Quindicinale satirico online   •   Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)

 

Sull’orlo di una crisi di satira


INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO STAINO – Il papà di Bobo traccia un ritratto un po’ malconcio della satira italiana

 

sergio staino thumb Sullorlo di una crisi di satira

Sergio Staino

In Italia non c’è uno spazio per fare vera satira. L’opposizione è divisa, corrotta, debole e ritiene che ogni forma satirica sia insopportabile e dannosa. Berlusconi finirà per acquistare il Corriere della Sera e, come prima cosa, licenzierà il vignettista Emilio Giannelli. Parola (e previsione) di Sergio Staino, uno degli autori satirici italiani più famosi e apprezzati, che in un’intervista esclusiva concessa a lo Stivale Bucato ha tracciato un ritratto malconcio della satira del Belpaese. Staino è il papà di Bobo, ex-sessantottino romantico e insoddisfatto, che con il barbone, il ventre sporgente e gli occhiali rappresenta fin dal 1979 un autentico “grillo parlante” della sinistra italiana. Staino è l’autore della vignetta pubblicata ogni giorno sulla prima pagina dell’Unità, ed è stato anche ideatore e direttore di Tango, settimanale di satira, umorismo e travolgenti passioni che si può considerare uno dei fogli più significativi dell’intera storia satirica italiana.

Dopo tanti anni di satira e vignette, hai voglia di continuare a “ballare”, come all’epoca di Tango, lasciandoti ancora catturare dalle travolgenti passioni?
Sì, certo. Ti confesso però che, almeno da un punto di vista personale, c’è meno allegria. Per me la satira è sempre stata molto schierata e appassionata. Per me la satira nasce dalle indignazioni, dalle ingiustizie che vediamo intorno a noi e che ci devono far reagire. La satira serve ad aiutare la speranza di un movimento collettivo.

E oggi?
Oggi, mi costa fatica dirlo, ma se mi guardo intorno non c’è traccia di questo movimento collettivo: non mi sento parte di un movimento che porti la speranza di alcun cambiamento, che sia uno strumento collettivo. La voglia di fare satira, con ironia e autoironia, resta, ma è innegabile un certo velo di tristezza…

Oggi Bobo ha superato i 30 anni. Com’è cambiato dal suo esordio, nel 1979?
Beh, io sono cambiato molto più di Bobo. Bobo è rimasto sostanzialmente lo stesso quarantenne, mentre io ad acciacchi sto messo molto peggio! Per quanto riguarda ulcere e delusioni, invece, sta messo peggio lui. Io, infatti, fin da quando Bobo è nato, riverso su di lui molte paure, delusioni e frustrazioni. Io così mi sono un po’ alleggerito. Anche l’angoscia economica di arrivare alla fine del mese con Bobo è scomparsa. Vorrei che potesse essere così per tutta la popolazione del mondo, avrebbe un’importanza socio-politica incommensurabile: un lavoro che piace e un minimo di garanzia per comprare il pane e per pagare l’affitto. Ciò che spero e penso sia rimasta intatta, per me come per Bobo, è la curiosità, la capacità di sognare, la possibilità di indignarmi.

Che cos’è per te la satira?
La satira è inquietudine, è voglia di mettere in dubbio. La definizione che preferisco, la meno contestabile, vede la satira come una “seminatrice di dubbi”. Questa idea nasce dalla convinzione che il potere, le verità rivelate, le affermazioni politiche vadano messe in dubbio. Il grande Bertolt Brecht in una sua opera si è soffermato sui dirigenti del partito comunista che guardavano con diffidenza i giovani che mettevano in dubbio i vecchi. I “vecchi”, però, dovrebbero ricordarsi, ammoniva Brecht, di quando avevano loro stessi messo in dubbio i propri vecchi!

