Quindicinale satirico online   •   Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)

 

La topa non è reato


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Il “babbo” del Vernacoliere Mario Cardinali

Il Governo tassa gli immobili e “il Vernacoliere” è in allerta per l’imminente sovrimposta sulla topa. Scoppia la centrale nucleare di Chernobyl e “il Vernacoliere” si allarma per i primi spaventosi effetti delle radiazioni: “È nato un pisano furbo”. Scoppia lo scandalo di Villa Certosa e “il Vernacoliere” informa sull’ultima operazione di Berlusconi: “N’hanno levato la topa dalla testa (ma ni cianno messo un culo)”.

Topa, potta, culo, uccello. Le locandine satiriche del “Vernacoliere” portano il linguaggio popolare di Livorno nelle edicole di tutta Italia, veicolano la topa come “categoria kantiana” dell’esistenza. Lo Stivale Bucato ha intervistato il babbo del “Vernacoliere” che, da quasi 50 anni, infila il suo dito nell’occhio e nel “di dietro” dei potenti d’ogni scuderia e d’ogni cilindrata. Mario Cardinali è editore, direttore e principale corsivista del più diffuso giornale satirico pubblicato in Italia: “Livornocronaca il Vernacoliere”, mensile di satira, umorismo e mancanza di rispetto in vernacolo livornese e in italiano“.

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La locandina dell’ultimo numero del Vernacoliere in un’edicola di Lucca

Mario, che cos’è per te la satira?
Per me la satira è un particolare esercizio critico dell’intelligenza. È un prurito, una voglia irrefrenabile di uscire dalle righe. La satira è un modo per intervenire criticamente nella realtà e per non farsela raccontare, per impiegare la propria passione civile contro le verità ufficiali, di Palazzo o meno. Senza questa passione la satira rischia di diventare fine a se stessa.

E oggi la satira italiana corre questo rischio?
Credo che oggi la satira sia diventata una professione e ciò, secondo me, uccide lo spirito critico. La satira è stata normalizzata, è divenuta un’estrinsecazione del potere. Ha così perso la sua “funzione-contro”!

Che cosa è cambiato rispetto al passato?
Pensiamo agli anni Settanta-Ottanta, agli anni gloriosi della satira italiana con “il Male”, “Cuore” e altre numerose esperienze significative. La satira aveva un impegno sociale, era mossa da uno scopo di fondo, aveva una valenza politica importante. Nasceva come risposta a un bisogno emerso in quel preciso periodo storico-temporale. Poi però, finita tale motivazione storica, anche l’autore satirico è diventato uno strumento per vendere i giornali e i satirici si sono professionalizzati, finalizzati a quello scopo.

La satira italiana è, dunque, messa molto male…
Oggi la satira di stampa è più che altro un rassemblement, un assembramento di vignette buttate lì, alla rinfusa, senza un’anima o una linea guida. Anche su internet si trova tantissima satira, tantissime vignette. Manca, però, quell’anima propria della satira, che nasce da un intento, da un motivo ideologico. La satira oggi è più che altro un’erezione cutanea, uno sfogo con tutti i limiti della sua estemporaneità. Non c’è un progetto. Può far riflettere, sorridere, ma domani finisce lì. Non è più voglia di dire qualcosa che sia di lotta contro l’asservimento dei cervelli, ma è diventata un business che aiuta l’editore a vendere più copie.

È dunque solo una questione economica?
Oggi la satira cerca soprattutto il budget, l’impiego professionale, ma senza più una linea di pensiero finalizzato al riscatto dei moduli espressivi e intellettuali, all’impegno sociale contro il potere. La satira è stata normalizzata: un autore non parlerà mai male del proprio editore, non criticherà chi, attraverso la pubblicità, gli paga lo stipendio…

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Il prete e la cappella

Com’è cambiato Mario Cardinali dal 1961, quando hai iniziato con “Livornocronaca”, giornale locale di controinformazione da cui è poi nato il “Vernacoliere”?
Beh, sono cambiato tanto, ora ho i capelli bianchi. Credo però di avere ancora un po’ della passione di allora. Se non avessi questa passione non mi sentirei vivo e non farei “il Vernacoliere” che, non avendo io figli, considero un po’ il mio bimbo. “Il Vernacoliere” rappresenta la mia cultura di vita, la mia voglia di essere vivo… la mia indipendenza. Perché la mia libertà è mia e non la vendo a nessuno!

Mario, come nasce il Vernacoliere?
“Il Vernacoliere” è l’evoluzione naturale di “Livornocronaca”, un settimanale (poi quindicinale e mensile) di controinformazione e inchieste che, negli anni Sessanta, mi costò le prime querele e i primi processi. Allora il vernacolo era limitato sola a una rubrica di dialoghi fra popolane. La prima forma di giornalismo satirico-vernacolare, così come poi si è sviluppato fino ad oggi, è nata nel 1982, in occasione della visita di Papa Wojtyla a Livorno.

