Quindicinale satirico online • Anno V, numero 17 (20 dicembre 2011)
Intervista esclusiva a Vincino, l’architetto della satira italiana, che lancia l’allarme: “Attenzione, non facciamo monumenti a Berlusconi”
Un busto in marmo raffigurante Silvio Berlusconi da esporre a Villa Borghese, tra i grandi della patria. Pazzia, provocazione o… satira? Per Vincenzo Gallo detto Vincino – il grande architetto della satira italiana – non sarebbe certo un esperimento innovativo. Infatti 30 anni fa, ai tempi de “Il Male”, organizzò una cerimonia a Villa Borghese per inaugurare un monumento a Giulio Andreotti. La cerimonia era falsa, ma il busto era vero: l’evento provocò scompiglio e problemi alle forze dell’ordine, che interruppero la cerimonia e tentarono di sequestrare la statua.
Oggi, però, Vincino non ha dubbi e lancia l’allarme contro i monumenti facili. “La satira negli ultimi 20 anni ha fatto un monumento a Silvio Berlusconi. Attenzione, dunque, alle controindicazioni della satira che rischia di accrescere involontariamente la fama di una persona, moltiplicandone le capacità e facendogli, in sostanza, un favore”. Niente statue, dunque, ma occhi aperti per raccontare il mondo con un’arma intelligente, la più intelligente che esista: il disegno. Vincino, con quel suo tratto inconfondibile, tremolante e all’apparenza inelegante, è un grande della satira italiana, vignettista de “Il Corriere della Sera” e de “Il Foglio”. In attesa che con Vauro nasca un nuovo settimanale satirico… forse già in autunno.
Vincino, che cos’è per te la satira?
La satira è il modo migliore per raccontare e leggere il mondo. È lo strumento più intelligente che abbiamo a disposizione.
Quando Vincenzo Gallo è diventato Vincino?
Sono sempre stato Vincino. Ho scelto di essere Vincino a sette anni e il disegno è sempre stata la mia attività prevalente.
Come hai iniziato?
Ho iniziato a scuola, prendendo in giro i miei compagni di classe. Poi ho continuato all’università, nel periodo dei moti studenteschi e delle occupazioni. Un giorno ho disegnato Nixon su un volantino e mi sono sentito per la prima volta un autore di satira. Ero entrato nel “clan” di quelli che disegnavano Nixon.
Dal volantino studentesco al “Corriere della Sera”…
Sì, è vero. Era un volantino, ma per la satira cambia poco: dovunque tu disegni va bene e devi sempre dare il massimo.
Qual è il vantaggio più grande nel disegnare sul più importante quotidiano italiano? E quale, invece, lo svantaggio?
È un onore per me disegnare sul Corriere. È bellissimo aprire il giornale e vedere il proprio disegno, il proprio tratto: è una delle soddisfazioni più grandi. Ovviamente, dall’altro lato, bisogna stare attenti a molte cose: a non offendere i numerosi lettori del giornale, a non fare arrabbiare il direttore e i 7-8 proprietari… A volte è un po’ complicato e con un solo proprietario sarebbe senz’altro più facile, ma io la considero una sfida in più.
Oggi in Italia c’è libertà di satira?
Sì. Anche perché ognuno ha la libertà di satira che si dà, che si costruisce. La libertà di satira non te la regala nessuno. Ai tempi de “Il Male” ci sequestravano il giornale ogni settimana, ma nessuno di noi si piangeva addosso. Anzi: eravamo contenti, perché così aumentavano le vendite. La satira ha il compito e il dovere di scavalcare i limiti imposti. Non deve avere paura e deve essere intelligente, in modo da trovare il modo per “scavalcare” i propri limiti.
La satira di oggi è ancora in grado di fare “male” ai potenti?
Sì, assolutamente. Per me, però, lo scopo della satira non è quello di fare male. Voglio raccontare e svelare un segno di verità. Raccontare non solo i potenti, ma anche i miserabili, gli accattoni, più in generale la società. Di più: la satira deve raccontare una fase storica.
Mentre la satira di oggi…
La satira negli ultimi venti anni ha fatto un monumento a Silvio Berlusconi. Attenzione, dunque, alle controindicazioni della satira che rischia di accrescere involontariamente la fama di una persona, moltiplicandone le capacità e facendogli, in sostanza, un favore.
Ma oggi la satira può fare a meno di Berlusconi?
Ovviamente non si può fare satira a prescindere da Berlusconi, ma bisogna prestare attenzione a non fare monumenti, a non fare il gioco dei potenti.
C’è questo rischio?