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Pericoli e Pirella, l’Espresso, 1976 (il presidente della Repubblica Leone vestito da marinaretto)

Oggi in Italia c’è ancora spazio per la satira?
Penso che in questo momento in Italia non ci sia uno spazio per fare satira. Non c’è spazio, ad esempio, nel mezzo televisivo, che resta lo strumento principe. Ritengo che per fare satira non basti l’intelligenza dell’autore satirico, ma serva soprattutto un media seguito trasversalmente da un numero considerevole di persone, che in più non siano già tutte schierate dalla stessa parte. Negli anni Settanta e Ottanta il settimanale L’Espresso pubblicava in copertina le vignette irriverenti di Pericoli e Pirella sul presidente della Repubblica Giovanni Leone. Quella satira funzionava alla grande non solo per la bravura di Pericoli e Pirella, ma anche perché quelle copertine erano vendutissime in tutte le edicole. Avevano un effetto deflagrante. Queste situazioni oggi non esistono più. Io, ad esempio, posso anche fare una vignetta molto dissacrante, ma questa resta nell’ambito dell’Unità, in un bacino di lettori che è già comunque orientato. Mi limito a dare un elemento di interpretazione aggiuntiva, per far comprendere meglio la realtà politica e le nostre debolezze…

In pratica non si riesce a “colpire” il potente, a nuocere ad esempio a uno come Berlusconi…
Credo che Berlusconi possa essere un po’ infastidito solo dalle vignette di Giannelli sul Corriere della Sera. Proprio perché il Corriere rappresenta il giornale dell’establishment e perché è il più letto quotidiano italiano all’estero. Vedersi raffigurato come un nanetto che ha accanto a sé il cane-Bossi deve irritarlo moltissimo. Sono convinto che un giorno Berlusconi acquisterà il Corriere. Sì, sono sicuro che ce la farà e che, come prima cosa, licenzierà Giannelli.

In Italia non c’è più spazio nemmeno per un inserto satirico all’interno di un quotidiano, come è stato in passato per Tango e in seguito per Cuore?
Oggi non c’è più la “verginità” necessaria per un inserto satirico. L’Unità di Tango e Cuore era il giornale di un’opposizione forte e sicura di sé. Facevamo molta autosatira per mettere a nudo l’ipocrisia che c’era ovunque, anche all’interno della sinistra. La sinistra era una forza onesta, sincera, che aveva capito la forza della satira, la capacità di incitare a fare sempre meglio…

Oggi invece…
Oggi l’opposizione è divisa, corrotta e debole: ogni forma satirica viene dunque vista come insopportabile e dannosa.

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Copertina di “Nattango”, 11 agosto 1986

In Italia, dunque, non c’è vera satira…
C’è la mancanza di una vera satira che, quando tutti tacciono e restano in secondo piano, interviene con opportunità: una satira libera che vada avanti libera, senza paura di danneggiare la propria parte politica o il giornale. Perché il disvelamento della verità, fosse anche una “sua” verità, va comunque a vantaggio della parte più progressista del mondo.

Non ci sono dunque proprio speranze per la satira in Italia?
L’unica possibilità che si ha per fare una satira davvero libera è al di fuori del potere politico-finanziario-mercantile. Ciò, ad esempio, esclude a priori la satira televisiva. Il mezzo televisivo è infatti sovvenzionato dalla pubblicità, che sarebbe immediatamente ritirata dalle multinazionali di fronte a una satira davvero libera… Ci vorrebbe un editore indipendente che abbia l’intelligenza di finanziare un foglio satirico forte e dissacrante.

Altrimenti?
Faccio un esempio. Il giorno dopo il lancio della statuetta del Duomo non ci sono state vignette di “satira libera”. Io stesso mi sono dovuto frenare, perché l’Unità è sotto un fuoco incrociato e avrei finito per danneggiare un giornale intelligente e significativo, che invece va aiutato. Avevo fatto una vignetta che ho scelto di non pubblicare…

Che cosa avevi disegnato?
Avevo disegnato Berlusconi che indossava la sua solita bandana. Questa volta, però, la bandana non era sulla fronte, ma sulla bocca. Sotto avevo scritto: “Non farla lunga, spostala più in basso!”.

Che cosa pensa Bobo-Staino dei preti pedofili?
Se avessi un giornale satirico mi scatenerei, dedicherei un numero speciale all’argomento. Non si può nemmeno dire “fateli sposare così non lo fanno più”. Il pedofilo è infatti per tradizione, per storia, una persona che si cela dietro un finto perbenismo, che ha famiglia e va a messa.

E della pillola RU486?
Un aborto è di per sé un trauma, non è vero che può essere fatto con leggerezza. Obbligare la donna a passare tre giorni in ospedale, magari a fianco di un’altra donna che ha appena partorito, significa dare sofferenza e non alleviare le sofferenze. È l’opposto dei principi che stanno alla base della Chiesa.

