_thumb.jpg" title="Date(gliele) a Cesare" alt="quoque tu thumb Date(gliele) a Cesare" /></a></p>
<h6>Quoque tu&#8230;<br /></h6>
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<p>I due interessati naturalmente finirono per  seccarsi d’essere divenuti lo zimbello generale e se la legarono al dito. Ordirono allora un complotto per eliminare la fonte della loro vergogna. A loro scusante s’inventarono che il condottiero s’era montato la testa e che voleva fare il dittatore a vita. Fissarono quindi alle Idi di marzo del 44 a.c. la data del tirannicidio.</p>
<p>Venne infine l’infausto giorno. Quel mattino, Cesare s’alzò di buzzo buono per andare al Senato. Passando davanti alla “maestà del Colosseo” (la “santità del Cupolone” era di là da venire), si sentì ispirato come Antonello Venditti. Si mise quindi a canticchiare: ”Io non te lasso mai, Roma capoccia…”. Era giunto intanto a destinazione, ma non ebbe il tempo di completare la strofa come doveva. Infatti <b>il “mondo infame” della canzone era lì in agguato che lo aspettava dietro a un colonnato</b>. In un attimo i congiurati lo circondarono. Secondo gli accordi, ognuno doveva infliggere una stilettata, per condividere con gli altri la responsabilità dell’omicidio. Ogni congiurato portò un’arma da casa. C’era persino un cuoco che, in mancanza d’altro, s’armò con un forchettone per gli spaghetti.</p>
<p><b>Bruto fu il più brutale, tanto per non smentire il suo nome</b>. Infatti, nel colpire il patrigno, gli sibilò nell’orecchio un gelido <b>“Mors tua, vita mea”</b>. Frase che, in romanesco corrisponderebbe, grosso modo, ad un coloritissimo <b>“Mortacci tua…”</b>. Gli fecero tosto eco gli altri congiurati con il coro <b>“..e de tu’ nonna &#8216;n cariola”</b>. A quel punto, al povero Cesare restò appena il tempo sufficiente per sussurrare allo sciagurato parricida: “Quoque tu, Brute, fili mi!”. Vista la dinamica degli avvenimenti, la traduzione più acconcia delle ultime parole della vittima dovrebbe suonare presso a poco così: <b>“Sto gran fijo de ‘na mignotta!”</b>. Fu la fine. Quando giunsero i soccorsi, Cesare era stato “sgommato” a dovere. Alle sue misere spoglie toccò a quel punto la famosa orazione funebre pronunziata dal suo luogotenente Marc’Antonio.</p>
<p>Per inciso, va detto che il termine omonimo, che designa un uomo grande e grosso, è dovuto al fatto che costui era una specie di armadio ambulante che faceva paura. A Trastevere lo chiamavano infatti <b>“C’ho ddu metri de torace”</b>. Da perfetto bullo del quartiere si propose di vendicare l’ucciso. E, visto il personaggio, era del tutto scontato che i congiurati facessero tutti una brutta fine. A questo punto, dopo aver fatto piazza pulita, Marc’Antonio si autoproclamò successore universale del defunto. Mise così le zampe su tutti i suoi quattrini. S’appropriò quindi delle sue proprietà immobiliari e dei suoi schiavi. E, per completare, s’andò a infilar di corsa pure… nel “cubiculum” di Cleopatra.</p>
<p><b>P.S.: A scanso d’equivoci, il “cubiculum” era la stanza da letto dei Romani!</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>L&#8217;autore è il dirigente del Giudice di Pace di Bari</b></i></p>
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