Che cosa è successo?
Livorno è storicamente una città rossa e mangiapreti, ma in quel caso ci fu un’accoglienza straordinariamente devota e tutti si prostrarono al Pontefice. Lì tirai fuori il mio primo titolo vernacolare: “Boia, ’r Papa a Livorno!”. Vedi, “boia” è una tipica espressione livornese di stupore e di sorpresa, significa “perbacco”, ma subito ci fu chi pensò che avessi dato del “boia” al Papa. Lì cominciai a capire che il livornese era la lingua ideale per una satira diversa: il vernacolo livornese – col suo anticonformismo di mente e di parola, coi suoi contenuti legati a una visione essenziale della vita, in una visione fisicamente gastro-ano-genitale dell’esistenza – rompe gli schemi linguistici e concettuali ufficiali e anche i frequantissimi riferimenti sessuo-anatomici diventano un modo per fare il controcanto alla lingua degli azzeccagarbugli. Il vernacolo livornese insomma esprime già per sua natura una mentalità contro la “normalizzazione”, e “il Vernacoliere” gli ha dato dei contenuti satirici meglio indirizzati alla critica delle verità di Palazzo.

A proposito degli espliciti riferimenti sessuali… è vero che ti possiamo considerare il più grande difensore in Italia – forse nel mondo – della topa?
[ride] Il famoso processo alla topa risale al 1984. Fui denunciato per offesa al pudore, per pubblicazione oscena. In una locandina avevo satireggiato sulla Sovrimposta Comunale sui Fabbricati (che poi sarebbe diventata l’ICI) e avevo annunciato l’imminente istituzione di una surreale Sovrimposta Governativa sulla Topa (Sogot). Per la prima volta in Italia e nel mondo la “topa” è così comparsa sulla locandina di un giornale.

Come è andata a finire?
Nel processo per direttissima spiegai che la “topa” è fra le parole livornesi più usate. Ho difeso il diritto del popolo a riappropriarsi del proprio linguaggio che, nel caso del livornese, è di per sé anti-autoritario, ribellistico, irriverente e dissacrante: l’uso di certe parole sboccate è molto comune, ma privo di significati offensivi. Sono stato assolto perché “il fatto non costituisce reato” e il mese dopo ho titolato: “La topa non è reato”.

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Mangia, beve, tromba e va di corpo regolare

Una bella soddisfazione…
Sì, perché la topa del “Vernacoliere” non fa proprio male a nessuno… non ha nemmeno i denti!

Mario, qual è la tua ricetta?
Nessuna ricetta, niente di precostituito o di già confezionato. I mie titoli nascono, con i relativi pezzi satirico-vernacolari, da una voglia di andare a vedere comunque il rovescio della medaglia. La mia è una satira che si può anche definire “fantastica”. Nel senso che parte dall’invenzione di fatti paradossali per parlare di altro. E ne parla fondandosi sull’humus che già nutriva le inchieste del “Livornocronaca”, un humus fatto di antiautoritarismo, antimilitarismo, anticlericalismo, oltre che di continua attualità sociale e politica.

Ci fai qualche esempio?
Titolare per esempio “A Rambo ni ciondola l’uccello” fu il mio modo nell’86 di satireggiare sulla dilagante mentalità militarista di quei tempi; con “Culo alla Patria” mi espressi sul clima militarista innescato dalla prima Guerra del Golfo rievocando “l’oro alla Patria” del periodo fascista; con “Berlusconi appare alla Madonna” irrisi nel 2000 alla megalomania autoritaria del noto personaggio. E per altri versi, con “Cambia nome anche la topa” commentai il cambio di nome del Pci dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, mentre scrivendo che come conseguenza delle radiazioni “È nato un pisano furbo” affrontai a mio modo il disastro atomico di Chernobyl nel 1986.

Questa ricetta è ancora vincente?
Oggi “il Vernacoliere” ha una tiratura media di 42mila copie e non non pubblica inserzioni pubblicitarie. Ripeto comunque che non si tratta di ricette ma della voglia sempre di concettualizzare satiricamente un’opposizione alle verità di palazzo, nonché di smitizzare i “culti” del divismo, del consumismo e di vari altri “ismi”. Va detto però che nel tempo Il Vernacoliere ha sempre più assunto una valenza di critica politica, forse perché mancano altri riferimenti per tanta gente che non vuol portare il cervello all’ammasso. E la satira, invece, nasce dall’anima e va naturalmente contro il regime, contro il potere. Ma per criticare credibilmente bisogna essere indipendenti davvero. Io ad esempio non mi sono mai iscritto a partiti, logge, cosche o parrocchie di alcun tipo.