Sì, faccio un esempio. Nel 2001 le strade erano tappezzate dai manifesti elettorali di Berlusconi e subito sul web sono nati centinaia di manifesti falsi. Ebbene, una persona dell’entourage di Berlusconi mi telefonò e mi chiese di far parte di una giuria che valutasse il falso manifesto migliore. Mi sono letteralmente cadute le braccia…
È davvero incredibile!
Sì, perché spesso fanno solo finta di arrabbiarsi. Quando si arrabbiano sul serio te ne accorgi. Come nel caso della famosa vignetta di Forattini in cui D’Alema con un bianchetto cancellò la lista Mitrokhin…
Chi sono oggi i bersagli più difficili?
Mah, è per esempio difficilissimo fare una vignetta su Bocchino. Un difensore della legalità che è stato membro della commissione d’inchiesta Telekom Serbia e che avrebbe ricevuto soldi da un protagonista di Telekom Serbia sul quale lo stesso Bocchino, insieme ai membri della commissione d’inchiesta, indagava. Eppure non demordo: troverò il modo, l’escamotage per raccontare anche questa storia.
Che cosa può fare oggi la satira? Ha un suo potere?
La satira può cercare con i propri occhi e raccontare con lo strumento più avanzato che ci sia: il disegno. Quando Sindona è morto in carcere ho disegnato una vignetta con un braccio di Andreotti che si allungava in modo esagerato, fino ad entrare in carcere e offrire un caffè a Sindona. Solo il disegno ha queste potenzialità: è accattivante e offre vari livelli di lettura!
Il finto busto di Andreotti come padre della patria, l’interpretazione di Benito Taxi a un congresso del PSI, la vendita in Piazza San Pietro della “miracolosa” acqua della piscina del Papa… per te la satira deve uscire dalla pagina stampata?
La satira è uno degli strumenti più contaminanti che esista. Hai citato tutte iniziative nate all’interno de “Il Male”, che non era solo un giornale di satira, ma era un laboratorio, quasi una compagnia di spettacolo. Ogni settimana ci inventavamo qualcosa. C’era il piacere di andare fuori dall’edicola per usare tutti gli strumenti che avevamo a disposizione. Ad esempio il busto di Andreotti lo custodisco gelosamente ancora oggi e ci tengo a precisare che era marmo vero, non gesso… lo aveva fatto uno scultore e ci era costato circa un milione di lire dell’epoca. Questo per dire che le nostre rappresentazioni erano “serie”: ad esempio mi sottoponevo a ore di trucco per somigliare il più possibile a Craxi.
Qual era la ricetta vincente de “Il Male”?
La creatività del Male è oggi incomprensibile. Avevo 32-33 anni e mi sono trovato a dirigere uno strumento pazzesco che raccoglieva autori formidabili come Andrea Pazienza, Tamburini, Pino Zac, Angelo Pasquini, Angese. La creatività de “Il Male” nasceva dal contrasto dei suoi autori, che la pensavano in maniera diversa, si confrontavano quotidianamente e litigavano spesso. Alla fine, però, ogni settimana dalla contraddizioni nascevano le idee, una voce collettiva. Era forse più faticoso, ma sicuramente anche più stimolante.
Ti manca quell’esperienza?
Certo, “Il Male” mi manca. È forse il giornale che, fra tutti, ha più segnato la satira italiana: Pino Zac ha avuto il grande merito di portare in Italia l’esempio della scuola francese.
Oggi non c’è spazio per una rivista così?
Con Vauro stiamo lavorando a un nuovo settimanale satirico e utilizzeremo le stesse contaminazioni di allora. Non lo sappiamo ancora, ma speriamo che la nuova creatura possa nascere in autunno…
Com’è nato quel tratto un po’ tremolante che è diventato il tuo segno distintivo?
Non so perché il tratto mi esce così. Il disegno è una questione di artigianato, di educazione. Penso sia stata importante l’esperienza fatta a Montecitorio, all’epoca in cui curavo un reportage per “Lotta Continua”. Trascorrevo tutto il giorno in Parlamento, dovevo seguire mille cose, cercare di capirle e disegnare praticamente in diretta. Non c’era tempo per l’eleganza grafica e forse il mio tratto è nato così…
Un tratto davvero unico…
Sai, credo che occorra sviluppare i propri errori e crederci. Mi piacerebbe insegnare disegno. Perché da grandi gli autori perdono l’originalità dei bambini e imitano gli altri. Penso sia sbagliato. Il disegno è lo strumento migliore e più intelligente che abbiamo a disposizione per raccontare il mondo con i nostri occhi.
Mappe
"Le carte stradali indicano tutto tranne il modo di ripiegarle quando non servono più" (Beppe Grillo)




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