Ma la Chiesa è nemica della satira?
La satira, seminatrice di dubbi, ha di per sé, come nemici dichiarati, tutte le istituzioni che vivono su delle semine fondamentaliste. Tutte le religioni si reggono su pilastri che sono dogmi fondamentalisti. Ma era così anche per il partito comunista di Stalin o per il Psi di Craxi. Tutte le istituzioni che necessitano di seminare certezze sono nemiche della satira.

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Sergio Staino, Bobo, I classici del fumetto di “Repubblica”, Roma 2004, copertina

Che cosa pensi del giornalismo “serio” che fa concorrenza alla satira?
C’è in effetti una discreta diffusione, anche nel giornalismo serio e paludato, della ricerca dell’effetto satirico. Prima lo faceva solo Il Manifesto con i suoi titoloni in prima pagina. Oggi, invece, è un atteggiamento molto frequente: anche i giornali che non giocano sui titoli hanno almeno un elzevirista che cerca il sorriso e il sarcasmo.

E che cosa ci dici di Minzolini?
C’è un disegno di Scalarini che ripubblicherei così com’è anche oggi. C’è una poltrona e si vede una scarpa elegante. Intorno le penne d’oca simboleggiano la stampa. Ce n’è una che si piega e che lecca la scarpa del potere.

Infine: che cosa pensa Bobo-Staino di Berlusconi?
Siamo spompati, sfiniti da questa presenza di Berlusconi. Io avrò fatto migliaia di vignette su Berlusconi. Cerco disperatamente di spostarmi e trovare altri argomenti, perché Berlusconi è diventato un po’ una persecuzione.
Ma il vero problema non è Berlusconi: in quale altro Paese un personaggio come Berlusconi si sarebbe potuto “avverare”? Questa è un’altra anomalia dell’Italia, molto più importante dell’anomalia Berlusconi. In vent’anni i dirigenti della sinistra non sono riusciti a fermare la crescita di Berlusconi. I D’Alema, i Veltroni, i Fassino e i Bersani in un altro Paese non sarebbero ancora lì… ci sarebbe stato un ricambio ai vertici. Dovremmo interrogarci, più che sul fenomeno Berlusconi, sul fenomeno dei dirigenti di sinistra.

Nel 1986 avevi ideato con Michele Serra e pubblicato su Tango il test dissacrante “Che razza di comunista sei?”, per ironizzare sulle tante correnti presenti all’interno del partito. Oggi un test così non potrebbe funzionare…
Oggi no. Non con quella domanda, almeno. Oggi la più bella risposta a quel test sarebbe: “Non sono comunista”. Abbiamo fatto tanti di quei danni da comunisti. Gli obiettivi più importanti in cui credevamo e che ci hanno mossi da giovani restano tutti validi, ma lo strumento no. Il comunismo ha creato dei mostri ovunque sia stato applicato. Penso all’Urss, all’Albania… a Cuba che, ancora oggi, vive in uno stato di polizia, di ingiustizia enorme. Vedere che lo fa sotto il marchio della falce e del martello mi mette addosso una tristezza infinita.

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Che razza di comunista sei? Da “Tango” n. 4, 7 aprile 1986

Qual è oggi l’alternativa?
Forse l’ideologia che ha dimostrato di essere più indovinata è stata proprio l’ideologia socialista. Vorrei che oggi si ricostituisse il socialismo, liberandosi però dall’ipoteca di Craxi che ha rovinato questo movimento. Ci vorrebbe una socialdemocrazia che ci consenta anche di uscire da questo brutto equivoco del Pd, diventato un coacervo puzzolente, e di mettersi alla pari con gli altri partiti socialisti, come quello spagnolo o francese. Se poi i giovani trovassero uno strumento alternativo, migliore e perfezionato, sarei ovviamente contento di aderire.

Nella tua carriera hai disegnato migliaia di vignette. Ce n’è una di cui vai particolarmente orgoglioso?
Nel 1983, un anno prima morte Berlinguer, c’era una festa che celebrava Ludovico Ariosto. Io disegnai Berlinguer in groppa all’Ippogrifo che, come faceva Astolfo nell’Orlando Furioso, volava verso la luna. E il popolo da sotto: “Vai sulla luna e torna con la Terza Via!”. Penso sia stata la prima volta in tutto il mondo che la prima pagina di un quotidiano ironizzasse così sul segretario di un partito comunista…




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