Quindi, se domani cadesse il Governo Berlusconi e il PD te lo chiedesse, non faresti mai il presidente del Consiglio?
[ride] Al di là del paradosso, non ho mai pensato di fare neppure il consigliere comunale, figuriamoci il capo del governo. E non c’è per me voce di partito che tenga. Non sono un carrierista politico e non sono un uomo in vendita. Credo d’essere un libero pensatore, e per me essere “uomo politico” significa esercitare il cervello in generale e attraverso la satira in particolare, non stare lì a farsela cantare dagli altri o ad aspettare di essere gratificato dal sistema. Ti racconto un episodio. Anni fa venne a trovarmi un esponente della Mondadori: voleva convincermi a pubblicare con loro l’agenda del “Vernacolier”e, una sorta di diario anti-Smemoranda. Davanti al mio deciso rifiuto, motivato dalla mia voglia assoluta di non vendermi a nessuno, a un certo punto tirò fuori il libretto degli assegni. Mi disse che potevo stabilire io la cifra. Allora lei non ha capito niente – gli dissi un po’ alterato, di sicuro offeso. La mia libertà non è in vendita. Si scusò, rimise il libretto degli assegni in tasca e si congedò. Mai più rivisto, in quella veste di emissario del padrone che pensa di poter comprare tutto e tutti.

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La topa non è reato

Quante denunce hai ricevuto per la tua attività satirica?
Di denunce parecchie, anche se poche sfociate in processi. Il primo grosso processo risale al 1965 con “Livornocronaca”. Era il ventennale del lancio della bomba atomica su Hiroshima e a corredo d’una inchiesta sui giovani e la guerra avevo pubblicato la foto di un cadavere “bombizzato” la cui didascalia concludeva con: “Dedichiamo questa foto a quanti ancora pensano che la guerra sia la gloria delle nazioni”. La denuncia fu per violazione dell’articolo 15 della legge sulla stampa, per pubblicazione di foto raccapricciante. Il processo per direttissima (tra l’altro con sequestro illegale del giornale in edicola) ebbe vasta eco sulla stampa nazionale e internazionale e si concluse con l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”.

E qual è stato, invece, l’ultimo processo che ricordi?
Nel 1993, per blasfemia. Il titolo era “Madonna trogolona”, ma il mio era un chiaro riferimento alla notissima rockstar, autrice di un libro sexy. L’accusa fu di offesa alla madre di Dio. E poiché In copertina c’era una vignetta di Max Greggio con il Papa che, vedendo il libro in libreria, aprendolo e strabuzzando gli occhi chiedeva al libraio: “Quando esce il libro su Santa Caterina me ne conserva una copia per il mio amico vescovo?”, si aggiunse l’accusa di avere attribuito istinti sessuali al Papa. Ma la sentenza in corte d’appello a Firenze fu di ampia assoluzione, non solo motivando che pure il papa, al di là della sacralità attribuitagli dai credenti, è un uomo con istinti umani annessi, ma anche affermando che la satira costituisce una tipica estrinsecazione della libertà di manifestazione del pensiero sancita dall’articolo 21 della Costituzione. Tra l’altro quella sentenza, rintracciabile anche in internet, ha costituito materia per una della tante tesi di laurea sul “Vernacoliere”, di cui una discussa anche all’estero

Passando all’attualità, che cosa ne pensi della legge anti-intercettazioni?
Si dice che sia per la privacy dei comuni cittadini, ma si cerca un pretesto per controllare definitivamente la libertà di stampa e per sancire attraverso la legge questo controllo. È un modo per non far parlare della corruzione politica sempre più dilagante, intesa anche come corruzione morale, ma anche per far tacere sui rapporti del potere con la mafia, con gli interessi dei grandi evasori etc…

E che cosa ne pensi, infine, del caso Scajola?
Siamo già passati dalla prima Tangentopoli ma dovrebbe ancora e almeno sconcertarci la faccia tosta di questo ministro che afferma di non sapere chi gli ha pagato la lussuosissima casa. Invece gli italiani non si meravigliano più di niente. La colpa è anche del soffocamento dell’intelletto provocato dalla Tv, da trasmissioni come l’Isola dei Famosi, da conduttori come la De Filippi, da giornalisti come Minzolini, e ovunque con la mercificazione del corpo femminile. Scajola si è dimesso perché era diventato indifendibile per i suoi stessi compari, non per una sua dignità morale. La voglia di reagire in tanta gente c’è, ma è gente confinata nelle minoranze morali-intellettuali che non fanno la maggioranza.

 

 

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