Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
Alle volte mi chiedo dove ci avrebbe portato l’istinto se non avessimo avuto dei ruoli da vestire, dei copioni prestampati da interpretare, insomma se non fossimo tutti governati da preferenze, desideri, atteggiamenti che nel tempo diventano le nostre schiavitù.
Più mi guardo attorno più scopro che ogni faccia, ogni abito, ogni risata è riconducibile ad un idealtipo, un prototipo al quale evidentemente senza saperlo ci siamo ispirati, e che nel tempo è diventato indispensabile, come il vecchio jeans tutto rovinato che non riusciamo a buttare perché è il più comodo che abbiamo, quello che ha fatto precisamente la forma del nostro culo.
Certo, la televisione propone schematismi esistenziali davvero raccapriccianti, ma scopro che anche nel mondo comune, quello lontano dalle telecamere, ognuno alla fine ha una propria personale aspirazione sull’abito da indossare nella vita di tutti i giorni: così c’è il comunista trozzoloso arrabbiato col mondo, la donna con il matrimonio fallito alle spalle che smanetta su Facebook alla ricerca di qualche vecchio fidanzato, il tronista dei poveri che ha l’agenda solo per segnare gli appuntamenti al solarium, e poi figli di papà, hippie, yuppie, ragazze madri, single, carrieristi, vallette, opinionisti, sognatori, rompiballe…
Ce n’è davvero per tutti i gusti, e per non sentirmi da meno anche io ho scelto il mio ruolo, e ci ho pensato proprio bene, ci ho perso del tempo, me lo sono immaginata addosso. Ero proprio convinta che fosse il ruolo perfetto per me! In men che non si dica, senza neanche rendermene conto, sono diventata la tipica curiosa, quella che vuole saperne di più su tutto, quella che se ne intende di tutto un po’. Quella che studia, domanda, approfondisce…
Sapeste che fatica! Il problema è che in questo vestito ci sono ingrassata, mi ci sono incastrata ed ora non riesco più a togliermelo di dosso. E così, anche dopo una giornata di lavoro, quando avrei voglia di dedicarmi anche alla più gretta delle attività, quella che la parola cultura non la sa nemmeno pronunciare, quella che dalla conoscenza ti porta tanto lontano da non saper più trovare lo scaffale della libreria dove conservi tutti i testi di studio, sono invece costretta ad atteggiarmi a sofisticata donna intellettuale, costringendo anche il mio fidanzato a farsi due maroni giganteschi con “Voyager, ai confini della conoscenza”.
Nei rari momenti di lucidità mi gonfierei gli attributi con la pompetta piuttosto che ascoltare improponibili teorie senza fondamento sul Sacro Graal, le piramidi d’Egitto, i cerchi nel grano, il Titanic, la Sacra Sindone, la vita di Senna o di Elvis, il destino, i misteri irrisolti, i fenomeni inspiegabili, i personaggi mitologici eccetera eccetera. E poi lo dice pure il titolo che c’è un limite a tutto!
La cosa più assurda è che di tutte quelle teorie, quelle ipotesi, quelle spiegazioni io non ci capisco un emerito tubo! Eppure trattandosi di una trasmissione di informazione ed intrattenimento, tutto sommato la comprensione dei contenuti dovrebbe essere alla portata di tutti. Evidentemente però non alla mia. Puntualmente di tutte quelle spiegazioni scientifiche, in un orario in cui il mio cervello è già in stand-by da un paio di ore mi porto solo nel letto il timore che nel sonno mi venga a trovare qualche marziano, o fantasma, o mostro leggendario.
Mi corico pensando alla fine del mondo, alla fatalità del destino, e a un universo parallelo nel quale magari avevo preferito guardare in TV chissà quale Corrida, Grande Fratello o Scherzi a Parte, consapevole che la conoscenza ha i suoi confini, e la sopportazione pure!.
Religione
"Dalla seconda lettera ai Corinti: 'Cari Corinti, potevate almeno rispondere alla prima...'" (Giobbe Covatta)




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